Ciò che vien fatto con coraggio è sempre fatto con onore. (Montaigne)

Finirà.
Se lo vorremo finirà.
Adesso lo sappiamo.
La buona novella viene dall’Asia, dove tutto è iniziato e ora comincia a finire.

Per i più scettici, che vogliono toccare con mano, viene da Codogno.
Si-può- fare.
Comportandoci come abbiamo appena cominciato a fare.
In modo responsabile e intelligente.
Attingendo alle inesauribili riserve di egoismo che possediamo, per volgerle al servizio della comunità.
Chiamatela autotutela o istinto di conservazione, ma è per il timore di un morbo dichiaratamente letale che siamo chiusi in casa, non “per il bene del Paese”, non scherziamo.
Generosità e altruismo sono appannaggio di coloro che, in queste ore, li dispensano coraggiosamente a piene mani.
Appropriarcene in massa è un abuso.

Noi siamo gli stessi di ieri, quando diffondavamo “un’influenza come le altre”.
Poi, difendendo noi stessi, accade che tuteliamo anche gli altri.
Un po’ come la mano invisibile del capitalismo disegnato da Adam Smith, dove la ricerca del profitto individuale avrebbe generato il bene di tutti.
Non succede sempre.

Sarà anche vero che nessuno si salva da solo ma nella società degli individui molti ci provano.
Si tratta di stare composti ai banchi, fermi e buoni, per un po’.
Che non è poi la fine del mondo.

Se la Norvegia, senza un decesso e con gli ospedali ancora liberi di ospitare un infartuato, pone le stesse limitazioni che abbiamo adottato noi per scongiurare il collasso.

Non siamo né più belli né più brutti degli altri.
Queste misure non sono una scelta ma una necessità.
Per restare in casa 15 giorni non serve l’esercito.
Basta un televisore, un tablet per chi non può farne a meno, qualche libro per che ne conserva il ricordo, del cibo, possibilmente buono e, per gli over settanta, sesso a tutto busso.
Così da andarsene con un buon ricordo della vita.
Provateci e mi saprete dire.
Non sentirete nemmeno il bisogno di Bertolaso.

“C’è un paese dove la chiusura dei giardini e dei campi che si vogliono proteggere si fa con un filo di cotone, ed è ben più sicura e salda dei nostri fossati e delle nostre siepi” ha scritto Montaigne.
Un popolo sovrano, padrone di sé e del proprio destino, si da regole di comportamento sagge.
Senza bisogno di lusinghe, di minacce, di testimonial a spingerlo negli staggi come cani da pastore.
Ma spingendo esso stesso i propri rappresentanti a prendere decisioni accorte.
Come fanno quegli operai che tutelati ancora non sono.

“L’ora è buia”, “il Paese non si può fermare”, “non siamo come la Cina dove altri producono anche per chi si ferma”, epperò se c’è un bombardamento tutti devono avere accesso ai rifugi.
Tutti quelli che non svolgono funzioni indispensabili.
La filiera alimentare, si è detto, quella sanitaria, e ci mancherebbe, i servizi pubblici essenziali.

Ma poi, in questo momento, finché una fiammella non rischiari l’oscurità, finché non si spezza questa ascesa vertiginosa, il resto è bene si fermi.
Chi è a rischio, nel pubblico e nel privato, deve restare a casa.
A lavorare a distanza ovunque si può, oppure a far niente.
Un vuoto di attività che è un pieno di vita, l’ultima pietra di un muro che rischia altrimenti di lasciar infiltrare il nemico.
“Chi è aperto da un lato lo è da ogni parte”.
Ogni provvedimento che accorcia i tempi della crisi ci darà più vantaggi che danni.
Il Governo li adotti, completi l’opera.
Non avrà indulgenze nè sconti, nè ora nè, soprattutto, dopo.
Qualunque cosa faccia.
Tutto gli sarà comunque addebitato.
Ma sarà Governo vero.
Il rispetto di sé stesso, della propria funzione esercitata con coscienza dovrà bastargli.
Non è piccola cosa.

