L’esempio di giornalisti e pubblicisti, senza dubbio più “autorevoli” di me, è illuminante perché si può (e si deve) parlare anche di altro che non riguardi solo l’emergenza da Coronavirus, le precauzioni da prendere e soprattutto il ferreo rispetto delle normative di legge; non è semplice e ammetto di aver avuto più di qualche imbarazzo a scrivere di quotidianità, quella solita e a volte banale, pensando alle ansie e le preoccupazioni della gente che vive nelle zone più colpite dai contagi, compresi gli amici milanesi di cui fortunatamente ho notizie (quasi) giornaliere rassicuranti.

Skype, chat e social network ci hanno reso partecipi di una rapida trasformazione non solo della vita social-virtuale in ambito condiviso ma pure di quella più reale, dai semafori alle sale d’attesa, dalle pizzerie a quando usciamo di casa “inseguendo” i nostri beni e servizi; fino a qualche anno fa chi non sapeva la strada finiva per abbassare il finestrino e chiedere info all’automobilista accanto mentre oggi, come i turisti a spasso nei dedali delle zone pedonali, seguiamo le indicazioni del navigatore rischiando di restar soli quando siamo in compagnia.

Gli ultimi esempi di digitalizzazione evoluta parlano di bici e taxi condivisi assieme a spazi di co-working per una condivisione digitale che nelle nostre città più grandi è molto in voga come modello di efficienza e sostenibilità, complice l’esplodere il fenomeno delle applicazioni che coprono oramai ogni desiderio ed esigenza di chi è affamato di risposte immediate.

Anche se la tecnologia del darsi da fare esisteva già, da come cercare un parcheggio o una farmacia aperta o un ristorante tipico o quando il piccolo di casa è colto in piena notte dalla febbre, la novità più rilevante degli ultimi anni è stata quella della disponibilità a chiunque dei dati raccolti dalla pubblica amministrazione sulla vita di una città e dei suoi abitanti, una specie di tesoro che tramite le app è stato” addomesticato” per diventare risposta semplice ed immediatamente fruibile da smartphone, tablet e pc, così per i campus in streaming dei corsi finanziari ai videointerventi in ambito medico-chirurgico.

Da ciò il passo è breve parlando di salute perchè sono migliaia le applicazioni che interessano il comparto ma poche in realtà quelle di reale validità clinica, una recente analisi apparsa sugli organi di stampa ha evidenziato poche aree dove questa tecnologia è realmente di utilità ossia a riguardo formulari e cartelle cliniche, formule di pagamento, istruzioni e addestramento di pazienti e fornitori; soltanto in questi pochi casi il campo medico-ospedaliero può più concretamente avvantaggiarsi dell’uso delle app.

E’ evidente perciò che allo stato delle cose la maggior parte delle app per la salute è inutile ed in qualche caso anche dannoso come ad esempio quello che riguarda le terapie, da cui possono uscire quelle brutte sorprese che fanno ancora prediligere l’approccio diretto col medico.

E’ innegabile però la comodità di digitare i dati della carta di credito per i pagamenti o modificare date di analisi senza recarsi presso gli uffici preposti, saltando così le file restando anzi incollati alla poltrona del salotto di casa; tutto tempo (e stress) risparmiato che grazie alle app possiamo dedicare ad altro cambiando in meglio le nostre abitudini quotidiane, anche se di contro queste tecnologie sono entrate nelle nostre case sostituendosi a qualche convenevole stretta di mano e forsanche a qualche conseguente nuova amicizia.

(Giuseppe Vassura)