Una manifestazione di Non Una di Meno

8 marzo 2020: un otto marzo di passione. Più triste degli altri, nonostante le mimose già cariche di fiori con due settimane di anticipo. E’ una data di lutto, di rabbia e di vitalità. Di lutto perché oggi proprio a Imola si è consumato il ventiduesimo femminicidio dell’anno. Un’emergenza nazionale (Corte di Cassazione). Un’emergenza a cui si sovrappone quella del Corona virus. Di rabbia, perché non possiamo far sentire la nostra voce corale anche per chi non l’ha più. Perché in date come questa si concentrano commenti, risultati di indagini, evidenze di problemi ultradecennali. Sempre quelli. Semmai aggravati. Perché non ci sono segnali credibili della volontà di affrontarli con il contributo essenziale delle donne stesse. Perché un maledetto virus, segno dei tempi, ci costringe alla disgregazione. Di vitalità, perché comunque batteremo un colpo mobilitando creatività e presenza.

L’8 marzo non è come una delle altre centinaia di date in cui si celebra o si concentra l’azione mediatica di sensibilizzazione su un problema o un altro. L’8 marzo è la data che al di là di ogni retorica od opportunità commerciale, aggiunge un pezzo al filo ultracentenario che attraversa la storia delle donne e della civiltà. E’ una icona dell’immaginario simbolico femminile collettivo e individuale. Quello che siamo passa inevitabilmente di qui. Non solo per la storia della sua nascita dovuta alle donne medesime e non a decisioni istituzionali. Per la sintesi storica che rappresenta, fatta di sofferenze, sacrifici, conquiste, creatività, intelligenza politica, culturale, organizzativa. Una risorsa che il sistema patriarcale esclude pur avendone così bisogno.

I Gruppi di Difesa della donna

L’abbiamo constatato nel dopoguerra quando l’azione delle donne è stata decisiva per la ricostruzione del sistema sociale. L’abbiamo visto nell’Assemblea Costituente dove le donne, tutte, portatrici di culture diverse, hanno espresso ed affermato un punto di vista innovativo, lungimirante. Di qui le basi per costruire in Italia un futuro di progresso e civiltà. Quel punto di vista che Carla Lonzi, intellettuale e teorica del femminismo, definirà successivamente “imprevisto”. Per la ricostruzione le donne furono indispensabili. L’introduzione del diritto di voto fu il riconoscimento del contributo femminile alla guerra di Liberazione e all’utilità della loro visione nel percorso di rinascita del Paese. In seguito la cultura patriarcale ha prevalso nel definire un sistema disuguale. Tant’è che diversi articoli della Costituzione sono ancora parzialmente o del tutto inapplicati. Il sistema fondato sul potere maschile non prevede il punto di vista delle donne e in quanto imprevisto, destabilizzante. Oggi siamo ancora qui. E non si tratta solo di riconoscimento di diritti in sé e di giusto equilibrio fra i generi nei carichi sociali e produttivi con pari opportunità di autodeterminazione nella formazione, nel lavoro, nella famiglia, nelle scelte di vita. Si tratta di riconoscere e assumere la visione delle donne come una risorsa fondamentale per la realizzazione di condizioni di benessere per tutti/e e per la soluzione dei grandi problemi della contemporaneità.

Il Global gender gap, che nel dicembre scorso ha visto il nostro Paese scivolare al 76° posto, è un indicatore di sviluppo economico e sociale che individua nel divario di genere un fattore fondamentale inibitorio per lo sviluppo di un Paese.  Eppure in Italia l’attacco ai diritti delle donne si è intensificato e spesso raggiunge toni e caratteristiche virulente. Un senso comune arretrato e ignorante attribuisce un’accezione negativa al termine “femminista”. Come se l’esserlo fosse una minaccia alla comunità. In realtà si stigmatizza quel punto di vista imprevisto, quella radicalità che mette in discussione il potere dei maschi come prevalente, a iniziare da quello sul corpo delle donne. Il fatto che oggi ci siano più donne in carriera o in posizioni di eccellenza in diversi ambiti non ne dimostra il superamento ma semplicemente la maggiore tolleranza di una presenza da tenere sotto controllo, con la quale negare la forte disparità ancora in essere.

La campagna di School of Feminism a Bologna

Nei mesi scorsi in viale Masini a Bologna, sul muro che delimita la stazione delle corriere è apparsa una campagna di Cheap il progetto di street poster art attivo in città dal 2013. La campagna era promossa da School of Feminism una piattaforma internazionale che promuove il femminismo nella società attraverso l’istruzione e la comunicazione. Quaranta manifesti con frasi brevi ma efficaci. “Se sei donna e puoi votare, ringrazia una femminista”, “Se sei donna e puoi utilizzare anticoncezionali, ringrazia una femminista”,”Se sei donna e puoi denunciare molestie sessuali, ringrazia una femminista”. Solo per citarne alcuni.

Questa campagna sintetizza bene il significato dell’8 marzo che oltre che di lotta continua è quello di rendere onore alle nostre madri a chi, femminista, fin dal XIX secolo si è battuta con altre perché fossimo quelle che siamo e avessimo le opportunità che abbiamo. La strada è ancora lunga e difficile e può essere percorsa solo con la costruzione di una forza comune che prende energia da questa trasmissione generazionale e dal lungo filo che la attraversa. Se questo filo si spezza arretriamo tutte.

(virna gioiellieri)