Il Presidente uscente Stefano Bonacini

Il più recente rapporto di Unioncamere indica l’Emilia Romagna quella fra le regioni italiane che cresce di più. Nel 2019 il Prodotto interno lordo (Pil) regionale è cresciuto dello 0,5%, un incremento che, si stima, potrebbe salire all’1,1% nel 2020. L’occupazione è cresciuta e il sistema dei servizi socio-sanitari tiene. L’offerta culturale è ricca e qualificata e con “Parma capitaleitaliana della Cultura” amplierà quest’anno le opportunità con progetti di eccellenza.

In Emilia Romagna si vive meglio che altrove? Pare di sì, a giudicare dalle migliaia di persone che si trasferiscono qui per lavorare , studiare e rimanere, curarsi nelle strutture del sistema sanitario. Da anni la nostra regione è uno dei territori di riferimento a cui l’Europa guarda per l’ esperienza di governo e il suo modello di sviluppo. Chiediamoci il perché. Con onestà.

Io credo che le ragioni stiano in diversi fattori. Ne indico alcuni per sintesi:

  • La visione e la concezione della società e delle relazioni umane nel sistema sociale e produttivo.
  • L’apporto culturale e di visione avanzato ed evoluto delle donne fin dal dopoguerra condotto con fatica da protagoniste, nelle Istituzioni, nel sociale, nella politica, nei luoghi di lavoro.
  • L’intraprendenza e la relazione virtuosa fra impresa, lavoro, formazione e istruzione, Stato sociale.
  • La diffusione e la condivisione di una cultura fondata su valori di uguaglianza e di realizzazione dei diritti per tutti/e.
  • Il buon governo delle Istituzioni pubbliche.

Tutto questo non è sorto dal nulla. All’indomani della guerra di liberazione dal nazifascismo la nostra regione era povera, era affamata come altre zone del Paese. Il popolo emiliano romagnolo ha partecipato alla Resistenza gettando le basi per costruire un futuro che realizzasse quel “mai più” che spesso sentiamo quando si evocano gli orrori della guerra. Lo ha fatto in modo originale, con la pratica di straordinarie prove di solidarietà, inventando esperienze che hanno fatto scuola, con la competenza e l’intelligenza di un pensiero in grado di supportare quell’ idea di futuro. Quel futuro è la terra in cui viviamo oggi.

Non si vota per il Governo nazionale
L’Emilia Romagna fa gola è un obiettivo di conquista ambìto. E poiché il linguaggio corrisponde sempre a una sostanza, chiediamoci perché questa campagna elettorale è stata inaugurata dalla Lega e dal suo leader ricorrendo a termini come “conquistare”, liberare”, “espugnare”. Termini bellici non a caso. Chi conquista, libera, espugna, pensa ad un oggetto di assoggettamento, al ridimensionamento drastico di una storia e di una identità che non sono in linea coi suoi principi e la sua visione. Un esempio? Dopo la vittoria delle elezioni al Comune di Forlì, la giunta di centro destra ha bloccato fondi già assegnati dalla Regione per sostenere progetti per le pari opportunità. E ancora non a caso, la Lega pensa alla conquista dell’Emilia Romagna per assestare a suo vantaggio un quadro politico nazionale che nelle ultime competizioni elettorali ha assunto una fisionomia a lei più favorevole che ad altri partiti.

Domenica 26 gennaio si vota per la Regione non per il Governo nazionale. Gli elettori e le elettrici sono chiamati a giudicare il governo di questo territorio, il suo tenore di vita, la qualità dei suoi servizi, le opportunità economiche e di lavoro, il governo di una istituzione che, a differenza di altre, ha i conti in regola.  Questa è la posta in gioco insieme a un patrimonio storico e di identità. E’ chiara la ragione per cui il vademecum in otto punti diffuso nelle settimane scorse dalla Lega per istruire i propri militanti alla conduzione della campagna elettorale, suggerisce di non parlare del buon governo. Meglio puntare sulla vicenda controversa di Bibbiano o sulla denigrazione degli avversari politici. Nessuna proposta concreta sulla soluzione di problemi reali o per migliorare il governo regionale se non dichiarazioni di voler realizzare ciò che esiste già incorrendo in gaffe clamorose. Battute da bar, irrisione, messa in ridicolo degli avversari, sollecitazione di paure collettive per invocare la messa in sicurezza da nemici incombenti più astratti che concreti. Quando la politica elude argomenti e argomentazioni, evita di spiegare con chiarezza i progetti e la visione della società per le quali chiede il consenso. Chiede una delega in bianco a sostegno di un potere da impiegare a proprio uso e consumo. Un risultato esattamente contrario a quello che molta gente dice di volere. Quando si aizza il popolo invece di ascoltarlo e coinvolgerne le espressioni associative in un intento di rappresentanza vi è manipolazione non democrazia. Questa è la destra che oggi chiede il voto degli elettori. Una destra che vuole poteri assoluti, verbalmente violenta, che legittima e tollera l’insulto come strumento di pratica politica e l’espressione delle formazioni neofasciste. Una destra che procede in direzione contraria al patrimonio costruito qui in oltre 70 anni di storia collettiva.

