Si dice mettersi le mani nei capelli. Io le metto in quelli degli altri.
E’ il mio lavoro. Non mi sono mai chiesto il motivo. Forse perché di capelli ne ho pochi.
I miei ricci fanno volume, ma non c’è soddisfazione.
E allora affondo le mani in altre teste e in altre menti. Tutto in una volta.
Tratto signore, per lo più, a volte uomini. E a noi maschi fa sempre un certo effetto venire a contatto con i corpi femminili anche con una piccola parte.
Ogni giorno mondi diversi e non sempre piacevoli. A volte mi sembra di toccare i loro pensieri. E’ una vibrazione sempre diversa, le mani accumulano esperienza e detengono un sapere particolare, guadagnandone in sensibilità, anche coi guanti.
Quasi sempre neri, ma rigorosamente di lattice.
Il colore sporca, sarebbe sgradevole vedere mani sudice che ci manovrano in testa. Il nero invece nasconde, assorbe la vista e restituisce un illusorio senso di pulizia.
Trucchi del mestiere.
Conta quello che si vede. Non tutti vanno oltre.
Il negozio, invece, è tutto bianco, immacolato, tranne il pavimento, nero anche quello, unico contrasto al chiarore che si moltiplica nel gioco degli specchi, tanti e grandi. Basta attraversarne uno con lo sguardo per vedere la panoramica di gran parte del negozio e guardarsi le spalle. Il negozio si affolla di doppi, alter ego che potrebbero conversare con il proprio gemello alla scoperta di un’ identità. Lo specchio è il media dei parrucchieri, comunichi e lavori con una proiezione che riflette con precisa reciprocità.
E’ attraverso gli specchi che guardo le donne, cercando le espressioni del viso per intuire l’effetto del mio lavoro di contatto. Sono esigenti, le donne. Un errore ed è subito tragedia. E’ un attimo.
Siamo anche un po’ confessori, noi parrucchieri, testimoni e custodi di frammenti di storie più o meno personali che vengono messe lì, rimbalzano sullo specchio, piene di aspettativa. Lontano da amici e parenti che giudicano, da consigli indesiderati o commenti inopportuni. Le storie esistono solo per noi che le ascoltiamo e poi si dissolvono in caduta libera, come i capelli che taglio.
Le clienti vanno sempre assecondate e spesso mi sorprendo a dar corda a luoghi comuni e commenti banali, giusto per concedere un po’ di dovuta attenzione.
Gli uomini sono più silenziosi, si parla del più e del meno. Quando capita, ritrovo l’eloquio, benché sia un tipo di poche parole. Cibo, ristoranti quotati, cambio di look. Non si espongono, gli uomini. Controllano attenti ogni mossa. Non staccano gli occhi dalle loro facce riflesse. Si lasciano fare senza troppi commenti. Osservano compiaciuti il lavoro di rifinitura, fingendo indifferenza. Si prendono molto sul serio, ma sono meno complicati.
Spunta, taglia, rifinisci, togli, rimetti, spettina, ripettina, niente piega, non c’è bisogno, sciacquata, macchinetta, rasoio, sforbiciata, simmetria, lozione, massaggio, viso, phon. Si ricomincia.

Martedì: distrazioni
“Dario! La signora è pronta! Tempo scaduto. Potresti occupartene tu?”
La voce di Laura mi distrae.
La signora si è già accomodata al lavello. Altri guanti. Altra testa, altri pensieri. Colore fissato. Posso procedere. Strofino con forza le macchie che debordano dalla radice, la pelle della fronte si increspa.
“ Mi scusi ma devo togliere le macchie residue.”
“Non si preoccupi!”
Il tono tradisce un lieve disappunto, nonostante il paziente affidamento degli occhi chiusi. Mi investe un’energica imprecazione silenziosa. Il getto d’acqua imminente aiuterà la mente in viaggio: sembra altrove la signora.
“Com’è l’acqua? Va bene?”
“Sì grazie”.
Poi non la sento più. Assorta. Affondo le mani nella mente estranea che ho davanti e un po’ mi imbarazza questo massaggio che sembra consegnare le preoccupazioni all’ anonimo scarico del lavabo.
Fisso la gola esposta. Mi distraggo immaginando una scena da thriller. L’uomo entra e come un fulmine piomba sul carrello degli attrezzi, afferra un rasoio e con abile precisione incide le gole in bella vista ai lavelli.
Mi sorprendo, distratto, col doccino che inonda d’acqua l’altra mano guantata, come se mi stessi ripulendo del sangue. Se ne sarà accorta? Ha ancora gli occhi chiusi. Queste distrazioni sono pericolose. Le avvolgo con cura la testa nell’asciugamano.
Meglio creare un po’ di distanza.

