Carla, Concetta, Fausta, Maria Stefania, Ambra, Francesca, Rosalia, Fatima, Rosalia, Monica, Speranza, Laureta. Sono nomi che non hanno più un corpo di riferimento, non corrispondono più a donne da identificare e nominare. Proprio quelle che il potere maschile ha ucciso nel mese di gennaio. Dodici in un mese, 6 in una sola settimana. Un’altra, lotta per la vita a Biella. Vittime di un compagno o di un ex. La strage continua, mentre la Cassazione apre l’anno giudiziario comunicando che in tre anni 369 donne sono state assassinate. Un numero costante a fronte di un lieve calo degli omicidi complessivi. La definisce una emergenza nazionale. Una emergenza che produce alti costi sociali e complessi problemi le cui soluzioni hanno tempi lunghi e richiedono la mobilitazione di ingenti risorse : competenze, servizi, denaro. Una emergenza che lascia orfani figli minori e che rappresenta solo la manifestazione estrema di un fenomeno molto, molto più vasto che lacera la vita di migliaia di donne.

La mappa dei Paesi che non hanno ratificato la Convenzione di Istanbul contro la violenza (in rosso)

 In Europa
Da anni sono noti i numeri che tracciano le forme di violenza: fisica, sessuale, economica, psicologica, verbale, stalking. Una indagine dell’Agenzia Europea riporta che 1 donna su 20 ha subito uno stupro, 1 su 3 è vittima di violenze fisiche o sessuali  a partire dai 15 anni. Il 55% delle donne ha subito una o più forme di molestie sessuali, l’11% violenze informatiche. Solo il 14% ha denunciato il partner e il 13% ha denunciato violenze da un non partner. Il Parlamento Europeo ha individuato fra le prossime priorità l’elaborazione di una strategia europea di genere e ha annunciato un maggiore impegno contro le molestie on line e informatiche. Inoltre chiede che la violenza sulle donne sia inclusa nel catalogo dei reati riconosciuti dall’UE. Alla fine del 2019 ha ratificato la Convenzione di Istanbul, (l’Italia lo fece nel 2013). In quella seduta due esponenti di Forza Italia e l’intera delegazione di Fratelli d’Italia (parte del gruppo “Conservatori e riformisti”) non hanno votato a favore della ratifica. Fra i Paesi che ancora devono assumerla, il Regno Unito, la Bulgaria, la Repubblica Ceca, la Lituania, la Lettonia, la Slovacchia, l’Ungheria. Dopo il voto europeo dovranno procedere. Non è un caso che siano proprio questi Paesi. Tutti diretti da Governi di destra.

25 gennaio 2020

Una cultura di rispetto e dignità per prevenire la violenza
La cultura patriarcale è alla radice della violenza sulle donne. Il potere maschile si fonda sulle disuguaglianze di genere, sul possesso assoluto del corpo femminile e sul pieno controllo delle nostre vite. Lo abbiamo affermato più volte. Ne è una prova il diffondersi si una inaccettabile violenza verbale crescente, che, pur prendendo di mira singole donne, offende tutte. Sui social network, ma non solo.

I media ricorrono per lo più a un linguaggio sessista, esplicito o velato. Lo fanno quando riportano i fatti di cronaca e quando le donne sono oggetto diretto o indiretto di informazione. Espressioni come “tragico destino”, “scelte personali sbagliate”, “raptus altrui”, si incontrano spesso nei racconti di femminicidio o di altre forme di violenza. Invece di raccontare la realtà e le sue implicazioni complesse, la alterano, ne forniscono una visione distorta che finisce per colpevolizzare le vittime. Un caso clamoroso è quello di “Libero” del 25 gennaio che in prima pagina ha titolato “Più maschicidi che femminicidi”. Un titolo provocatorio, sarcastico, “dimentico” del fatto che gli uomini non vengono uccisi dalle partner e che il termine “femminicidio” ha un’accezione precisa che ne svela cause e logiche culturali. Il pezzo è uscito a firma di una giornalista. Una speculazione vergognosa. Non si tratta di delirio giornalistico. Questo approccio legittima la cultura patriarcale e maschilista, la stessa che ha ispirato il DDL Pillon, la stessa che propone una visione della società e della relazione fra i generi dove la componente femminile è subalterna e dipendente dal potere maschile. Non tragga in inganno il fatto che sia opera di una donna. Essere donne non necessariamente implica una visione che prevede la libertà di autodeterminazione. Gli uomini da sempre fanno leva sulla divisione fra donne per svuotare di valore le istanze che chiedono pari opportunità e la libertà di decidere della propria vita. Sottolineano così la presunta inadeguatezza femminile ad assumere leadership e posizioni di potere e ne negano la soggettività individuale e collettiva. Una vecchia trappola, in cui di frequente cadono le donne stesse.

