Il marinaio antico diceva così a Nettuno in una gran tempesta: o Dio tu mi salverai, se vuoi; tu mi perderai, se vuoi: ma in ogni modo io terrò il timone sempre dritto. (Montaigne)

“Nell’ora più buia” (da Conte a Johnson si sentono ormai tutti Churchill), sotto l’insostenibile peso di 70.000 contagi e 7.000 morti, con l’angoscia che ci consuma dentro e la rabbia che erompe di fuori, sabato scorso il Governo è parso accendere una luce.
E subito la città deserta che osservo dalla finestra si è popolata di resuscitate speranze.
Stavolta, forse, finalmente, si fa sul serio, mi sono detto.
Senza cincischiare.
Con coraggio.
Con la forza, se necessario.
Senza indulgenze né auto indulgenze.
Istituzioni e popolo.
Con gli stessi obbiettivi e un solo sentimento.
Per non vanificare quello che stiamo facendo.
Per compiere l’opera.
Per chiudere il cerchio.
Lasciato un po’ troppo aperto.
Per errore e per colpa.
Da gente troppo presa a rimirare la propria virtù davanti allo specchio.

Strano Paese, che da lezioni prima di aver passato gli esami.
Non esiste un modello Italia, non scherziamo.
Abbiamo chiuso Codogno, mica New York.
Ancora ieri il Washington Post ironizzava sulla nostra presunzione di rappresentare un esempio da imitare, riportandoci alla crudele realtà dei numeri.
Non ci sono modelli all’infuori di quelli asiatici, nessuno in Occidente ha messo questo virus con le spalle al muro.
C’è solo l’esperienza sul campo, che ci è toccato in sorte di fare per primi, da cui dobbiamo apprendere cosa fare domani per rendere le nostre azioni più efficaci di quelle di oggi.

Non è tempo di recriminare e non c’è niente da rivendicare se non la dignità con cui stiamo affrontando la prova.
Non ci sono stati gravi errori nell’approccio a un problema così complicato ma a un mese dalle prime misure importanti il solo primato che abbiamo è quello inspiegato dei decessi.

“Andiamo costantemente dietro alla ragione-esorta Montaigne-, che la pubblica approvazione ci segua per questa via, se vuole”.
Per tenere assieme tutto, salute, economia, abitudini perfino, abbiamo talora deviato da questo stretto sentiero.
Ci siamo concessi qualche esitazione di troppo.
Governo, Regioni,Sindaci, imprenditori, anche l’opinione pubblica… all’inizio.

I politici e i commentatori che oggi gridano più forte sono in gran parte gli stessi che hanno fermato la mano armata di tamponi antipatriottici che a loro dire danneggiavano l’Italia.
Non la diffusione del virus, la diffusione dei tamponi!
La Corea ne ha fatti centinaia di migliaia e la differenza si vede.
Certa gente andrebbe intubata.
Anche solo per pochi minuti, per provare l’effetto che fa.

C’è chi addebitava la crisi del turismo a errori di comunicazione.
Prima di quei camion a Bergamo.
Più convincenti di qualsiasi appello.
Che hanno cambiato l’inerzia emozionale degli italiani.
Aprendo la strada a misure più efficaci, che in altri momenti avremmo rifiutato.
Qui, probabilmente, abbiamo perduto del tempo pesante.

È cambiata la fase, del contagio e della consapevolezza civile, ma il messaggio e i destinatari sono rimasti gli stessi.
Portare una multa da 400 a 3.000 euro non sposta niente.Stiamo facendo molto ma non abbastanza.
Non in tutte le direzioni.

Medici e infermieri eroici, e va bene, che l’aggettivo ci sta davvero tutto ( fingendo di non ricordare che ancora ieri non ne parlavamo così bene, specie di quelli che operano nelle strutture pubbliche); più personale, più mascherine, subito; più posti in terapia intensiva, d’accordo ( anche se c’è da dire che ogni struttura è pensata per far fronte all’onda secolare, mentre questa è un’onda anomala, che solo Cacciari, nel mondo, avrebbe potuto fronteggiare); ma, contemporaneamente, bisogna tappare le falle da cui irrompe la fiumana che gli ospedali, da soli, non possono reggere.

La nostra Rodi è qui, nel mare inquieto dei nostri comportamenti, nella persistenza, anche nelle aree critiche, di movimenti inappropriati di persone e di cose.
È qui che dobbiamo saltare.
Più in alto.

Le misure di distanziamento sociale adottate sono giuste ma evidentemente non bastano.
Solo quello che spezza questa catena di morte basta.
I comportamenti individuali sono fondamentali e bene facciamo a battere sul chiodo della responsabilizzazione.
La gente risponde, ha capito.
I deficienti che ancora si intruppano sono rari.

E chi fa una corsa in riva al mare inseguito da Sindaci sfaccendati, telecamere, elicotteri e droni non sembra il fattore di rischio più insidioso.

Visto dal chiuso di una stanza il problema più rilevante in questo momento sembra essere quello di una regolazione rigorosa della produzione di beni e servizi in condizioni non sempre sicure, che comporta la mobilità su mezzi di trasporto non sempre idonei, di una quantità di persone forse incompatibile con l’esigenza di fermare il contagio.

È questa battaglia nel cuore del distretto produttivo più densamente popolato d’Europa che ci può far vincere la guerra nell’epicentro del contagio.
È per lavoro, non per diletto, che la gente in questo momento si sposta.

Non era necessario attendere le mosse di tre regioni e trecento Sindaci per risolversi a un cambio di marcia.Fatto trenta, si dice dalle nostre parti, bisogna far trentuno.
Presidiando il fianco dello schieramento ancora scoperto.
Come si propone di fare quest’ultimo decreto.
Se non lo si svuota dilatando insensatamente le attività “essenziali”.
Il sindacato fa bene a porre il problema con determinazione.
E il Governo, oggi, farà bene ad ascoltare.
A tutela della salute dei lavoratori e di noi tutti.
Tempi straordinari richiedono misure straordinarie.
Deve valere per tutti e tutto.

Il tema è ostico ma la diffusione mondiale del virus pone la questione di una ibernazione temporanea della produzione in una luce nuova.
Fermarsi prima per ripartire prima.
Forse è meglio di questa agonia.
I conti economici, on.Boccia, li faremo dopo quelli sanitari.

(Guido Tampieri)