Imola. Alla fine fu Noesis, ma il cammino che ha portato Girolamo Asta a dare vita a questa società di Management Consulting e Training è stato lungo e merita di essere raccontato.

Girolamo Asta

Gli inizi sono simili a quelli di tanti giovani del passato e del presente. “Mi sono diplomato a Bologna in una scuola di chimica, quella dove lavorava mia mamma. Preso il diploma, ho fatto il servizio civile in un’epoca dove l’obiezione di coscienza era piuttosto osteggiata. Mi sono poi iscritto all’università, ma contemporaneamente ho iniziato a lavorare, lasciando da parte gli studi. Stavo cercando la mia strada e, come tanti, ne ho fatte di tutti i generi: dall’operatore con ragazzi disabili, al ‘quasi’ maestro di sci, dal cuoco al manovale nei rifugi di montagna. Alla fine mi sono anche laureato in Scienze della formazione aziendale. Il primo lavoro ‘serio’ è stato nel campo della formazione. Come tanti giovani ero irrequieto, abbandonai quel settore e la mia vena artistica mi spinse ad avviare un’attività musicale, andavo in giro a suonare…”.

Una passione forte, ma che oggi Girolamo cerca quasi di nascondere sfuggendo alle nostre curiosità. “Fatto sta che presto capii che quel mondo non era fatto per me, avvertivo che c’era qualcos’altro ma in quel momento non avevo ancora chiaro cosa fosse. A 37 anni la mia vita ha subito un drastico cambiamento. Eravamo in pieno anni ‘90, nell’epoca di Tangentopoli con conseguente smottamento politico ed economico. Facevo cose che non mi piacevano, soprattutto le facevo all’interno di un sistema che non condividevo e che in qualche modo alimentavo, mio malgrado. Per caso mi trovai a leggere una mail dell’Unione Europea dove si cercava un capo progetto per un centro di formazione a 100 km da Mogadiscio. L’istinto, la rabbia che covavo dentro, insomma vidi quella mail come un’ancora di salvataggio, una sorta di fuga da quello che stavo facendo. Inviai il mio curriculum e mi presero. Nel giro di un mese ho chiuso la partita Iva, venduto la casa, la macchina e, purtroppo, anche la moto, così sono partito per la Somalia nella totale inconsapevolezza di quello che avrei trovato”.

La Somalia
Da Imola alla Somalia, un bel salto. “Fu un inizio tragico che mi fece pentire subito. Ero arrivato in un paese in guerra, nel pieno di una epidemia di colera con tanto di morti per strada, soprattutto bambini. Ero terrorizzato. Andai dalla responsabile del progetto, una ragazza splendida che, purtroppo, qualche tempo dopo è stata ammazzata, dicendole chiaramente che avevo fatto uno sbaglio e che volevo tornare al più presto in Italia. Mi rispose che potevo tornare, ma che dovevo aspettare il prossimo volo dell’Unione Europea fra una quindici giorni. E lì è scattato qualcosa nella mia mente, la mente umana è diabolica perché si abitua veramente a tutto. Sono rimasto lì un anno con un caldo disumano, sabbia dappertutto. Un po’ alla volta ho cominciato ad appassionarmi a quella terra, un altro pianeta, sembrava veramente di essere atterrato su Marte, a parte il fatto che tutti i somali, fin da ragazzini, girano armati, armi rigorosamente di fabbricazione italiana. Anch’io giravo sempre con alcune guardie del corpo al seguito. Ma anche un luogo dove incontri persone splendide, dove un po’ per volta metti da parte tutte le tue convinzioni, i tuoi pregiudizi, dove capisci che il rispetto delle persone che sono lì e l’ascolto sono le cose più importanti”.