Sulla pelle delle donne si fa spettacolo e campagna elettorale permanente.
Le recenti posizioni di Giorgia Meloni a proposito del monologo di Rula Jebreal a Sanremo e le dichiarazioni sulla bocciatura dell’emendamento di maggioranza al Decreto Milleproroghe per salvare la Casa Internazionale delle donne di Roma, sono emblematiche. La Meloni non dice cosa pensa dei contenuti del discorso della Jebreal né si pronuncia sull’ indispensabile funzione della Casa delle Donne. Non si scopre, ma la butta sulla par condicio (“una giornalista di parte”) nel primo caso e su un presunto vantaggio elettorale a favore di un avversario politico nel secondo. Pura speculazione politica. Liliana Segre, coerente ai propri principi, ha espresso solidarietà alla Meloni per le minacce che l’hanno presa di mira di recente. Un altro approccio, una pratica di solidarietà fondati su una visione radicalmente diversa, di sostanza. La differenza è profonda. Sta nella visione  e nella pratica politica, nel linguaggio, nel vile e menzognero proclamarsi super partes. Su questi temi la sinistra è colpevolmente silente, tradendo il suo percorso storico. La destra specula a proprio vantaggio senza rivelare il suo vero pensiero e coprendo, complice, gli atteggiamenti di odio verbale e le scelte che mettono in discussione anni di conquiste femminili verso una società paritaria. In tema di relazione fra i generi, la neutralità è mistificazione ipocrita. La sistematica riproposizione dei media di modelli femminili fondati sull’ esposizione dei corpi, di un linguaggio stereotipato sessista, è terreno fertile per alimentare schemi mentali discriminanti. L’esempio è il Festival di Sanremo di qualche giorno fa. Da un lato si tenta il “rimedio” della gaffe del conduttore durante la presentazione (la virtù di saper rimanere un passo indietro rispetto ai compagni) del festival mandando il monologo della Jebreal (peraltro all’1 di notte), e promuovendo il concerto contro la violenza sulle donne del 19 settembre prossimo al Campo volo di Reggio Emilia. Dall’ altro si ospita Junior Cally il cantante mascherato che dice di non essere sessista e di non mostrare il volto per favorire la concentrazione sull’ ascolto dei  delle sue canzoni con testi di estrema violenza verso le donne. Un polpettone grottesco dove la presenza di Jessica Notaro annega in uno show che propone tutto e il suo contrario.  Non c’è alcuna neutralità in questo ma una grave responsabilità della RAI e degli autori della kermesse sanremese di fronte alla quale l’indignazione per le morti di femminicidio impallidisce e suona ipocrita e falsa.

La Casa delle donne di Roma sfrattata dalla Giunta M5S

Intanto i Centri antiviolenza sono in difficoltà e la Casa delle donne di Roma è stata chiusa
In Italia la spesa  per aiutare le 15.000 donne che ad essi si rivolgono ogni anno (dati ISTAT) ammonta a soli 0,76€ per ogni donna che subisce violenza. I Comuni per far fronte al fenomeno ne ricevono 0,10€ . Con la recente manovra economica del Governo sono stati stanziati 12 milioni di Euro in più, 4 per ogni anno nel triennio 2020-2022. Il chè significa che il Comune di Imola riceverà 0,07€ in più. Decisamente poco per un’emergenza nazionale. Venerdì prossimo, 14 febbraio Non Una di Meno sarà di nuovo in piazza con “One billion Rising” il flashmob che ogni anno mobilita in molte città del mondo milioni di donne. A Bologna l’appuntamento è alle 18 in Piazza S. Francesco. Durante la recente campagna elettorale  per il rinnovo degli organi di governo regionali è stata lanciata la campagna “Pensaci prima”,  ad opera delle promotrici dell’opposizione al DDL Pillon e della manifestazione del marzo scorso a Verona. La campagna chiede di raddoppiare e rendere strutturali le risorse ai centri antiviolenza, il sostegno economico a donne attive nei percorsi di fuoriuscita dalla violenza, l’istituzione di un fondo regionale per coprire le spese di assistenza legale. Per aderire basta accedere al sito www.pensaciprima.info. Queste richieste saranno nel prossimo futuro una sfida anche per la rinnovata amministrazione  emiliano romagnola, chiamata a realizzare politiche concrete in tal senso. Un banco di prova per dare seguito al “passo avanti” della Giunta Bonaccini.

(Virna Gioiellieri)