Mercoledì : cromie
Un improvviso spostamento d’aria : è entrato qualcuno.
La signora Teresa avanza con un sorriso. L’aria di chi finalmente si prende una pausa.
“ Come andiamo?”
“Bene. E’ ora di fare un po’ di manutenzione.”
Teresa, non più tanto giovane, è affezionata a una meche fucsia che le cade su un lato del viso. Unica nota di colore che spicca bizzarra nel grigio dell’età e finisce per darle un aspetto eccentrico, inconsapevole.
Tutto è iniziato con un disegno della nipote.
I bambini inventano la realtà e la traducono secondo criteri particolari, spesso incomprensibili agli adulti. Sacralità del rapporto fra nonni e nipoti. Non sono ammesse interferenze. La bambina l’aveva ritratta con una ciocca fucsia, da consegnare all’azione di un esperto professionista.
Il punto di vista dei nipoti è una gradevole e lusinghiera imposizione.
Eccomi dunque ad anticipare le istruzioni del solito trattamento. Fucsia, né più, né meno e sempre in quel punto, come un pensiero fisso in permanente esternazione. Colore, pennello, alluminio. Il pittore dà il fondo a una minuscola tela inconsistente. Uno sguardo allo specchio per scrutare il volto riflesso.
Una bambina osserva la messa in opera con un inquietante sorriso dai denti affilati. La nonna, compiaciuta, ricambia benevola. Sta per accadere qualcosa. Mi sento sbiancare fino ai guanti. D’istinto mi guardo le mani. Macchie fucsia si allargano incontenibili come a divorarle. Senso di una incipiente aggressione. La bambina o la nonna? La signora mi sta parlando ma le parole non riescono a raggiungermi. Veloce, imprigiono quel pensiero estraneo nel colore, unendo i bordi della striscia lucente di alluminio. Alzo lo sguardo. La signora Teresa ha l’espressione soddisfatta di chi ha portato una missione a buon fine.
Pausa.
I guanti sono neri.
Nessuna traccia visibile.

Spesso i colori riflettono cambiamenti, come i tagli drastici dopo anni di capello lungo. Altre fisionomie. Gli scuri finiscono in chiaro, addirittura platinato, per qualcuna più sexi. Ma il risultato non è assicurato. Non basta un colore per essere più avvenenti o ingannare la mente. Di certo nasconde l’inesorabile comparsa della canizie. Le più discrete lo fanno con le meche.
Il tempo che passa va ingannato il più a lungo possibile.
Oggi non ci facciamo mancare niente. Le più svariate richieste, supportate dagli sguardi interrogativi delle clienti indecise che aspettano consigli.
Prendi il catalogo dei colori, riponilo per riprenderlo poco dopo, dispensando suggerimenti e possibili soluzioni.
“E questo? E’ originale”.
“No non ha il viso adatto”.
Mi guarda male, lo sguardo obliquo, lo specchio non mente. E’ un rischio. Un bel rosso. Tiziano o più arancione. Giusto per non passare inosservata. Da un colore all’altro in sequenza.
Ci vorrebbe qualche cliente maschio ad alleggerire la giornata.
Inizio ad apprezzare il bianco e il nero dell’arredamento circostante.
La ragazza ha deciso per meche di diverse cromie. Blu, verde, rosso, viola.
Un’occhiata intorno. Solo teste con ciocche imballate in strisce metalliche.
Antenne urbane. Un altro pianeta.

Mi chiedo se i capelli siano espressione della mente.
E quando cadono è la mente che espelle gli scarti e pulisce i pensieri o sono i pensieri che svaniscono e puliscono la mente? E quando non cadono, quanti pensieri trattengono? E’ una storia curiosa.
Il senso invisibile della messa in piega è mettere in fila i pensieri?
Dopo anni di questo mestiere non ho ancora una risposta. Ciascuno ha la sua.