Dalla Somalia al Kenya
In Somalia Girolamo era responsabile di un progetto per un centro di formazione per ex guerriglieri, circa 120 ragazzi che avevano deciso di consegnare le armi in cambio di un progetto di sviluppo del loro tessuto economico fatto di pesca ed agricoltura. Quindi progettazione dei corsi, formazione per gli insegnanti e poi per gli “studenti”. “Purtroppo dopo un anno fummo costretti per ragioni di sicurezza ad abbandonare la Somalia e mi ritrovai in Kenya a gestire, assieme ad un tecnico, la ricostruzione di un sistema idrico per 60.000 persone. Allo scadere dei due anni si concluse il contratto con l’Unione Europea, ma io volevo restare in Africa. Per farlo avevo assolutamente bisogno di un attività lavorativa, altrimenti il governo keniota non mi avrebbe rinnovato il permesso di soggiorno. E trovare un lavoro a 2300 metri sotto il monte Kenya non è certo facile, a meno che non te lo inventi. E infatti me lo sono inventato.

Come inventarsi un lavoro
In pratica iniziai a sperimentare su di me uno schema, quello che tuttora utilizzo nel coaching individuale. Questa è la mia situazione, questo è l’obiettivo, cosa devo fare per raggiungerlo? Cosa mi serve? Quali risorse? In pratica ho cercato di mettere in coerenza l’obiettivo con le risorse necessarie raggiungibili. Dopodiché ho definito un piano d’azione strategico e, cosa importantissima che in questo momento fa la differenza anche se applicato ai nostri mercati, ho cercato di individuare degli indicatori di misurabilità dei risultati, in modo da potere verificare in ogni momento se il percorso fatto ha raggiunto gli obiettivi che ti eri dato, non solo quelli economici. In questi anni ho incontrato degli imprenditori che tra i loro obiettivi vi era quello di aumentare il tempo libero. Non è banale, un imprenditore si rende conto che la sua azienda va bene quando non avrà più bisogno di lui, perché è stato costruito un sistema talmente efficace ed efficiente che le persone sono in grado di muoversi in autonomia, e l’imprenditore potrà unicamente svolgere un ruolo di riferimento e supervisione”.

La produzione di tappeti
Così alle pendici del monte Kenya è nato un laboratorio per la produzione di tappeti con la tecnica del Pezzotto valtellinese che utilizza i materiali di scarto dell’industria. I pezzotti nascono da una tradizione contadina e artigianale: tappeti realizzati a mano con prodotti naturali, in filo di cotone, pile o lana, spesso di scarto. Un tempo erano prodotti di una popolazione povera, ma ora sono diventati un artigianato di pregio. “Ho cercato di applicare le mie tecniche a questo modello di business con l’obiettivo di fare nascere una vera e propria impresa. Certo, se vuoi avviare un’attività servono competenze e risorse. Sono tornato in Italia, mi sono chiuso per un mese in un laboratorio della Valtellina dove ho imparato a fare i tappeti. Dopodiché mi serviva qualcuno che costruisse dei telai artigianali da portare in Kenya. Ho trovato un artigiano di Chiuro. Una volta costruiti ho organizzato un container fino a Mombasa, poi un camion fino a Nairobi e, infine, piccoli pulmini per portarli in questo piccolo villaggio sotto il monte Kenya. Una sorta di Fitzcarraldo dei nostri giorni.

Adesso però arrivava il difficile. Bisognava mettere in produzione i telai. Ho selezionato delle ragazze, ho fatto un corso di inglese perché loro parlavano solo il Kimeru, la lingua del loro gruppo etnico. Abbiamo avviato un percorso formativo per apprendere le regole basilari di una attività lavorativa: gli orari, la gestione del posto di lavoro, le pause, nonché le tecniche di produzione. Ma la cosa più difficile è stata mettere a punto i telai ed avviarli. Io non ero in grado, l’unico a poterlo fare era l’artigiano valtellinese. Lui e sua moglie non erano mai usciti dalla Valtellina, li ho convinti e alla fine sono venuti in Kenya. Ora l’attività è gestita da una piccola cooperativa che ha iniziato a produrre anche altre cose: borse, cinture, ecc. Il prossimo obiettivo è quello di costruire un centro di accoglienza e formazione per ragazze che dia la possibilità di avviare piccole iniziative imprenditoriali, attraverso il meccanismo del microcredito”.

