Bologna. Di nuovo a casa. Era da quel fatidico 14 novembre che le Sardine, impegnate a organizzare manifestazioni in giro per il mondo, non si ritrovavano pubblicamente nella loro città natale. Nelle ultime due settimane, l’intero territorio emiliano-romagnolo ha visto un continuo pullulare di iniziative, dal cammino di Rasora al pranzo di Rimini, da Comacchio a Bobbio, nell’Appennino piacentino. Ma a Bologna, epicentro del risveglio, si doveva tornare per forza, in vista dell’appuntamento del 26 gennaio.

Bene, in Piazza VIII Agosto tutte le energie positive liberate in questi due mesi si sono finalmente re-incontrate, e sono esplose in un grido di gioia durato un intero weekend. L’apice emotivo è stato raggiunto, ovviamente, nella giornata di domenica: più di sei ore di spettacolo, durante le quali hanno offerto il loro libero e validissimo contributo tanti artisti e grandi personaggi dell’anima culturale del nostro Paese. È stata una grande festa, organizzata dalla società civile per la società civile, in nome dell’antifascismo, dell’inclusione e della creatività. Ma non solo: le immagini di domenica parlano di un organismo elettrizzato, di una motrice a passione sociale. Parlano di un cambio di marcia, da essenza pulviscolare a forza capace di riunirsi grazie alle singole fatiche, in vista di una sfida da vincere, nella quale si deciderà la direzione del sistema politico negli anni a venire. Tuttavia, contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, la sfida a cui si fa riferimento non è quella delle regionali.

A ben vedere, se è chiaro che il voto di domenica prossima avrà, in ogni caso, un impatto destinato a scavalcare i confini locali, è altrettanto evidente che la spinta propulsiva delle Sardine non finirà quel giorno. “L’Emilia-Romagna non si lega”, come recitavano le persone presenti domenica, rappresenta un progetto ben più ambizioso rispetto alla scelta del governatore. Il 26 gennaio, per quanto la sua importanza non si discuta, potrebbe costituire solo un particolare evento dinamico della fabula, ma comunque di minore importanza rispetto a Piazza San Giovanni e Piazza VIII Agosto. Un filo unisce, infatti, i diversi momenti: il filo di una rivoluzione estetica.

È da una quarantina d’anni che, nel cosiddetto mondo occidentale, si è innescato un processo per cui, senza troppa discrezione, i media hanno assunto il ruolo di guida dell’agenda politica. Dai tempi del TINA (“Non c’è alternativa”) del neoliberismo made in USA e UK, il pensiero politico si è imposto tramite la narrazione e, di riflesso, i poli del sistema atto a descrivere la realtà si sono riscoperti sacerdoti del sapere contemporaneo. Ciò che era divenuto lampante nel corso degli anni Trenta, ovvero la capacità dei nuovi mezzi di comunicazione di costruire una realtà ad hoc, non è scomparso con la sconfitta del nazi-fascismo e nemmeno con il crollo dell’Unione Sovietica.

Allora, nei regimi totalitari, l’apparato ideologico seguiva le direttive del capo politico, in grado di modificare la realtà e imporre la sua visione sulla stessa. Oggi, nei regimi democratici, in un contesto ampiamente dominato dal mercato, vige un meccanismo tale per cui chi riesce a imporsi sui media determina i temi di cui si dibatte a livello politico. A questa dinamica, soprattutto nell’era dei social network, si aggiunge il potenziale devastante delle soft news, in cui l’informazione si riduce a un semplice flash, secondo le regole del Game descritte da Baricco, in cui anche la verità deve seguire i canoni dell’immediatezza e della dinamicità. Di conseguenza, riflessione e partecipazione procedono a singhiozzo: sempre più ci troviamo a camminare sulla realtà, piuttosto che a viverci dentro. Una realtà composta prevalentemente di immagini, che, come ci ammonisce Debord, sono sempre lo specchio di un rapporto di forza (1967).

Ora, l’intreccio di questi sviluppi socio-culturali ha portato nel tempo a dei paradossi inquietanti: uno dei principali è, senza dubbio, quello delle “cornici”, ovvero i complessi di significato in cui si inseriscono i contenuti e le proposte dei partiti. In altre parole, si tratta delle rappresentazioni che cercano di veicolare i professionisti della comunicazione politica; per un esempio, si pensi alla presenza dei migranti sul territorio nazionale.

Se negli ultimi anni la Destra ha cercato di orientare il dibattito prima verso un incrocio e, poi, verso la piena sovrapposizione tra questo tema e quello della “sicurezza”, la Sinistra, invece di replicare e costruire una cornice alternativa, si è pienamente adattata al frame di cui sopra. Non a caso, nel febbraio 2017, all’esecutivo furono presentati assieme i decreti relativi alla “sicurezza” e all’”immigrazione”, che divennero noti ai più tramite i nomi dei ministri che se ne erano incaricati, Minniti (Interni) e Orlando (Giustizia). I due decreti furono duramente criticati da alcuni esponenti della Sinistra, i quali nelle disposizioni ivi previste leggevano una rincorsa della destra sui temi securitari. È solo un esempio di come, sebbene dal 2013 ad oggi, la Sinistra sia stata al governo per cinque anni, in realtà l’agenda sia stata dettata in modo particolare dalla Destra, egemone a livello mediatico. Per tornare in carreggiata, quale contributo portano le Sardine in questo scenario?

La risposta è nelle Piazze. Il gioco in cui vince la verità-veloce, quella che acquista validità grazie alla capacità di catturare lo sguardo dell’osservatore, non deve essere smontato. Posto che la struttura dei media prevede la continua notiziabilità quale principio guida, risulterebbe utopistico pensare di tornare a uno stato di chiusura nei confronti del sistema, semplicemente spegnendo il cellulare e rifiutando il mondo digitale. Per questo, l’unica possibilità per umanizzare il dibattito diventa appropriarsene: dove domina l’insulto, bisogna coltivare la bellezza, dove domina l’odio verso il diverso, bisogna intagliare la cornice dell’inclusione e dell’accoglienza. In altri termini, bisogna rigettare il pessimismo culturale, che caratterizza buona parte della discussione interna della Sinistra, e imporre una politica dai valori antichi ma con forme nuove, che posseggano un alto valore estetico. Il progressismo, infatti, per mantenere fede a sé stesso, deve porsi l’obiettivo di trasformare il razionale in reale: ecco perché esso può vincere solo se riesce ad immaginare un orizzonte positivo per la comunità.

Le Sardine, nel riempire le Piazze, hanno dimostrato due cose: la prima è che orientare il dibattito con la creatività e l’ingegno è possibile, la seconda è che c’è tantissima voglia di abbandonare la retorica dominante per lavorare a una prospettiva diversa. Per costruirla, però, è necessario che tutti quelli che riconoscono questa esigenza decidano di tuffarsi nella realtà, anziché camminarci sopra; per chi vuole iniziare a nuotare, il mare è sempre aperto.

(Alberto Pedrielli – Foto di Daniele Franchi)