Torino. A Torino si è tenuto un interessante incontro sul tema della mobilità e ne abbiamo parlato con il responsabile nazionale della Fiom , Michele De Palma.

Cosa è emerso dal dibattito di questi giorni?
“Che noi dobbiamo fare i conti col fatto  che viviamo una trasformazione radicale della mobilità e dei suoi vettori. Il sindacato non ha avuto il tempo di affrontare quei temi che il segretario generale della Cgil, Bruno Trentin  aveva già posto sul tavolo, e cioè che bisognava passare dall’automobile alla città mobile. Oggi viviamo una grande passaggio che poggia su tre punti principali. Prima di tutto vediamo un cambiamento del rapporto tra le persone e i vettori della mobilità e mi spiego meglio: i giovani non puntano più alla proprietà dell’auto. Un secondo elemento da tenere presente è l’aspetto ecologico del modello che ha fin qui ha dominato i nostri spostamenti e l’impatto devastante sul clima del nostro pianeta. E’ del tutto evidente che c’è un ritardo fortissimo in Europa, dovuto al fatto che in Europa, soprattutto in Germania e in Italia,  gli investimenti si sono concentrati sulla crescita del diesel, mentre in altri paesi del mondo, a partire dalla Cina, la scelta strategica ha riguardato il motore elettrico. Sappiamo bene che tutte le scelte che riguardano la mobilità sono in qualche modo legate al tipo di alimentazione dei motori; quindi la decisione della Cina di puntare sull’elettrico (come avviene peraltro in Francia) e determinata dalla produzione del combustibile (in Francia poi abbiamo un paese che ha un surplus de produzione elettrica), invece Italia e Germania hanno scelto di puntare sul fossile. Ora siamo in una fase di passaggio e per la ricerca di alternative al petrolio ci sono due scelte ben diverse fra loro. Elettrico da un lato, motore a idrogeno dall’altra. In questi due giorni di confronto al Politecnico di Torino ci sono arrivate dai ricercatori che abbiamo ascoltato indicazioni che hanno soprattutto sottolineato le differenze fra le due opzioni e questo è un elemento dirimente proprio quando le grandi multinazionali dell’auto devono compiere le scelte decisive per il tipo di produzione”.

E siamo al terzo elemento…
“Il terzo elemento che gioca un ruolo determinante riguarda le scelte dei continenti, dall’America all’Asia passando per l’Europa e che sono rese più complicate dalle guerre commerciali (introduzione dei dazi compresa) che sono attualmente in atto. E’ noto che oggi la produzione dell’auto prevede una ragnatela di connessioni che fanno sì che il prodotto finale sia letteralmente il frutto di una connessione globale. In Italia abbiamo poi una crisi dentro la crisi determinata dalle scelte della FCA di investire le risorse nel settore finanziario del gruppo a scapito del comparto produttivo.  E ricordo che noi abbiamo perso, in Italia, un soggetto importante come la Marelli (ceduta a una società giapponese) che aveva investito nelle nuove tecnologie, a partire dall’elettrico (mentre ci si attendeva che diventasse strategica, in FCA, per la ricerca sul futuro delle batterie). Questo evento non si è realizzato e per mancanza di coraggio dell’azienda  e per mancanza di coraggio della politica che non è stata capace o non ha voluto negoziare con la società strade alternative. Il risultato è stato catastrofico, la Marelli è oggi un’azienda  nelle mani di una impresa giapponese a sua volta dominata da un fondo americano  e per l’Italia ha rappresentato un crollo produttivo di Fca. Poi altre conseguenze hanno aggravato la situazione. Solo un italiano su quattro compra macchine italiane (le percentuali sono ben diverse in francia e germania  poi dobbiamo tener presente che con il passaggio all’elettrico ci sarà un calo degli occupati (in Germania il passaggio a tutto elettrico farà perdere circa 400.000 posti di lavoro. Ma mentre in Germania è in atto un tentativo fra governo, sindacati e aziende per governare in maniera congiunta questo passaggio, da noi non se ne parla.”

E il nostro governo che fa?
“Pare avere un atteggiamento bipolare, da un lato contratta ammortizzatori sociali, poi, in un altro tavolo vuole fare grandi discussioni sulle strategie future. Il rischio è che la crisi si mangi le aziende e che quando si parlerà di futuro  scopriremo che quel futuro  riguarda altri. Al momento infatti non ci sono segnali di voler arrivare ad accordi sottoscritti con Fca che prevedano impegni precisi e tempistiche coerenti.”

Torino è ancora una capitale dell’auto?
“Lo è stata, adesso vorremmo che diventasse la capitale della mobilità, vale a dire integrazione con  le scelte urbanistiche della città. Altrimenti andiamo verso una polarizzazione che vede i ricchi disporre di auto a bassissimo impatto ambientale  mentre gli altri potranno solo essere spettatori di questa trasformazione. Dobbiamo quindi puntare alla condivisione delle auto e un profondo ripensamento del servizio pubblico.”

(m.z.)