Daniel era un bullo, ora farà l’educatore: alla sua laurea era presente anche il magistrato che lo condannò.
Una storia difficile di un ragazzo che voleva cancellare un passato fatto di rapine e violenza. Daniel ha deciso di riscattarsi, di riprendersi una rivincita contro se stesso. Come? Laureandosi in “Scienze della formazione” all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

Daniel è nato a Quarto Oggiaro, quartiere di Milano famoso per l’alto tasso di reati; nel suo passato ci sono pestaggi, violenze, bullismo: è persino finito in carcere dopo una rapina. Nel suo giorno di laurea, ad applaudirlo all’università Cattolica c’era anche il magistrato del Tribunale per i minorenni che l’ha processato e fatto condannare in tutte le udienze in cui era imputato, gli insegnanti e gli educatori del Beccaria e del San Vittore. Tutti quanti orgogliosi e soddisfatti del riscatto di Daniel e, dunque, anche del loro lavoro che ha portato quel ragazzo alla laurea.

Negli occhi di quella Pm – severissima e dalla grande umanità – si leggevano orgoglio e soddisfazione. L’ha mandato in galera per il suo bene “prima”, ora lo accompagna nelle scuole, per parlare con i bulli e raccontare la sua storia personale. “È una grande vittoria di tutti noi, questa”, diceva dandogli una carezza sulla corona d’alloro “Daniel racconta agli adolescenti come è riuscito a trovare dentro di sé la forza del cavaliere Jedi. Ma io glielo dico sempre, a costo di sembrare pedante: attento a non farti sedurre dal lato oscuro della forza”. Dal 2015, Daniel è stato affidato in prova alla comunità Kayròs di don Claudio Burgio, un’associazione nata a Milano con persone e famiglie sensibili all’accoglienza di minori in difficoltà, segnalati dal Tribunale per i Minorenni, dai Servizi Sociali di riferimento e dalle forze dell’Ordine.

Oggi Daniel parla ai ragazzi nelle scuole, affinché apprendano dai suoi errori: maturo e attento, si guarda indietro. Ragiona sulla violenza che a volte, specie in gruppo, prende il sopravvento. “La brutalità è indice di povertà di pensiero – dice. – È l’espressione di chi non sa comunicare in altro modo. I violenti hanno profondissimi problemi di linguaggio. Quando non sai chiamare il dolore e la rabbia con il loro nome ti scateni così, come un animale. Io l’ho capito, e lo voglio spiegare al maggior numero di ragazzi possibile”.

Da bullo ad educatore: vuole aiutare gli altri a non commettere i suoi stessi errori e prende esempio da coloro che gli hanno mostrato proprio quell’educazione che lo ha cambiato. Tra cui proprio quel giudice che lo condannò più volte e adesso lo accompagna a parlare con gli studenti.

(Tiziano Conti)