Romania, Anni Trenta. I nazionalismi si risvegliano, l’antisemitismo già presente nel decennio scorso nella nazione diventa sempre più violento e diffuso, quotidiana. Uno scrittore così si rivolge ad una ragazza: “In un simile contesto, c’è qualcosa di ridicolo a continuare a scrivere, non trovate?”.
“No, al contrario!” Mi raddrizzai come stessi risorgendo e spensi la sigaretta. “Perché dite così? Se in Germania bruciano i libri, allora vuol dire che in quei libri è contenuta una verità che non riescono a sopportare”.

Il romanzo che vi presentiamo si è aggiudicato il Prix Anais Nin 2019, e farà conoscere al lettore italiano un momento storico ignoto ai più, lo sviluppo del violento fascismo rumeno negli anni Trenta. Il contesto era quello di una Romania ove la casa reale era discendente degli Hohenzollern, l’80 % della popolazione era di contadini alle dipendenze di latifondisti, il clero ortodosso custode dei costumi e tradizioni del mondo contadino, l’industria agli albori era controllata dai capitali stranieri, la nascente classe media di commercianti e professionisti era di origine ebraica, fuggiti dalla Russia dalle persecuzioni negli anni Ottanta del XIX secolo e impiantati in Bessarabia, Transilvania e Bucovina (un tempo rispettivamente sotto le dominazioni russa, austriaca e ungherese e resi alla Romania dopo la prima guerra mondiale).

Il movimento, “Guardia di ferro”, assunse le caratteristiche di un ordine religioso e di una formazione paramilitare, assorbendo in una combinazione inestricabile estremismo nazionalistico e misticismo. Perciò era al tempo stesso cristiano-integralista, anti-razionalista, ultra-nazionalista, antibolscevico, antiborghese, antisemita e anticapitalista ove per capitalismo intendevasi in particolare quello dei succitati “nuovi ebrei” borghesi” (tratto da Wikipedia).

Immaginate i repentini e sostanziali mutamenti avvenuti in questo ampio angolo di Europa, dalla quiete dell’Impero asburgico al risveglio dei nazionalismi, dalla Seconda guerra mondiale all’avvento del comunismo, per poi passare dopo alcune decadi allo shock del libero mercato: un secolo vissuto pericolosamente.

Lionel Duroy, Eugenia, Fazi (Traduzione di Silvia Turato)

Eugenia è cresciuta a Iaşi, centro culturale cosmopolita e raffinato, dove però, così come nel resto della Romania degli anni Trenta, gli ebrei iniziano a essere malvisti. Lo stesso accade nella famiglia di questa giovane studentessa di Lettere: sia i genitori che il fratello maggiore di Eugenia si lasciano contagiare dai pregiudizi razziali. Quando lo scrittore ebreo Mihail Sebastian, invitato per una conferenza all’università, viene violentemente aggredito da alcuni militanti di estrema destra, soltanto la ragazza si schiera in sua difesa; colpita da un’improvvisa presa di coscienza, che le apre gli occhi di fronte al pericoloso espandersi dell’odio razziale, si trasferisce a Bucarest, dove ritrova Mihail e finisce per innamorarsene. Mentre il malinconico scrittore, impegnato a confrontarsi con il suo ruolo di intellettuale nel contesto dell’antisemitismo crescente, è esposto a rischi sempre maggiori, Eugenia è determinata a opporsi alla barbarie e a difendere i suoi ideali di libertà: cercando di sopravvivere in un paese sconvolto dalla guerra arriverà a comprendere che l’unico modo per combattere il male è ricercarne l’origine.

Sullo sfondo di una nazione contraddittoria e affascinante, questo romanzo vede intrecciarsi magistralmente la grande storia del secondo conflitto mondiale e le vicende intime dei suoi personaggi. Traendo ispirazione dalle voci degli intellettuali che animarono la scena culturale dell’epoca, in particolare quella del brillante scrittore romeno Mihail Sebastian, Lionel Duroy firma un libro appassionante e profondo: accuratissimo nella ricostruzione storica, al tempo stesso Eugenia invita il lettore a porsi gli stessi interrogativi che qui animano la riflessione sull’origine del male portata avanti dalla protagonista, riflessione oggi più che mai necessaria.