La sede della Regione in via Aldo Moro a Bologna

Serve un cambio di strategia. Si può migliorare
La politica negli ultimi decenni ha commesso diversi errori. L’insolita affluenza alle urne nelle ultime elezioni regionali l’ha testimoniato. Il livello della classe politica si è progressivamente impoverito. Io penso anche a causa di una cultura politica che ha smarrito il senso della sua funzione: essere al servizio dei cittadini, tutti, la capacità di mediare i diversi interessi perseguendo il bene comune.

Certo l’esistente si può migliorare. Viviamo un tempo storico che ha dinamiche molto più veloci del passato. Abbiamo di fronte sfide enormi in un mondo sempre più piccolo. Affrontarle comporta uno sforzo inedito di intelligenza e di competenza, da produrre con umiltà e con l’obiettivo di realizzare condizioni di vita dignitose per tutti. Si tratta di superare nuove disuguaglianze, nuovi problemi che richiedono un adeguamento del sistema regionale e una nuova concezione della qualità umana del vivere. Serve una presa di responsabilità collettiva. Oggi i tempi sono cambiati. Sono cresciuti movimenti nella società civile senza precedenti. Esprimono il bisogno di valori e di un’etica con cui interrogano la politica invitandola a fare correttamente il proprio mestiere. A questa i giovani del Friday for future sull’ambiente e il clima, le donne e le ragazze di Non Una di Meno, le sardine, indicano orizzonti a cui tendere per un futuro che preveda un mondo diverso. Senza odio, inclusivo, fondato su valori di rispetto fra i generi, dove si è liberi di autodeterminare il proprio percorso di vita perché ci sono le opportunità e le condizioni. Sarebbe miope e distruttivo non confrontarsi con queste realtà. Da loro viene un invito all’assunzione di responsabilità individuale e collettiva in una fase epocale in cui non possono esserci alibi che giustificano il chiamarsi fuori. Si può essere delusi, lo siamo stati in tanti, ma se reagire è un diritto è anche una responsabilità. E’ tempo di scegliere guardando avanti, lasciando da parte nostalgie del passato e chiedendosi cosa tutti/e noi possiamo fare. La fase della semplice protesta è passata e non ha pagato. Le ultime elezioni amministrative di Imola dimostrano che cambiare per cambiare può creare situazioni peggiori, in assenza di competenze e di cultura politica. Oggi la società civile può esprimere dal basso saperi e idee su cui negoziare con la politica e a questa conviene aprire alla relazione e al confronto, pena l’ulteriore degrado, dannoso per tutti.

Andare a votare si deve
Domenica 26 gennaio andare a votare si deve. Prendersi questa responsabilità si deve. La responsabilità di una scelta fatta sui contenuti, sul governo più adatto a continuare una storia che ci appartiene e che ci ha consegnato una regione dove si vive ancora bene. Con il voto e l’ impegno successivo possiamo e dobbiamo essere  attivi nella realizzazione di una prospettiva all’altezza del nostro passato, contribuendo anche a cambiare la politica con il dialogo e il confronto continui.   Credo che anche questo, sia il significato della presenza di sei liste a sostegno di Bonaccini. Ci si può distinguere votando la lista in cui ci si riconosce di più. Ma penso che se consegnassimo a questa destra il nostro territorio ci attenderebbero tempi più bui e ce ne pentiremmo amaramente.

(Virna Gioiellieri)