Era nell’aria, ma nessuno avrebbe previsto che le frasi pronunciate da Boris Johnson, del tipo “Molte famiglie perderanno i loro cari”, sarebbero (quasi) passate inosservate dall’opinione pubblica britannica, il Times per primo ha elogiato il suo coraggio sposando le disposizioni anti Coronavirus ed elogiando gli esperti in materia che hanno suggerito al premier inglese, dal momento che bloccare il virus sarebbe stato impossibile, di non imporre nessuna emergenza, usare acqua e sapone e per chi ha sintomi di stare a casa; questo in base a ciò che insegna il principio dell’ “immunità di gregge” dove un’infezione si può interrompere quando in molti saranno diventati immuni dalla malattia, guarendo dopo essere stati contagiati.

Una scuola di pensiero quindi del non far nulla e andare avanti come niente fosse, è stato cancellato qualche evento fra i mille in programma ma nulla più, come la “Fiera del libro” e la sfilata di San Patrizio, rinvio anche per il campionato di calcio e qualche Università è diventata solo “on-line”, ma nulla a che vedere con i “blocchi” continentali, tutto in perfetto stile Brexit.

Una comunità virtuosa quella britannica, al pari della nostra e delle tante che invece di far scorrere la vita normalmente hanno scelto di fermarsi, di tirare il freno guardando al presente e al futuro con occhi diversi, di fatto sbarrando portoni e restando (quasi) tutti a casa, anche in segno di solidarietà verso i più deboli e agli anziani che una società matura e responsabile deve tutelate e non abbandonare a se stessi.

Viene alla mente ciò che un amico infermiere mi diceva (troppo) spesso ai tempi dell’Università a proposito della necessità di (non) curare, a tutti i costi, malati senza speranza la maggioranza dei quali dopo mesi di ventilazione meccanica poi alla fine non ce l’avrebbero fatta, dicendomi pressappoco così: “… siamo mortali e dovremmo poterlo accettare ma a volte ce ne dimentichiamo, spendere 1/3 del budget della Sanità per gli ultimi mesi di vita di persone anziane e molto malate è un errore, tanto muoiono lo stesso…”.

Non fui d’accordo allora, che ero giovane e potevo sbagliarmi, e non lo sono chiaramente nemmeno oggi che (come allora) penso che se c’è una chance anche remota per riuscire a far star meglio chi soffre è giusto andare avanti, e lo si deve fare sempre; oggi i decessi sono causati soprattutto da problemi di cuore, diabete e metà dei morti ha meno di settanta anni, sono tutte disgrazie evitabili e si dovrebbe fare di più, ma non sempre è così.

Per questo è encomiabile ciò che sta facendo la grande maggioranza dei Paesi colpiti dalla epidemia da Coronavirus, che si sono rimboccati le maniche e ne hanno fatto una questione “di vita o di morte” cercando di limitare la diffusione di contagi facendo prevenzione, assistenza e cura e mettendo all’angolo quasi in toto la vita sociale di tutti, nella speranza che i sacrifici così fatti diano i risultati attesi.

E’ il tempo delle responsabilità per contribuire tutti al bene comune del proprio Paese, il grado di civiltà e il senso di comunità emergono in coesione nel reagire all’emergenza Coronavirus facendo il necessario per superare al più presto questa crisi anche in presenza di queste due scuole di pensiero, tanto per la nostra interventista che a parole e fatti non lascia nulla al caso, quanto per quella del nulla fare della questione britannica in quel perfetto stile “sangue, sudore e lacrime” tanto in voga fra i sudditi di Sua Maestà, che allo stato attuale ha dell’inverosimile ma che solo il tempo osannerà o maledirà.

(Giuseppe Vassura)