Giovedì: fantasie in acqua corrente
Giornata affollata. Si passa da una cliente all’altra come api bottinatrici.
Mi cade lo sguardo su un signore. Avrà quarant’anni. Capelli radi tendenti al grigio. Appena passato dal lavaggio. I capelli sembrano ancora meno, solcati da varie scriminature che li dividono in ciocche sottili.
Ha alzato lo sguardo dall’iphone e guarda davanti a sé. Una specie di sorriso permanente stampato in faccia, come una maschera, gli dà un’aria inquietante, quasi inumana. Gli occhi scuri e piccoli hanno un luccichìo strano che con quella bocca senza labbra, fa venire un brivido.
E’ immobile. Un altro tagliagole?
Gli uomini toccano agli uomini. Qui una parrucchiera mai si occupa dei clienti. Meglio non sparigliare le carte. Noi sappiamo dove mettere le mani e cosa ci passa per la mente.

Lascio il cliente alle sue follie e allargo il campo visivo.
Tutti i lavelli hanno un’ ospite attentamente seguito. Massaggi paralleli più o meno vigorosi scompigliano l’ordine provvisorio di pose e trattamenti. Insolita e buffa armonia di una prova di lavaggio in concorso o una seduta collettiva di psicoshampoterapia.
Sorrido al pensiero, noto espressioni soddisfatte e rilassate.
Scende l’acqua scroscia l’acqua, calda, fredda, calda, giusta. Quale shampoo andrà meglio quello antiforfora. Schiuma. Calda, morbida, candida, lieve lieve, sembra panna sembra neve. La schiuma è come la mamma che ti accarezza la testa quando sei stanco, una mamma enorme, una mamma in bianco. Sciacquo!”.
Una vecchia canzone di Gaber mi porge la colonna sonora della scena. Perfetta.

E’ il mio turno e sono pronto. Non manco l’occasione di prendermi cura di quella ragazza bruna. Una delle mie clienti preferite. Ho un debole. Capita, con tutte le signore che mi passano per le mani.
Il primo lavello che si libera è il nostro.
“Prego, è ora”
Lei si accomoda pronta ad abbandonarsi. Le raccolgo i capelli e lascio che si appoggi delicatamente. Doccino. Controllo della temperatura dell’acqua. Seguo il flusso delle gocce indistinte.
Il colore superfluo appesantisce i pensieri, li confonde e li compatta in aggregati improbabili. Via allora. Un po’ di ordine. “Chissà chissà domani su che cosa metteremo le mani”. Mi concentro sulla folta capigliatura e mi chiedo se “di tanti capelli ci si può fidare”. Dalla rassicurazione di Gaber ai dubbi di Lucio Dalla.
Shampoo, massaggio, acqua, ancora shampoo, balsamo, acqua, crema, posa, acqua, maschera , dieci minuti, acqua.
Vorrei che durasse in eterno per non dover distogliere lo sguardo. Mi sembra bellissima.
Sentori floreali mi investono l’olfatto. Niente più ammoniaca delle tinte chimiche. Gli aromi dei soliti prodotti sono scomparsi. Che succede? Le mie mani guantate di nero si confondono coi lunghi capelli che accarezzo dolcemente con l’ultimo risciacquo.
Vedo un fiume che scorre, qui accanto. Porta con sé una fanciulla adornata di fiori. Il viso seminascosto da lunghe ciocche di capelli scuri galleggianti. Li scosto per riportarlo alla luce.
All’improvviso mi sento Amleto. Pentito, raccolgo Ofelia dalle acque. Liscio amorevolmente la sua folta capigliatura nell’illusione di riportarla a me e fugare un incubo.
La ragazza apre gli occhi e sembra accorgersi del mio pellegrinaggio mentale.
“Tutto a posto? Si sente bene?”
“Sì grazie. Si può accomodare”.
I suoi lunghi capelli neri sono ormai nell’involucro bianco di spugna.
Tocco finale.

