Se continuerete a vedere ogni cosa secondo l’opinione degli altri tutto ciò che troverete in voi stesso è solo l’opinione degli altri. (Conrad)

No, Bologna non è Stalingrado.
Non lo era neppure quando credevamo lo fosse.
Il baluardo del socialismo, la capitale del comunismo in Occidente.
Figuriamoci oggi.
Che è soltanto una bella città borghese, disincantata, senza gli slanci politici di un tempo e i fervori culturali che tanto avevano affascinato Leopardi.
Capoluogo di una piccola-grande Regione di 4 milioni di abitanti, dove si vive bene, sazia un po’ meno degli anni in cui il Cardinal Biffi la battezzò così e forse un po’ più disperata, se davvero crede di risolvere i suoi problemi affidandosi a Salvini.
Della gloriosa epopea della città russa, evocata in occasione di queste elezioni, è rimasto solo uno sfuocato ricordo, e una strada che le resta ostinatamente dedicata.
A rammentarci che l’aggressore si presenta spesso in veste di liberatore.

La ritirata italiana dalla Russia fu la tragica conseguenza di una feroce invasione delle destre Sovranista del tempo, che costò a uomini, donne e bambini russi la modica quantità di 18 milioni di morti.
Siamo brava gente ma le nostre marachelle, qua e là per il mondo, le abbiamo fatte anche noi.
E pagate.
Per fortuna o sfortuna, siamo un popolo con la memoria corta.

Il 26 gennaio sarà una giornata particolare per l’Emilia-Romagna.
Una battaglia in cui impegnare tutte le forze di progresso, dalle nuove leve riservisti.
Il suo esito condizionerà il futuro delle nostre comunità.
E tuttavia è sbagliato ricaricarlo di significati definitivi, siano essi trionfali o tragici.
La Regione non rappresenta l’ultima trincea a difesa dei destini d’Italia e d’Europa.
Gerusalemme fu persa e riconquistata non so quante volte, senza che il cammino dell’umanità si interrompesse.
La sinistra non finirà o guarirà per qualche migliaio di voti.
Resistere in Emilia-Romagna non prelude a una rinascita nazionale.
Perdere non segna la fine della storia.
Che non passa da via Aldo Moro e in questo momento ha altro da fare.

La misura nel giudizio è quella del rispetto che portiamo alla nostra gente, comunque vadano le cose.
Se siamo arrivati al punto di temere la Borgonzoni, la colpa è nostra e non degli elettori.
Le ragioni per non votare Lega sono magistralmente testimoniate da Salvini.
E infatti la maggioranza dei nostri corregionali non la voterà.
Ma potrebbe farlo la maggioranza dei votanti.
Se molti degli aventi diritto diserteranno le urne.
Per stanchezza, come è accaduto l’ultima volta, per difetto di motivazioni, per quel senso di estraniazione che i partiti della sinistra hanno suscitato in un elettorato educato alla partecipazione.
Che ancora, estromesso dai processi decisionali da ultimo con il ripudio clandestino delle primarie, testimonia ostinatamente nelle piazze la volontà di essere protagonista della propria storia.
Se solo gli si dà un filo cui aggrapparsi, una tela da tessere insieme.

Superato l’ostacolo delle elezioni in Emilia-Romagna il viaggio sarà appena cominciato.
Siamo sulla soglia di una valle oscura, scrive Morin, e non sappiamo come oltrepassarla.
Dovremo attrezzarci ben altrimenti per affrontare la tempestosa traversata del XXI secolo riconquistando la fiducia del mondo.
La crisi della sinistra è grave.

È tuttavia contraddittorio addebitarle la responsabilità di essere troppo legata ai vecchi dogmi e, assieme, di essersi concessa indecentemente alle lusinghe del peggior liberismo.
È altresì sbagliato infierire sulle sue difficoltà a governare le gigantesche contraddizioni di un mondo capovolto al punto di dichiarare la morte delle sue categorie interpretative.
Il buio che vediamo non è quello di un buco nero che inghiotte tutte le speranze ma quello di una temporanea eclisse della nostra capacità di suscitarle.
Basta che si sposti la luna per tornare a vedere la luce.

Il riformismo democratico ha sempre adottato nei singoli Paesi politiche che erano assieme di cooperazione competitiva fra le parti sociali e di competizione redistribuiva degli utili della produzione.
Compensando con l’intervento diretto dello Stato in chiave riequilibrativa, attraverso un prelievo fiscale progressivo e l’universalità dei servizi, quel che il libero mercato e la dialettica sociale non riuscivano e mai riusciranno a garantire da soli.
Quell’equilibrio dinamico si è spezzato e, con esso, si è interrotto il rapporto fiduciario con chi aveva saputo o anche solo cercato sempre di garantirlo.
È accaduto per cause reali, in presenza di fenomeni che hanno terremotato i rapporti economici, politici e commerciali del mondo.
E della difficoltà, moltiplicata nei Paesi più indebitati di preservare un welfare costoso, quel welfare che operai e ceto medio avevano conquistato con lotte e sacrifici.

Si spiega così il successo di un populismo che è tutta una suggestione di ritorno al passato, come quota 100.
Quando qualcuno tocca quel filo in Europa la SPD per prima, oggi Macron, ne rimane folgorato.
Il resto lo ha fatto un ceto politico avaro che ha ingenerato negli strati popolari il dubbio, che per molti è diventato certezza, di essere insensibile ai suoi turbamenti.
Struttura e sovrastruttura, si sarebbe detto un tempo, hanno congiurato a volgere un sentimento nel suo contrario.
Era possibile proteggerli, fare altrimenti?
È stata la volontà, l’impossibilità o solo l’incapacità?
Quali erano e quali sono le alternative reali?
Ci sono?
Per chi?
Per i vecchi, per i giovani, per tutti?
Che fare quando le diseguaglianze non sono solo di reddito ma di interi territori, di servizi e dunque di opportunità?
Difficile dire.
Specie se non se ne parla.

Di certo non siamo riusciti a fare un passo indietro dove andava fatto per farne due avanti o almeno di lato nella direzione giusta.
Che altri abbiano operato peggio è il misero conforto dei mediocri.
E degli indifferenti.

Servono pensieri più alti, sentimenti più generosi, scelte più coraggiose.
Le parole, quelle più belle, le ha consumate il tempo.
Zingaretti dice che farà un “partito nuovo”.
Dovevano esserlo anche i DS, e il PD, e il PD di Renzi…

Pensavamo che un partito nuovo, lo chiamavamo così perché di questo c’è bisogno, non di un altro partito uguale a prima e uguale agli altri, fosse necessario per migliorare la qualità della nostra democrazia.
Abbiamo sempre saputo di non bastarci, che avremmo dovuto radicarci nelle dinamiche sociali, che la risposta ai bisogni era nel cambiamento, che se non l’avessimo fatto saremmo stati, con tutti i distinguo del caso, parte della malattia.
Che saremmo diventati la cura solo se fossimo riusciti ad essere uniti, solidali, rappresentativi, aperti, inclusivi, generosi, curiosi, disinteressati, partecipati, intelligenti, giusti, giovani.
E gioiosamente imperfetti.
Quelle piazze piene di gente che chiede di cambiare ci dicono che non ci siamo riusciti.
Prima di sorridere per la loro avversione a Salvini pensiamoci: gli spari sopra sono anche per noi.

(Guido Tampieri)