Nasce African Looms
Dall’idea di un singolo è nato un progetto che ora ha alle spalle anche una piccola realtà associativa: African Looms APS (Associazione di Promozione Sociale) che ho fatto nascere alcuni anni fa per sostenere le ragazze madri del Kenya e dei loro bambini, che ora sto portando avanti assieme ad alcuni amici. L’idea alla quale stiamo lavorando è un centro di formazione per ragazze madri che dia loro la possibilità, attraverso il microcredito, di avviare piccoli progetti imprenditoriali. Potranno stare nel centro tre anni, vi sarà anche una scuola per i figli e l’obiettivo è quello di renderle autonome. Io dico sempre ai miei amici africani che non devono dire grazie a nessuno, se prendono uno stipendio non è perché io sono buono, ma perché sono loro che stanno facendo qualcosa che merita e questo gli permette di gestire la loro vita in autonomia. Se non fosse così ritorneremmo alla carità che non serve nessuno. L’impresa non è solamente uno strumento profit, ma è un attore sociale a tutti gli effetti perché permette alle persone di avere una vita dignitosa e le persone sono il vero valore dell’azienda. Quindi l’imprenditore deve valorizzarle”.

Il ritorno in Italia
Dopo sei anni di Africa il ritorno in Italia, ma non da solo. “Sono tornato dall’Africa con un bimbo che ho conosciuto là quando aveva pochi giorni, abbiamo deciso di diventare papà e figlio quindi quando sono rientrato in Italia l’ho portato con me. Allora vivevo a Milano e non era facile combinare l’attività lavorativa con quello di genitore, visto che ero solo. Così chiesi aiuto a mia madre e tornai a Imola dove lei viveva e dove, parecchio tempo dopo ho incontrata la mia attuale moglie, Marina. Ora i figli sono diventati tre e cerco di dedicare alla mia famiglia tutto il tempo possibile”.

Un mestiere, quindi, messo a punto sotto il monte Kenya che ora, però, si sarebbe dovuto sviluppare in un contesto assolutamente diverso. “Praticamente la mia attività di Coaching è nata in Africa anche se quando misi a punto quelle tecniche per sviluppare l’attività dei tappeti non avevo assolutamente idea che si chiamasse così. Tornato in Italia ho ripreso gli studi facendo dei master, poi ho scoperto il Coaching. Ho fatto prima una scuola triennale di Counseling, diventando Counselor professionista, ma questo campo a metà tra il Coaching, la psicologia e la psicoterapia mi obbligava a sconfinare in territori che non erano i miei, allora mi iscrissi alla Scuola di Coaching e ho fatto un percorso fondamentale con quello che, nonostante abbia uno stile molto diverso dal mio, lo considero il mio maestro, Anthony Robbins. Così ho iniziato a gestire dei clienti e ora propongo e gestisco percorsi di Coaching per manager e imprenditori”.

Noesis
Quindi oggi l’attività di Girolamo Asta si esplicita su due versanti: da una parte Noesis “dove lavoro a stretto contatto con altri Professionisti”, dall’altra quella del Coaching, gestita più individualmente. “Noesis è la società che abbiamo creato qualche tempo fa per propone alle piccole medie imprese, ad imprenditori o manager uno sviluppo complessivo delle performance di business, a partire dalla riduzione delle dispersioni. Solitamente gli imprenditori la prima cosa che chiedono è di fatturare di più. In realtà se fatturi di più ma mantieni l’azienda nel caos non fai altro che aumentare la fatica per mantenere gli stessi obiettivi. Paradossalmente si può guadagnare di più fatturando meno. Il nostro modello consente, non solo di analizzare lucidamente la situazione di business per elaborare un quadro di immediata interpretazione ma, soprattutto, di mettere in campo quelle procedure utili a che nulla sia lasciato al caso, in un percorso di ottimizzazione complessiva dell’impresa, a partire dalle nuove conoscenze e abilità delle persone coinvolte. Il tutto definito da precisi indicatori di misurabilità”.

Un lavoro non semplice in un mondo di piccole e medie imprese alle prese giorno per giorno con i problemi di una economia ancora in grande difficoltà. “Ingenuamente pensavo che presentare un intervento di questo genere e attuarlo fosse più semplice con le piccole e medie imprese, non avevo calcolato che spesso devi scontrarti con la testa dell’imprenditore che, invece, ha la pretesa nella stragrande maggioranza dei casi di ottenere dei nuovi risultati continuando a fare ciò che ha sempre fatto. Quindi prima devi cercare di entrare in questi meccanismi mentali e cercare di modificarli per poter arrivare ad un risultato positivo”.