Venerdì: strategia del taglio
“Diamoci un bel taglio. Ho deciso di cambiare vita”.
La signora è determinata e mi osserva attraverso lo specchio in attesa di una conferma. Lo sguardo non lascia alternative. Procedo.
Afferro le forbici, le mie. Proprio quelle. Un altro paio non è lo stesso. Il risultato è tutto nel rapporto fra la mano e lo strumento.
Mi concentro, mentre un fiume in piena mi investe con le ragioni di una svolta radicale. Improvvisamente mi sento responsabile di un destino. Pesante come le folte ciocche che si accumulano sul pavimento. E con i capelli precipitano tutti quei pensieri, scorie del cambiamento.
Aggiusto la postura del collo per rendermi conto dell’effetto.
“Pieghi un poco la testa”, rasoio e rifinitura.
Il sorriso dallo specchio conferma il successo della potatura.
Arte della trasformazione.

Il taglio è strategico.
Cambia la faccia e perfino l’espressione. Definisce la personalità dell’aspetto. E’ un fenomeno psichico, comunicativo. Estetica e riflessione di dinamiche interiori.

“E’ un periodo che non se ne infila una. Devo reagire in qualche modo. Cambiamo taglio. Un cambio di look per depistare il corso degli eventi”.
Sorride in attesa di una reazione. Scaramanzie, penso.
Le faccio un cenno rassicurante e propongo un netto cambio di fisionomia.
Condividere le sventure le rende più affrontabili. Il racconto mi raggiunge senza sosta. Mi inserisco con monosillabi esclamativi, interrogativi, affermativi, attento ad eventuali contaminazioni.
Partecipazione solidale e consolatoria.
Assorto nell’opera, alzo lo sguardo. Gli occhi sbarrati e la bocca spalancata di un’espressione immobile mi fissano. Noto la perplessità della mia faccia che subito diventa stupore mentre con affanno cerco una spiegazione.
Nella foga devo aver tagliato il filo del discorso. Un’istintiva occhiata ai miei piedi. Giace inerte sul pavimento fra i capelli.
“Chiedo scusa. Sono mortificato. Una sforbiciata fuori luogo. Diceva?”
Silenzio. La signora rimane ammutolita.

“Mi rada a zero il lato sinistro per favore. Anche la barba”.
O è matto o è in preda a un eccesso egocentrico.
La riservatezza è del mestiere e non azzardo domande. Impugno la macchinetta per radere e lui si sente in dovere di spiegare. Forse la mia espressione tradita dallo specchio.
“Ho perso una scommessa. Questione di onore”.
Il giovanotto ha i capelli e la barba folti e corvini. Dalla nuca alla fronte, scorrono le lame e lasciano cadere i ciuffi come nuvole nere appesantite che non riescono più a galleggiare.
Sorrido divertito, seguendo le rotondità di un pianeta umano.
Una striscia, un’altra, un’altra, ma nella prima i capelli sono già ricresciuti, anche nella seconda e nella terza. Rifaccio da capo, ma più taglio e più velocemente ricrescono.
L’ira sprizza da occhi nerissimi infuriati. Non è umano. Chi è? Mi sento avvampare mentre un senso di terrore si fa strada. Mi scoppia la testa.
Le lame, esauste, non tagliano più. Trafelato provo con le forbici, una garanzia. Niente da fare: apro e chiudo, apro e chiudo, non tagliano.
Non sono sicuro di essere ancora qui. Black out.

Sabato: improbabile
Una giornata splendida penetra dalle tende scostate del negozio con risolute lame di luce. L’ultima di una settimana impegnativa.
Eppure c’è qualcosa di strano. L’aria è immobile. Avverto un clima di sospensione rotto dalla porta a vetri che si apre con un tremito sonoro.
“Buongiorno!”
La cliente sparisce nel retro e riappare con il kimono bianco d’uso ordinario. La faccio accomodare e subito noto i capelli sbrindellati. E’ così che definiamo quelli stremati dall’eccesso di trattamenti chimici fai da te.
“Serve un intervento rigenerante.”
Lo specchio proietta l’irritazione di un volto alterato da una smorfia inequivocabile insieme all’ espressione interrogativa della mia faccia.
Cosa ho detto di male?
Allungo le mani . Come in un incantesimo, i capelli si sfarinano fra le dita. Una pioggia polverosa simile a cenere precipita a terra e un sottile strato grigio rimane sulla sommità rotonda di quel corpo seduto davanti a me.
Lo stupore quasi mi paralizza e mentre sento i muscoli facciali prendere la forma di un’espressione adeguata, vedo entrare alle mie spalle un signore calvo e poi un ragazzo, calvo anche lui.
Non è reale, penso. La mascella si allunga in una smorfia estrema.
Deve essere uno scherzo. Si sono messi d’accordo: una provocazione alla categoria.
Immobile, muovo gli occhi a destra e a sinistra. Nessun altro pare accorgersi. Tutto normale.

