Il life style è caro ad ognuno di noi e fare un “pieno d’acqua” di 1,5-2 litri al giorno è vitale anche se è inutile esagerare con i bottiglioni di plastica, e ancor più sforzarsi di bere tanto, se non si ha proprio sete; proprio per questo oltre alla priorità di non dissetarci in eccesso anche “altre” abitudini meno nobili del quotidiano dovranno prima o poi cambiare perché questo aspetto del consumo giornaliero complessivo di acqua è un record mondiale (sbagliato) che ci accompagna da troppo tempo e di cui poco possiamo vantarci, dal bagno in vasca (120 litri d’acqua) ai tre milioni di metri cubi al giorno che servono per “condizionare” un palazzo di otto piani, dal lavare i denti lasciando aperto il rubinetto (30 litri), al carico lavastoviglie (40 litri).

Sul banco degli imputati perciò anzitutto noi e tutti quei comportamenti in cui potremmo migliorarci, iniziando dal sistemare il rubinetto che goccia (5 litri al giorno) e a cascata tutto il resto, con la consapevole necessità etico-morale del voler abbattere (al ribasso) quel centinaio di litri al giorno pro-capite rilevati da Istat, grazie al quale troneggiamo fra i leader mondiali degli sprechi idrici.

In seconda battuta, ma non per importanza, l’accusa alle aziende (anche) da parte dei cittadini di interi quartieri che nel tempo hanno denunciato (invano) disservizi alla “portata” d’acqua ai loro impianti domestici per colpa dei comprensori industriali, artigianali ed agroindustriali limitrofi che lavorano e trasformano i prodotti grezzi (ad esempio le derrate agricole) nelle loro fabbriche, un tale fiume d’acqua (potabile) che a detta loro non giunge più regolarmente ai loro rubinetti di casa, invalidando così il servizio di erogazione della rete pubblica oltre ogni buon senso.

Dalla politica nazionale urgono perciò risposte oltre che legislative anche di coscienza sociale ben più “globalizzate” e semmai in parallelo con quelle degli enti locali, che finora sono rimasti alla finestra, sulla promulgazione (e sull’osservanza) di norme a salvaguardia di questo “oro blu”, che non è bene inesauribile e rinnovabile, per noi stessi e nell’ottica di un futuro decente per i dieci miliardi di persone che si stime popoleranno il pianeta nel 2050.

Da ciò ne conviene che prima o poi bisognerà porre fine a questo “far west” normativo sugli approvvigionamenti d’acqua, tanto per le dighe idroelettriche per produrre energia quanto per il principale imputato, il primario agricolo, che ultimamente è stato chiamato in causa in merito i fabbisogni idrici per le coltivazioni; ho letto da qualche parte che per un pomodoro servono 13 litri d’acqua e 70 per una mela, 200 litri per un bicchiere di latte e ben 140 per una tazzina di caffè, e credo sia giusto visto i tempi che corrono per una approfondita riflessione etico-morale oltre ogni calcolo di carattere economico-finanziario.

Se siamo ai primo posti al mondo nel consumo pro-capite di acqua è colpa tanto delle dispersioni idriche, che valgono per un terzo del totale, quanto degli impatti “industriali”, ma soprattutto delle nostre sbagliate abitudini; l’inerzia della politica però non aiuta, perché finora non ha “promosso” alcuna inversione di tendenza in quanto businness e consumismo (che fanno P.i.l.) hanno finito per vanificare qualsiasi iniziativa, anche legislativa, volta a combattere lo spreco d’acqua; l’inerzia poi delle amministrazioni locali, trascurando il monitoraggio dei prelievi idrici da parte le aziende di produzione (agricoltura, allevamenti, ecc.) e di trasformazione (industria, agroindustria, ecc.)ha poi fatto il resto, chiudendo il cerchio.

(Giuseppe Vassura)