Recentemente ho assistito alla proiezione di “Hammamet”, film diretto da Gianni Amelio e uscito in corrispondenza del ventennale della morte di Bettino Craxi. Temevo e pensavo che si sarebbe trattato di un film a scopo prevalentemente documentaristico, invece sin dall’inizio lo scopo si è dimostrato quello di puntare l’attenzione sull’uomo, o forse meglio sul regnante caduto, arrivando inevitabilmente a provarne compassione.

Peccato, mi sarebbe piaciuta una maggiore insistenza sul dramma di Craxi obiettivo predestinato e odiato perché, sì, lui era il capro espiatorio perfetto da vedere ruzzolare a terra e sgozzarlo felici. Inviso per la sua visione di una sinistra filo occidentale di stampo socialdemocratico ostile a quella orfana dell’Urss. Nemico degli Stati Uniti per lo schiaffo da loro subito a Sigonella, quando il nostro si ribellò ad un atto di prepotente imperio da parte dell’ingombrante alleato. Ma fu la possente onda d’urto delle masse a rovesciare il tavolo. Era nell’aria la voglia della gente di eliminare una classe politica che aveva caricato l’Italia di un enorme debito pubblico e che, invece di cercare di rimediare, rubava non solo per i partiti ma anche ai partiti. Craxi, e non fu il solo, non fu in grado di capire cosa stesse agitando nell’animo dei cittadini. Si arroccò. Continuò a frequentare solo la sua corte di boiardi, non sentendo quel puzzo di fogna che massicciamente ammorbò la politica, un puzzo ancora oggi stagnante.

Intanto le forche venivano erette. La gente comune investiva i magistrati non del compito di fare giustizia, ma di fare vendetta. Craxi venne costretto alla latitanza, o, forse meglio, all’esilio, oggetto del dileggio di chi, pur avendo munto a lungo dalla Grande Madre Russia, continuava a restare impunito.

Sono fatti che nel pur bellissimo film di Gianni Amelio restano sussurrati. Non avrei voluto solamente sentire un comandante spodestato urlare di rabbia. Non mi ha convinto vedere un lottatore scivolare consapevole verso la morte. Quello che mi è mancato è un atto di accusa deciso verso quel mondo ben felice di averlo mandato al macello sacrificale.

(Roberto Matatia)