Il cuoio capelluto è oggetto del mestiere, ma non se è desertificato. Capelluto si fa per dire, in questo caso. Il termine si presenta improprio, a meno di adottarlo come improbabile participio passato di nuovo conio. Coincidenza di opposti, sul fare impietoso del tempo.
I calvi sono vulnerabili, esposti all’aggressività del sole estivo e del gelo invernale, ideali clienti più dei fabbricatori di cappelli che dei parrucchieri.
Devono essere tipi introversi e riservati, i calvi. Gelosi delle loro storie non palesano i pensieri, che rimangono all’interno della testa e implodono in un groviglio di fili intricati senza soluzione. Rendono superflui gli attrezzi del mestiere.
I capelli sono un dono della nascita. Da quel momento in poi inizia il ciclo continuo crescita, caduta, ricrescita, metafora della precarietà esistenziale.
Ma non è detto. Il lavoro metodico e progressivo della calvizie in pochi anni interrompe il processo e lascia il marchio indelebile di un cranio irrimediabilmente spoglio. Anticipazione feroce del destino individuale e collettivo. Una battaglia da cui si esce puntualmente perdenti.

Devono essere infelici , i calvi. Non godono del massaggio rassicurante di un lavaggio che porta via le scorie mentali, né del nuovo inizio di un taglio inconsueto, neppure dell’azione di riordino di una piega ben fatta. Sempre uguali a se stessi, hanno un aspetto definitivo senza appello. Nessun cambiamento è concesso, né il cedimento al fascino di tendenze modaiole.

Riduco la mia mente ad un silenzio temporaneo.
Il negozio ora non ha una sola poltrona libera.
“Desidera? non posso far niente per lei”.
L’uomo mi parla con linguaggio incomprensibile, l’eloquio incespica in nodi evidenti. Non ha le idee chiare.
Mi sento inutile e imbarazzato.
Non saprei dove mettere le mani, o forse sì, se fossi un pranoterapeuta.

Una signora già seduta mi attende e mi offre il pretesto per lasciare al suo destino l’aspirante e confuso cliente.
Capigliatura folta e brillante, tutta d’un pezzo, ma dal colore insolito.
“Come li facciamo?”
“Mi affido al suo gusto”.
Mi accingo a separare le ciocche per saggiarne la consistenza e rimango con lo scalpo in mano, sospeso. Sotto , la cliente è calva.
Un lieve capogiro rivela un profondo disorientamento. Intorno il clima indifferente ignora la sorprendente evoluzione di una giornata anomala.
Prendo a muovermi fra i clienti dotati di capelli dall’apparenza analoga. Li afferro come a scoperchiare altrettante pentole. Parrucche e parrucchini smascherati. Pensieri falsi sopra teste lucide e deserte. Ipocriti. Ad uno ad uno iniziano a ridere sempre più forte soddisfatti dello scherzo spiazzante riuscito.
Mi rassegno. Non c’è più niente da fare. Meglio voltare pagina. Sollevo l’estremità del pavimento con cura. Il negozio, come un pop up si chiude seguendo ordinatamente le pieghe di pareti, arredi e attrezzature. Lo ripongo nella valigia e me ne vado.

Un raggio di sole ostinato penetra dalla tapparella parzialmente chiusa fino a trafiggere le palpebre ancora chiuse. Mi giro ma lo sento ancora sopra di me. Apro gli occhi irritato. Il soffitto e il muro della stanza sono rigati da strisce luminose.
Sono in gabbia.
Con uno scatto compulsivo mi alzo a sedere. Come una slot machine la mente cerca appigli alla realtà nel tentativo di recuperare l’orientamento.
Mi lascio cadere a corpo morto in un totale rilassamento muscolare, bagnato di sudore.
Oggi è lunedì, il negozio è chiuso.

(Virna Gioiellieri)