Alla ricerca di se stessi
Quella di Girolamo sembra una vita alla continua ricerca di qualcosa. “Ho fatto mia una frase presa da Palomar, un libro bellissimo di Calvino: ‘Un uomo è partito in cerca della conoscenza, non è ancora arrivato’. Io sono lì e non mi fido di quelli che dicono di avere capito tutto. Credo che si possa aiutare gli altri con un atteggiamento umile, non falsamente umile. Prima di giudicare dobbiamo conoscere, perché valutare le persone da quello che fanno in quel momento non ha senso. Da un punto di vista professionale non mi interessa l’azione in quanto tale, ma il motivo per cui la persona ha compiuto quell’azione o è arrivata a quel punto”.

Da Imola a Milano, da Milano in Africa e poi il ritorno, se non è avventura questa… “Nonostante si pensi all’Africa come al terzo mondo, in Kenya si vive una dimensione internazionale, a Nairobi ci sono tutte le organizzazioni mondiali, a cominciare dalla Nazioni Unite. Il livello di confronto era questo. Certo c’è chi utilizza le proprie competenze per fare robe non condivisibili, ma in generale trovi persone veramente in gamba. E tra questi, quelli che mi hanno più colpito sono i Padri Comboniani. Ho avuto modo di conoscere Alex Zanotelli quando viveva dentro allo slum (baraccopoli) di Korogocho. Un personaggio incredibile. Loro fanno veramente politica agendo sul sociale. Fanno politica vera cercando di risolvere le cause che producono la non equità nel mondo. Una persona con due lauree, che parla che parla quattro lingue, che ha competenze altissime, decide di partire da Korogocho. Tu arrivi in Africa con tutte le tue storie nella testa e presto capisci che tutta quella roba che ci siamo messi in testa non conta nulla, che il mondo è questo, con le sue brutture, con le sue bellezze, ma, soprattutto, con tante iniquità. Non nego che sono molto preoccupato per il futuro dei nostri figli”.

Però bisogna guardare avanti. “Certo, le nostre attività devono crescere, servono impegno e dedizione. Poi vorrei dedicare più energie allo sviluppo di African Looms. L’Africa ti rimane nel cuore. Ti trasmette una energia difficile da definire e da trovare in altre parti del mondo. Non a caso Lucy, la mummia più vecchia del mondo è stata trovata in Etiopia. Può piacere o no, siamo tutti africani. E quando sei lì vi assicuro che quell’energia si sente e ti fa sentire a casa. Oggi Noesis mette a disposizione una parte del suo fatturato per finanziare questo progetto in Kenya, però occorre qualcosa di più. Fortunatamente accanto a me ci sono, persone che si stanno dando da fare. Io voglio che chiunque faccia o doni qualcosa tocchi con mano a cosa serve davvero il suo impegno. Noi siamo piccolini ma quando dissi questo a una ragazza africana, quasi per scusarmi per non potere fare di più, lei mi guardò e mi rispose: ‘Ma tu stai cambiando le nostre vite’. A me basta, e ti fa capire che è importante anche ciò che fai per dieci persone”.

Rimane un’ultima, ma importante curiosità. Come è possibile fare convivere una cultura umanista con un mondo economico esasperatamente spinto verso la massimizzazione del profitto? “Inutile negare che i soldi sono importanti, sono un mezzo per raggiungere obiettivi importanti. Mi ricordo una frase di Anthony Robbins: ‘Chi dice che i soldi non sono importanti non ha mai avuto nessuno che ama a cui fare un regalo”. Se tu tieni alle persone e se hai voglia di fare delle cose per loro, se non hai soldi le puoi fare lo stesso, ma se hai soldi puoi fare qualcosa di più. Insomma dipende come ti poni all’interno di questo meccanismo economico. Io ho fatto la scelta di selezionare clienti e aziende con le quali lavoro, ad alcuni dico di no. Per me è molto importante lavorare con situazioni e persone che siano almeno in sintonia con il mio sistema valoriale, che certamente non è quello giusto, ma è quello in cui credo”.

(Valerio Zanotti)