Nel cinico agitarsi di mediocri figuranti che sanno solo strillare e lamentarsi senza assumersi responsabilità ogniqualvolta questo comporti una scelta fra interessi, il rischio di perdere l’ambiguo consenso su cui hanno costruito le loro fortune.

Il dibattito che si è riaperto nella circostanza ha rappresentato, ancor prima delle improvvide dichiarazioni della signora Lagarde, l’ennesima occasione per una generale autoassoluzione.

Associata, come accade da tempo, alla stregua di un lasciapassare per accedere alla tribuna pubblica, alla denuncia di un pregiudizio ostile, a questo punto mondiale, nei confronti dell’Italia.

Sul fronte europeo, il virus è stato usato non solo per propugnare una nuova stagione di politiche della spesa ( di altro, in termini di rafforzamento della UE, si guardano tutti dal parlare) che rappresenta, di fronte a quel che sta accadendo, una non disconoscibile necessità, ma per rivendicare di aver avuto sempre ragione: nel disattendere gli impegni, nel dissipare le risorse, nell’accumulare un ingente debito anche in favore di vento, molto prima di questa tragedia.

Decenni di Governi mediocri, di opportunità sprecate, di riforme ignorate, per sentirsi alfine sollevati dalle nostre responsabilità.
Liberi tutti, come a nascondino.
Un rogo purificatore.

Nessuno venga a dire che i problemi del nostro sistema sanitario sono la conseguenza dell’austerità europea.
Non le condizioni del meridione, non le scelte organizzative sbagliate, non le inefficienze che ancora persistono e non possono essere sopperite dalla dedizione degli operatori.
La contrazione della spesa sanitaria è il frutto di una precisa scelta ideologica, dell’ordinaria trascuratezza che ha indebolito tutti i servizi pubblici, e solo in parte di una riorganizzazione funzionale al miglioramento delle prestazioni.
Nel bene e nel male è cosa nostra: nessuno ci ha costretto ad anteporre i pensionamenti alla salute.

E nessuno di coloro che oggi alzano la voce per le carenze degli organici si è stracciato le vesti al tempo dei tagli.
Anche la sensibilità popolare, a dire il vero, si è venuta appassionando a più futili questioni.
Questa colossale mistificazione preclude la comprensione di quel che siamo, del nostro rapporto col mondo , dell’esigenza di cambiare a nostra volta se vogliamo che le cose migliorino.
Tutti a dire che dopo questo stress planetario cambierà tutto.
Il mondo addirittura.
Io non credo proprio.
Non con queste premesse, non con questa gente.
Non con Trump, con Johnson, e nemmeno con Macron.
Come potrebbe?

Non ci sono idee nuove di natura sistemica, su come regolare altrimenti la produzione, i commerci, i consumi, le relazioni, i rapporti sociali, la redistribuzione della ricchezza, il ruolo del pubblico, la riorganizzazione del welfare.
Non ci sono teste ben fatte per pensarle e sentimenti più generosi per animarle.
Chi libererà questa possibilità dal luogo in cui giace incatenata?
Questa, per ora, è solo un’emergenza che genera comportamenti emergenziali.
Se produrrà qualcosa di simile ad un nuovo stato di coscienza individuale e collettivo lo sapremo solo più avanti.

Sono troppo stanco per apprezzare l’estenuante esercizio di retorica con cui si riveste ogni comportamento.
E troppo vecchio per non ricordare che ad ogni inciampo dell’umanità, dalla crisi del ‘29 allo shock petrolifero degli anni settanta, abbiamo immaginato di aprire una nuova fase delle relazioni umane.
La crisi del 2007 doveva segnare la fine del consumismo e l’inizio dell’era ecologica: si sta sciogliendo l’Antartide.
In questi momenti non so dire niente di più solidale della verità.
Facciamo quello che dobbiamo senza tante storie.
Poi succeda quello che può.

(Guido Tampieri)