Un abbraccio a tutti voi (Barbara D’Urso, speciale coronavirus)

Ma si, abbracciamoci tutti.
Non solo idealmente, come fa un popolo chiamato ad affrontare una prova difficile.
Anche fisicamente, carne con carne, che quella regola della distanza da rispettare mica vale per noi, è roba per i cinesi, qui siamo in democrazia, cosa credete.
Che poi, tante storie per una influenzetta…

Se siamo a questo punto, confidando di ammalarci presto per trovare posto in ospedale prima dell’onda secolare, non è solo perché le epidemie si diffondono, chi comanda sbaglia comunque e l’universo complotta contro la pizza ma anche perché, più purtroppo che per fortuna, siamo fatti così.

Nel momento in cui l’aggressività del virus impone una stretta regolativa può essere utile ricordare le parole con cui Manzoni denunciava “l’imperfezione degli editti, la trascuratezza nell’eseguirli, la destrezza nell’eluderli”.

Chi dice che stiamo perdendo la nostra identità?
Questo non è il Governo sognato.
Fosse per me non sarebbe neppur nato.
Così Salvini adesso tirerebbe fuori 50 miliardi di euro.
Anzi, ci avrebbe preservato dal virus.
Meglio ancora, avrebbe impedito l’insorgere del virus e ci darebbe lo stesso i 50 miliardi di euro.
Più sani e più ricchi, una bazza.

Ma il Capitano se l’è squagliata, forse una premonizione, i Grandi ne hanno.
La destra di più.
La sinistra i segni di un domani avverso non li coglie quasi mai.
Se appena ne ha la percezione, anziché seguire l’istinto, che suggerisce di girare al largo dal pericolo, ci si butta a capofitto, convinta che sia un dovere, quasi un destino.
Con esiti a volte dolorosi.
Specie se ci si mette anche la sfiga.

Così, in coincidenza con l’insediamento di Gualtieri, che grazie al cielo sembra tosto, l’economia mondiale rallenta e, subito dopo, un novello Marco Polo, indigeno o germanico poco importa, reca con sé dalla Cina un virus clandestino.
Cui i soliti buonisti hanno dato immediatamente la cittadinanza italiana.
Adesso siamo in mezzo ai guai, dovendo affrontare un’emergenza sanitaria carognesca che minaccia di avvinghiarsi a una condizione economica infragilita trascinandola a fondo.
Una roba brutta.

Per confidare in gente come DiMaio, Bonafede, Bellanova, servirebbe la fede.
E però non vorrei essere al loro posto.
Un po’ perché noi anziani con problemi respiratori siamo a rischio e lì le effusioni si sprecano ( se quel 10% che finisce in terapia intensiva vi sembra poco, provate voi a farvi intubare…).
Molto perché questo Governo, già gracile di suo, si è trovato a combattere un nemico potente con un braccio legato dietro la schiena.

Da una parte di opinione pubblica, influenzata quando non manipolata da una congrega di minimizzatori impegnata a far passare per poco più che ordinaria una situazione epidemiologica che è invece straordinaria.

Politici, operatori economici, giornalisti, accomunati, chi per onesto convincimento, chi per sordida speculazione, dall’idea che l’allarme sanitario fosse sproporzionato, la paura ingiustificata.

Che le nubi che si addensano sull’Italia non siano la naturale conseguenza dell’avversità che ci percuote, come può fare un terremoto, ma il portato di un errore di valutazione che ha dilatato la percezione del rischio e delle restrizioni imposte per affrontarlo.

Un miscuglio di superficialità, retorica nazionalista, vittimismo, economicismo, semplice imbecillità, che negando o anche solo corrodendo le ragioni dello stato di necessità ha favorito la delegittimazione di ogni misura che ne sia espressione e un allentamento della sensibilità sociale necessaria per farla vivere e renderla efficace.

Non si possono invocare azioni risolutive e poi minarne le basi.
Come si crea la coesione sociale invocata da Mattarella, visto che non cresce sugli alberi?
I Governi vanno aiutati a decidere.

Specie quando, di fronte a “un virus nuovo che fa un po’ come gli pare”, come dice il Prof. Galli, non è possibile avere una parola unica e definitiva ( neppure la scienza ce l’ha) e la verità, se c’è, è qualcosa che si definisce in corso d’opera.

La risposta a questo vero e proprio stress test da parte delle nostre istituzioni non è stata così diversa da quella di altri Paesi.

Non sono emersi vizi di impostazione e errori importanti.
Nessuno, del resto, ha saputo indicare alternative.
Solo un frastuono di fondo, che salta nello zic quando la direzione è zac, e viceversa.

Basta leggere Libero: un giorno pioviggina, quello dopo tempesta.
Non c’è stata sottovalutazione e men che meno eccesso di zelo.
In Corea fanno il tampone anche agli scoiattoli e la mortalità è 1/6 della nostra.
Ce la cantiamo e ce la suoniamo sempre da soli.

Tre giorni fa denunciavamo un complotto internazionale che ci rappresentava infetti quando giuravamo di avere solo un problemino in una piccola parte del Paese: venghino, venghino siori, che qui è tutto a posto.
Se fossimo gente seria dovremmo riconoscere che quei timori non erano infondati.
Essere preoccupati per l’economia non è prerogativa di qualcuno.
Lo siamo tutti.
Il problema è reagire nel modo giusto.

Se il mondo intero in questo momento ci guarda con sospetto la soluzione non è mettere in quarantena il mondo ma ri-conquistarne la fiducia.
Fare tutti i giorni l’elenco delle croci del cimitero è inutile.
Cercare un colpevole cui addebitare ciò che va imputato a una situazione inedita e per noi anche sfortunata è una vigliaccata.
Contrapporre le ragioni dell’economia a quelle della salute è criminale.
Le due questioni sono inscindibili ma prima, sempre, viene la vita.

Fermare il contagio è la più efficace delle misure economiche.
Tutto quel che si fa sul piano sanitario non diventa sbagliato perché la borsa scende.
Qualcuno pensava che con una pandemia salisse?

Dieci giorni fa, anche se lo avesse voluto, il Governo non avrebbe potuto adottare questi decreti.
Nelle democrazie le decisioni dei capi devono sempre cedere qualcosa alla volontà popolare.

Lo scrittore Walter Siti ricorda come il cardinal Federico, premuto dai fedeli, concedesse alla fine quel che chiedevano: ”Beh, facciamola questa processione”.
La peste si diffuse ancor più.
Tutto sta a vedere qual é il punto di rottura.

Molti, anche nell’informazione, hanno concorso ad abbassarlo, “tentando di mescere al pubblico- prendo ancora a prestito le parole di Manzoni- il suo vino medesimo e alle volte quello che gli ha già dato alla testa”.
Ci vorrebbe più prudenza.
Questo non è un gioco.

La soglia di consapevolezza sociale della gravità del momento sembra essersi finalmente alzata sotto l’urto cruento della realtà.
Che ha fatto giustizia delle idiozie circolate in questo mese anche se non degli idioti, che sembrano resistenti al virus.
Le speculazioni ci sono ancora, ma di segno opposto, e dunque non recano un danno alla salute pubblica come hanno fatto finora.

Nel cuore dell’incendio la Lombardia si muove ora con la determinazione necessaria chiedendo misure ancor più rigide.
Lo facciano anche le altre regioni.
E il Governo.
C’è chi è più colpito dal contagio ma nessuno è al sicuro.
Ogni esitazione oggi equivale a un danno moltiplicato domani.
Cosa dobbiamo fare lo sappiano.
Facciamolo.
Non ci sono più alibi.
Le scorte sono finite.

(Guido Tampieri)