Faenza. Circa 48 ore piene di imprevisti per riuscire a tornare dalla Spagna all’Italia proprio nei giorni durante i quali è scoppiata in pieno l’emergenza Coronavirus. Il racconto è di un faentino sulla quarantina che ha dovuto cavarsela da solo perché le informazioni in tali momenti erano spesso contradditorie, difficili i rapporti con le istituzioni preposte, perfino operare i controlli necessari con calma e attenzione.

“Ero a Torremolinos e dovevo per prendere la metropolitana per Malaga per poi avviarmi sul treno per Barcellona – racconta il faentino – quando sono venuto a sapere che il mio aereo per Bologna fissato il 12 marzo era stato soppresso così come tutti gli altri per l’Italia in seguito alla forte diffusione del Coronavirus nel nostro paese. Ho parlato con altri italiani durante il viaggio in treno e pure loro erano nella stessa situazione. Alcuni hanno pensato di prendere voli per altri paesi come Francia, soprattutto Marsiglia, altri addirittura in Germania o a Vienna. Io ho cercato di informarmi il più possibile, i consolati e l’ambasciata però non davano riferimenti precisi così ho deciso di mandare più volte una mail all’Unità di crisi, ma non è arrivata alcuna risposta”.

A tal punto, cosa ha fatto?

“Purtroppo, senza avere informazioni, ho dovuto decidere da solo il da farsi. Ho verificato che c’era un traghetto che andava da Barcellona a Civitavecchia e sono riuscito a prenderlo. Ci hanno misurato, giustamente, la febbre prima di entrare e ciò ha portato a un notevole ritardo nella partenza che era fissata per mezzanotte e mezza. Invece, abbiamo preso il mare alle 4 del mattino. Ho deciso di dormire sul ponte perché c’erano ampi spazi e poche persone, mentre molti hanno scelto la poltrona con il risultato di stare in molti casi uno accanto all’altro che non era certamente il massimo per non essere contagiati. Ma la situazione peggiore si è verificata al porto di Civitavecchia”.

Cosa è accaduto?

“Quando siamo scesi dal traghetto ci hanno messo in fila per fare i controlli, urlavano con tanto di megafoni, ma non ci hanno misurato la febbre che poteva essere cresciuta durante il lungo viaggio. Volevano solamente che ognuno compilasse l’autodichiarazione e ciò ha fatto perdere molto tempo. Poi ci hanno caricato su una serie di pullman per andare alla stazione di Civitavecchia, rigorosamente pieni solo a metà, ma la gente doveva stare stipata nella parte posteriore, anche in tal caso non rispettando la distanza di sicurezza di almeno un metro, mentre il conducente era da solo nella parte anteriore del veicolo. Capisco tale esigenza, ma potevano distribuire i posti un po’ meglio. Inoltre, ci avevano detto che l’ultimo treno per Roma delle 22.30 ci avrebbe aspettato, cosa che invece non è avvenuta. Così insieme con una cinquantina di persone, altri sono andati in albergo e alcuni che abitavano vicino si sono fatti venire a prendere in auto, abbiamo dovuto riposare e aspettare per terra nell’atrio della stazione per l’intera notte. Un’auto della Protezione civile ci ha portato un po’ di bottigliette d’acqua da mezzo litro e niente di più”.

E il mattino successivo?

“Ho preso il primo treno per Roma Termini sulle 5.30. Poi, non sapevo bene che fare perché ancora una volta le informazioni erano diverse l’una dall’altra. C’era chi diceva che avrebbero proibito di andare a Bologna e chi che poi i treni regionali sarebbero stati soppressi. Alla fine, a intuito ho preso un treno che partiva per Firenze verso le 9.30. E una volta sceso a Santa Maria Novella, mi sono guardato attorno per capire come muovermi. Fortunatamente non avevano soppresso il treno che portava a Faenza, così sono riuscito ad arrivare a casa nel pomeriggio del 14 marzo dopo due giorni assai faticosi che avevano messo a dura prova la tenuta dei miei nervi e, penso, di tanti altri connazionali”.

Cosa le ha suggerito tale viaggio infernale?

“Che erano quasi tutti precipitati in un cortocircuito comunicativi, c’era troppa confusione e approssimazione. E parliamo solamente di circa due settimane fa. Forse quasi tutti si sono fatti cogliere troppo impreparati dalla diffusione del virus”.

(m.m.)