È andata: Bonaccini è stato confermato alla guida della regione. La Borgonzoni ha perso, nonostante fino qualche giorno prima del voto fosse in testa ai sondaggi. E Salvini non ha liberato l’Emilia-Romagna, che dalla Resistenza ha manifestato un’anima e un’identità resistenti alle onde retoriche che attraversano, di tanto in tanto, il nostro Paese. Eppure, questa volta erano in tanti a credere che sarebbe scomparso il baluardo post-comunista; se nelle scorse elezioni regionali, a generare sconforto poteva essere solo la mancanza di uno spumante all’altezza per la cerimonia, questa volta l’atmosfera pre-partita era, a tutti gli effetti, quella di una finale mondiale. Poi, le prime proiezioni, i primi sorrisi. E il sollievo di chi ha trovato riparo dopo una pioggia incessante. Da cui, comunque, la Sinistra non è uscita.

Del resto, sarebbe assurdo pensare che, con il voto di domenica, la crisi sia ormai alle spalle. Anche perché, allargando l’inquadratura, c’è ben poco di cui gioire: in Calabria, di fatto, non c’è mai stato un vero scontro, mentre nella nostra regione, per quanto riguarda le forze alternative alla Destra, lo scenario è quello cui ci siamo abituati negli ultimi anni. È vero, Emilia-Romagna Coraggiosa, ennesima formazione one-shot-only alla Sinistra del PD, ha presentato la candidata più votata in Regione, Elly Schlein. Ma più chilometri si fanno sulla Via Emilia, più ci si rende conto di quanto la voglia di votare in questa direzione sia spesso confinata ai soli centri urbani, e neanche in tutti quelli tradizionalmente più rossi (a Modena, ERC ha ottenuto meno del 3%).

Allo stesso tempo, il Movimento 5 Stelle si è dovuto accontentare delle briciole, a seguito di una campagna elettorale in cui i candidati sono state semplici comparse. A causa delle drammatiche dinamiche nazionali, essi non sono stati in grado di rilanciare una proposta convincente nemmeno nel dibattito regionale; esaurite le rivendicazioni nei confronti della casta, il collante sembra svanito assieme a ciò che teneva assieme. Anche in questo caso, è la paura a spingere per il cambiamento, soprattutto alla luce del risultato calabrese, dove i larghissimi consensi del marzo ‘18 sono evaporati in meno di due anni. Al prossimo congresso del partito si dovrà discutere di tante cose, ma potrebbe essere già troppo tardi per ricomporre i cocci, a meno che non si trovi in fretta un altro fronte su cui concentrare il fuoco mediatico, diverso (opposto?) alle due cornici già esistenti. In effetti, la campagna emiliano-romagnola, al di là delle peculiarità locali (su tutte: Bibbiano e Predappio non arrivano a 20mila abitanti, ma chiunque le saprebbe localizzare sulla cartina) ha visto confermate le tendenze dialettiche del Paese. Da un lato, al PD è rimasta soltanto la questione morale, cornice in cui si inseriscono tutte le proposte avanzate dai suoi esponenti. Non a caso, per convincere gli elettori (in particolare, quelli di centro-destra) a votare Bonaccini, i temi sono stati quelli del “buon” governo e della competenza. Dall’altro, la Destra nazionalista ha rilanciato con forza il proprio messaggio egemonico, secondo cui esiste un legame inscindibile tra identità e sicurezza personali, da cui origina una forma di giustizialismo sociale a danno dei più deboli. È evidente, stando ai sondaggi nazionali, che tra le due narrazioni non c’è confronto, in quanto a ricezione nei cittadini; anche nella rossa Emilia-Romagna il voto è diventato contendibile, come ci ha tenuto a rimarcare Salvini, vero autore del copione elettorale leghista. Per questo, a Sinistra, è il momento di tornare a toccare con mano il campo invisibile, quello che partecipa mosso unicamente da spirito gentile, e che da troppo tempo è orfano di un’identità collettiva.

Fino alla Piazza delle Sardine, l’opinione pubblica, strumentalizzata nelle sue debolezze, veniva descritta come capace di mobilitarsi unicamente alla ricerca di un capro espiatorio. Ora, presa coscienza che i social media, luogo di diffusione della politica, rimangono strumenti, e che in quanto tali possono essere utilizzati anche a beneficio della collettività, è finalmente caduto un primo tabù. Ma un simile sviluppo può ancora poco, se al profilo etico non viene aggregata un’idea materiale di società, un panorama verso cui tendere in nome di un’esigenza storica. La sensazione è che il primo che arriverà a una proposta in questo senso nei gangli di M5S e PD (extended) rappresenterà il primo interlocutore credibile del nuovo decennio. Dove la paura non potrà più bastare, o si trasformerà molto rapidamente in buio.

 

(Alberto Pedrielli)