“Il lavoro rende liberi (Arbeit macht frei-scritta presente all’entrata di numerosi lager nazisti)?” E’ una scritta in cima alla Statua della libertà. “Liliana Segre (senatrice a vita e soprattutto superstite e testimone della Shoah- lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti)?” E’ il ministro dell’Istruzione. “La giornata della Memoria (la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz da parte delle truppe sovietiche dell’Armata Rossa)?” Chi si ricorda perché si festeggia.

Ecco alcune delle risposte di un gruppo di oltre tremila studenti di medie, superiori e università, coinvolti dal sito internet skuola.net in un’indagine web.

Circa 1 su 10 ragazzi sostiene che non sia importante continuare a ricordare; oltre il 20% non conosce il motivo per il quale si celebri la Giornata della Memoria il 27 gennaio.

Perché non conoscono questi argomenti? Uno su due attribuisce la colpa alla scuola che ne parla poco e male.

Oltre a un carente o inesistente insegnamento della storia recente, che nei programmi ministeriali di istruzione è ancora relegata ad ultimo argomento dell’ultimo anno e per questo spesso non viene affrontata, l’istituzione scolastica ed anche le famiglie, non dedicano tempo per fornire ai giovani strumenti per decodificare l’attualità.

Così le notizie gridate e sensazionali, che non sono lo specchio della realtà, ma su cui i media (internet, giornali on line, social, tv) fondano spesso la loro popolarità, influenzano tantissimo i ragazzi. Infatti, solo il 13% vede l’Italia come una nazione tollerante; per il 79% i diritti umani nel Belpaese non sono sempre rispettati portando esempi di razzismo, omofobia e femminicidi.

Per il futuro la visione dei giovani non è rosea. Per oltre il 51% l’orrore della Shoah potrebbe ripetersi nella società attuale e il clima di intolleranza secondo 3 ragazzi su 5 è più forte che in passato.

Gli “odiatori della rete” fanno la loro parte nell’influenzare la percezione generale. Vox, osservatorio italiano sui diritti, focalizzando l’indagine sui social network, ha contato i tweet contro gli ebrei: si è passati da 6.700 del 2016 al due volte e mezza nel 2018, con 15.400 messaggi antisemiti.

Un altro sondaggio, quello curato da Euromedia Research commissionato dall’Osservatorio Solomon sulle discriminazioni, riserva altre amare sorprese sull’antisemitismo in Italia. Il 6,1% delle persone interpellate si dichiara «poco favorevole» o «non favorevole» alla religione ebraica: ma l’ostilità è anche verso altre religioni: nei confronti del cristianesimo, col 14% e dell’Islam, col 36,7%, dato probabilmente collegato ai fenomeni migratori e alla paura del terrorismo.

A cosa si lega l’inimicizia nei confronti dei cittadini di religione ebraica? Nel questionario a risposta multipla si imputano le seguenti “colpe”: per il 14% la responsabilità di un “genocidio” palestinese da parte di Israele, per l’11,6 che gli ebrei dispongano di un preponderante potere economico-finanziario internazionale, per il 10,7% che si prendano cura solo della propria comunità religiosa e non della società in cui vivono, per 8,4% che si sentano superiori agli altri, per il 5,8% che abbiano responsabilità dirette nei conflitti nel mondo.

Come è possibile che una minoranza, che nel mondo rappresenta meno del 2% della popolazione (nel 2015 si stimavano poco più di 14 milioni di ebrei nel mondo, di cui 8,3 milioni in Israele, a fronte di 7,3 miliardi di persone!!) venga percepita così potente e tale da influenzare le sorti del mondo? E che ne avrebbero fatto di questo strapotere, che non è stato in grado non solo di fermare ma nemmeno rendere nota ai più la persecuzione che ha portato alla morte di 6 milioni di persone?

La diffusione pianificata dell’odio da sempre mira a indebolire la tenuta democratica degli Stati. L’odio cova sulle frustrazioni, sulle invidie e sulle delusioni e le minoranze ne diventano facile bersaglio. In Italia dove la democrazia è fragile, perché milioni di persone tendono ad affidarsi al pifferaio magico di turno, questa deriva, fomentata da mezzi di diffusione come i social, è particolarmente pericolosa.

Si dichiara apertamente antisemita il 6,1% degli interpellati: ma dai dati emerge come sia molto più diffuso un antisemitismo “inconsapevole”. La percentuale dei negazionisti della Shoah non è altissima (1,3%), ma comunque presente. Fra le numerose specifiche rilevazioni di Euromedia, c’è la scheda sulla collocazione del fenomeno antisemita in base al partito di riferimento. È la Lega a prevalere, tant’è, in questa speciale classifica per la sensibilità minima al fenomeno.

Le generazioni future stanno perdendo un’eredità che fino ad ora ha preservato l’Europa da un ritorno agli estremismi di destra. Un altro sondaggio curato da Demopolis spiega che esiste una percezione da parte dell’opinione pubblica di crescita dell’antisemitismo: tale percezione in Germania è del 61% degli intervistati, in Francia del 53%, in Italia del 34% e in Spagna del 17%.

In generale, in Italia il 44% è convinto che esista una “questione razzismo”.

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre”. Le parole dello scrittore Primo Levi, sopravvissuto ad Auschwitz, che nel libro di memorie “Se questo è un uomo”, classico mondiale, ha raccontato le sue esperienze nel campo di concentramento nazista, sono un monito per tutti.

(Caterina Grazioli)