In Italia, in Belgio, in Francia: le code fuori dai supermercati, presi d’assalto o a causa degli ingressi contingentati, sono una un’immagine emblematica di questa triste, tragica emergenza. La maggior parte di noi non ha mai vissuto niente di simile nel corso della propria vita. L’epidemia da coronavirus sta mettendo in ginocchio il mondo e ci spinge a ridefinire le nostre priorità: in cima alla lista c’è, ovviamente, il potenziamento del sistema sanitario, ma altrettanto centrale è la tutela del settore agroalimentare che, nonostante tutto, sta reggendo.

Per la prima volta dopo decenni, gli scaffali semivuoti sono tornati dalle nostre parti e sono lì a ricordarci che la sicurezza alimentare è tutto fuorché qualcosa di scontato. Libertà, salute, ma anche accesso ai prodotti alimentari sono cose che si apprezzano veramente solo quando vengono a mancare. Questo ci porta a rivalutare il ruolo degli agricoltori, dai quali dipende la nostra sussistenza.

Per fortuna, nel nostro continente possiamo contare su un settore agricolo forte, capace di soddisfare il fabbisogno della popolazione anche in un momento come quello attuale. Infatti, in buona parte grazie al quadro legislativo e politico dell’Unione europea, la nostra agricoltura produce alimenti sani a prezzi accessibili per tutti, coniugando elevata qualità con un alto livello di sicurezza per le persone, gli animali e la natura.

Ciononostante, prima della crisi, quando si parlava di alimenti, l’agricoltore era spesso relegato a un ruolo marginale e l’agricoltura, soprattutto quella convenzionale, era, ad ogni occasione utile, additata come la causa di tutti i mali, dalla perdita di biodiversità, al cambiamento climatico, fino all’uso eccessivo della chimica.

Troppo a lungo una parte dell’opinione pubblica e della politica ha sostenuto che gli agricoltori vanno “educati”, affinché apprendano a produrre in maniera sostenibile, senza tenere conto che tanti agricoltori lavorano la loro terra in modo rispettoso dell’ambiente e della salute da ancora prima che il termine “sostenibilità” fosse coniato.

Ora tutte queste accuse cadono come un castello di carte: si comincia a capire un po’ meglio che la sicurezza alimentare non è una cosa “logica” e che essa può venire meno in poco tempo. Questo è un monito soprattutto per noi legislatori, a stare attenti alle regole che imponiamo, ma anche per parte dell’opinione pubblica, che deve smetterla di criticare l’agricoltura come se questa facesse tutto in maniera sbagliata.

Se in questo momento la maggior parte delle persone se ne sta, giustamente, a casa e può ancora trovare al supermercato gli alimenti di cui ha bisogno, il merito è degli agricoltori, che non possono ricorrere al telelavoro e che vanno protetti dagli intoppi che minacciano di colpire la filiera alimentare.

Una vacca va munta tutti i giorni: non è come chiudere un ufficio e tornare tra due settimane. Il latte prodotto deve essere trasportato in una latteria, dove viene trasformato, per essere poi distribuito nei negozi di alimentari. È una catena lunga e complessa: l’ammanco di personale potrebbe provocare un problema a livello delle varie fasi di trasformazione, della produzione dell’imballaggio, del trasporto o della vendita. Lo stesso vale per ogni altra attività agricola: si pensi alla raccolta di frutti e verdura e ai problemi che un deficit di personale – spesso proveniente dall’estero – potrebbe causare.

Per questo il settore agroalimentare va considerato come prioritario per tutto il periodo dell’epidemia, alla stregua di quello sanitario.

Fa male pensare che, due settimane prima dello scoppio di questa tremenda crisi causata dal coronavirus, i primi ministri degli stati membri hanno litigato, senza esito, a Bruxelles per tutta la notte sull’ammontare del nuovo bilancio dell’Unione, incerti se dare qualche miliardo in più all’agricoltura, mentre adesso, in solo una notte, la Banca centrale europea ha, giustamente, messo sul piatto 750 miliardi per salvare le economie dei nostri stati.

Dovrebbe far riflettere anche il tentativo di inventare continuamente nuove regole, misure, restrizioni e scaricabarili da far gravare sulle spalle degli agricoltori. Il Green New Deal, la strategia Farm to Fork o tante altre cose passano in secondo piano quando la sicurezza dell’approvvigionamento e la disponibilità di prodotti alimentari tornano a essere la priorità.

È difficile trovare un elemento positivo in ciò che sta accadendo in questi giorni. Tuttavia, come tutte le crisi, anche questa ci aiuta ad aprire gli occhi: negli anni passati in troppi hanno cercato di insegnare agli agricoltori come gestire i loro campi, senza essere tra l’altro mai saliti su un trattore o senza essersi mai trovati a dover proteggere una pianta o un animale da una malattia. In questi giorni stanno tutti zitti, mentre gli agricoltori continuano a lavorare per riempire il più possibile gli scaffali dei nostri supermercati.

(Herbert Dorfmann)