Spero che tu non parli con leggerezza, nella mia vita oggi c’è posto solo per la verità. (John le CarréLa Casa Russia)

Il criterio è sempre quello, mirabilmente espresso da Norberto Bobbio.
La destra vuole conservare le disuguaglianze che ogni essere umano eredità dalla nascita.
Le sinistra cerca di ridurle.

Si propone di rimuovere, così recita la Costituzione all’articolo 3 recependo l’istanza, “gli ostacoli che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini e impediscono il pieno sviluppo della persona umana…”.
L’idea di giustizia è la stella polare che ne orienta il cammino, il suo tratto identitario.
Una sinistra che non onori questo comandamento non può definirsi tale.

Noi non siamo quello che diciamo bensì quello che ci viene riconosciuto di essere.
Se bastasse definirsi da sé saremmo tutti buoni e generosi.
E coraggiosi, pur se candidarsi in Emilia-Romagna non è così pericoloso.

La costruzione di una società senza barriere, che ci piace immaginare della stessa sostanza etica che spinge Kant a considerare la violazione dei diritti fondamentali in un luogo uno sfregio inferto loro in tutto il mondo, rimane l’ostinato paradigma di una politica ispirata a valori di progresso civile.
Anche quando la sua flessibile declinazione, nelle molteplici e spesso imprevedibili manifestazioni della storia, risulti ardua, al netto della sensibilità e della qualità dei suoi interpreti.

Ci sono, diceva Epitteto, cose che dipendono da noi e cose che non dipendono da noi.
Oggi più di ieri.
Bisogna ricordarsene, per tener distinta una salutare critica da una caccia ai colpevoli.
Pur se la lingua prude ogni volta che comportamenti scriteriati aggrovigliano i nodi anziché scioglierli.
E le pretenziose linee tracciate nel vuoto a delimitare la verità dei pensieri e delle azioni progressiste, somigliano a scarabocchi di confusi egoarchi.
Fassina chi? Renzi cosa? Una pena.
Intanto le disuguaglianze restano, le povertà e i cattivi lavori crescono, la qualità della vita cala.

La nostra agenda in questi anni si è arricchita solo di una contenuta battaglia per i diritti della persona e di un ambientalismo così pallido da sembrare posticcio.
La sinistra sembra aver perso il bandolo.
Fatica a sciogliere la matassa globale.
La destra di ispirazione liberale è ancor più in difficoltà.
Quella sovranista ha trovato il bandolo elettorale ma non il filo che conduce fuori dal labirinto di un mondo incapace di produrre ricchezza e ripartirla equamente preservando la salute della terra.
Nessuno sa come fare.
Loro hanno un pensiero sbagliato.
Noi abbiamo un pensiero interrotto.
Che dobbiamo ricominciare a pensare.

Non è vero che chi cerca trova, ci sono cose che cerchi tutta la vita e non le trovi mai.
Nemmeno volere è potere, come dicono quelli che possono.
Ma provarci con più convinzione, con più dedizione, a comprendere la causa delle cose, per capire dove andare, per sapere cosa fare, questo si può, si deve.
“Lei ha cambiato opinione” rimproveró un avversario a Keynes.
“Sono cambiati i fatti” replicó il grande economista.

Con l’avvento del nuovo millennio è cambiato il mondo intero.
Ma non l’idea che ne abbiamo da secoli, occidentalocentrica, nazionalista, strapaesana a volte.
Senza la comprensione dei fenomeni è impossibile anche l’azione.
Specie nel campo che più di ogni altro si è caricato di significati e di conseguenze politiche: l’ineguale distribuzione della ricchezza e delle opportunità.
Che la lunga marcia delle conquiste sociali nel secolo scorso aveva attenuato e che si è brutalmente riproposta.

Producendo in un Occidente appagato dei frutti della sua supremazia planetaria, che aveva ormai sepolto l’ascia del conflitto sociale ( i più vecchi tra noi ricordano certo l’analisi di Peter Glotz degli anni settanta sulla società dei due terzi, soddisfatta del benessere raggiunto e indisponibile a cambiamenti radicali) uno choc.

Destinato a persistere fino a quando non si troveranno dei correttivi che mitighino gli effetti del grande rivolgimento in atto e se ne renderanno comprensibili e tollerabili le ragioni.
Già sapere che alcune di esse sono inevitabili aiuterebbe a renderle più sopportabili.

La mappa dei consensi elettorali non segue solo, come vuole la narrazione sovranista, una linea di disagio sociale che le consegna le campagne e le periferie condannando una sinistra sazia e complice a rappresentare le città e i ricchi ( la maggioranza di essi non vota PD, garantito).
La differenza è anche, a volte soprattutto, cognitiva: sapere e non sapere orientano diversamente sentimenti e voti.
Non c’è nulla di spregiativo a dirlo, se pensi e operi affinché la via maestra sia quella dell’emancipazione, dell’acculturamento di tutti e non l’esaltazione dell’ignoranza alla stregua di un felice stato di natura.

In questo piccolo scandaglio delle ragioni della sinistra nel XXI secolo tutto, dalla nuova divisione internazionale del lavoro alle migrazioni, ci riporta alla questione della distribuzione della ricchezza globale.
Quella ingiusta che c’era prima, che non ci disturbava perché riguardava gli altri.
Quella diversamente ingiusta che c’è adesso, e ci turba perché riguarda pure noi.
Anche l’ingiustizia soggiace alla lente deformante degli interessi, che la rendono deprecabile o accettabile.

“È il principio dello Stato nazionale – scrive Ulrich Beck nel suo libro Disuguaglianza senza confini- che legittima la disuguaglianza globale”, che ci preclude la comprensione dei fenomeni.
Che, nell’era dell’interdipendenza planetaria, sono collegati, nel bene e nel male.
Il battito d’ali della farfalla a Tokyo che scatena un uragano a Chicago è lo stesso che fa crescere in Cina la classe media più grande del mondo (che compra prodotti italiani) e impoverisce la nostra.
È necessario, sostiene Beck, guardare alla disuguaglianza globale in una prospettiva cosmopolitica che includa gli altri, che dia peso politico anche alle ingiustizie che si consumano al di fuori dei confini nazionali.
Per una questione di realismo, sottolinea, prima ancora che di giustizia.
Per riuscire a comprendere e governare processi che travalicano e spesso travolgono le frontiere nazionali.

E, senza questo approccio cognitivo, generano paura in luogo di consapevolezza e rinazionalizzaziobe anziché cooperazione.
Qui c’è il fronte della battaglia antisovranista, qui passa il confine fra società aperte e società chiuse.
Qui la sinistra deve saltare.
Chi non salta di sinistra non è.

Continua…

(Guido Tampieri)