Imola. Sono rientrato in Italia il 3 marzo scorso, apprendendo improvvisamente in aeroporto, dopo che già avevo fatto il check-in, che la mia coincidenza per Bologna era saltata. Viaggiavo Scandinavian Airlines via Copenhagen e quella mattina stessa la SAS aveva iniziato a cancellare i suoi voli verso il Nord Italia e a ridurre le sue rotte. Sono stato subito passato alla Lufthansa, con una coincidenza molto stretta a Francoforte, con non poco caos dovuto alla riassegnazione dei posti (ora disposti con sedili vuoti tra due passeggeri) che mi ha fatto prendere l’aereo al volo, mentre avrei avuto la valigia recapitata a casa solo tre giorni più tardi.

Uppsala (Foto Minganti)

Dopo la mia partenza da Uppsala, mia moglie Pia, con alcuni lievi sintomi, si è abbastanza convinta di aver contratto il virus e si è subito chiusa in casa, raccogliendo l’invito dell’università di Stoccolma ad utilizzare le opportune soluzioni a distanza per didattica e riunioni. Ma nostra figlia Maja continuava ad andare a scuola e mi sono preoccupato moltissimo: lunedì 9 e martedì 10, però, l’abbiamo tenuta a casa e, per fortuna, dal mercoledì 11 le scuole superiori sono state chiuse, pronte a ripartire il giorno dopo con la didattica a distanza. Ma asili e scuole elementari restavano aperti, come del resto tutto il paese.

Non sto ad elencare i dettagli: stazioni sciistiche aperte (erano i tempi delle vacanze così dette “settimane dello sport”), locali pubblici aperti, nessuna restrizione per visite agli ospedali e alle case di riposo. Qualcosa ha cominciato ad accadere nei giorni a seguire e iniziava a filtrare anche un po’ di nervosismo, soprattutto perché il governo “raccomandava” e “consigliava” più che decretare limitazioni che sarebbero venute poi: “meglio evitare assembramenti con più di 500 persone”, diventate poi “50”, meglio un po’ di distanza sociale nei ristoranti invitati al solo servizio ai tavoli.

Pareva che la Svezia si fosse sintonizzata su una posizione vicina a quella dell’Inghilterra, non tanto per l’immunità di gregge (che pure, sotto sotto, resta in background per molti), quanto secondo la teoria di rimandare nel tempo gli effetti, di appiattire la curva del contagio, come si è detto. Timidamente si è consigliato agli svedesi (intesi soprattutto come gli “stoccolmesi”, un po’ invisi all’hard core di una società idealmente rurale e montanara, quelli che girano il mondo ad ogni vacanza) di evitare gli spostamenti, soprattutto in figura delle vacanze di Pasqua, e magari di starsene il più tranquilli possibile in casa.

Da un paio di giorni, con l’impennata dei numeri del contagio che non accenna a stabilizzarsi come sperato, iniziano a filtrare correzioni della strategia e ripensamenti. Recentemente, in un popolare talk show televisivo della SVT, Anders Tegnell, il responsabile dell’Agenzia per la salute pubblica, per la prima volta ha concesso, col beneficio del dubbio, il ritardo e ha ammesso che sarebbe stato meglio cominciare prima a comunicare, continuando tuttavia a difendere le strategie messe in campo. Ha continuato a trincerarsi dietro un vago “nessuno ne sapeva niente”, forse poco giustificato di fronte alla palese perdita di almeno un paio di settimane di sapere internazionale che sarebbe stato utile prendere in seria considerazione, crogiolandosi in una specie di eccezionalismo della cultura svedese (anche giustificato, per la verità, per mille aspetti diversi).

Serve però mettere in fila certi effetti derivati dalla “cultura nazionale”: come detto, la Svezia è un paese i cui cittadini sono abituati a ricevere raccomandazioni più che imposizioni e il cui alto senso civico in qualche modo garantisce che le indicazioni vengano seguite (oltre che condivise) dai più. La coesione sociale è così forte che, nonostante le riserve sull’operato del governo, il gradimento del Primo ministro socialdemocratico Stefan Löfven e del suo governo di minoranza è salito nei sondaggi. Vedo anche l’orgoglio nazionale e un appello costante alla propria unicità. Persino di fronte allo scompaginamento del fronte scandinavo, solitamente ben compatto e solidale, che ha visto reazioni molto diverse nella tempistica e nella qualità degli interventi, tanto che le testate svedesi si interrogano ora sul perché delle differenze: Norvegia, Danimarca, Finlandia e Islanda hanno “chiuso” prima e hanno molto contenuto i numeri di contagi e decessi.

Per la verità, iniziano a trapelare riserve più o meno velate per le strategie del governo, dell’epidemiologo Tegnell (a capo di un organismo indipendente dal governo) e della società tutta, di aver favorito misure di controllo dell’economia che hanno prevalso sulle preoccupazioni per la salute dei cittadini, a partire dalla necessità di fornire a medici e maestranze ospedaliere gli strumenti per lavorare in massima sicurezza. Questioni di budget e di mancata previsione delle forniture medicali hanno innestato questo coronavirus su uno scenario della sanità svedese già in difficoltà da mesi, alle prese con seri guai dovuti all’approvvigionamento di medicinali e apparecchiature mediche in balia del mercato che avevano bloccato le attività di grandi e importanti strutture ospedaliere, ritrovatesi con i magazzini vuoti e costrette a sospendere interventi e terapie. Ora il governo ha ripensato il sistema delle spese mediche puntando a riorganizzare una gestione pubblica, o quantomeno una presenza pubblica più forte nelle negoziazioni.

(Franco Minganti)

Franco Minganti

Franco Minganti è stato docente di Letteratura americana all’Università di Bologna ed è autore di importanti lavori sul jazz e sull’immaginario culturale americano.  Musicista esso stesso, ha pubblicato diversi lavori, tra questi: “Storia della letteratura americana” (co-autore, 1991), “X-Roads. Letteratura, jazz, immaginario” (1994), “Modulazioni di frequenza. L’immaginario radiofonico tra letteratura e cinema” (1997), “Altre X-Roads. Modi dell’espressività afroamericana” (2009). Ha curato “1930s. La frontiera urbana nell’America del New Deal” (1985), “Beat Generation” (1994), “The Beat Goes On. Cinquant’anni di controcultura” (1996), “Jazztoldtales. Jazz e fiction, letteratura e jazz” (1997), “Il Meridiano Hammett. Romanzi e racconti” (2004) e, insieme con Giorgio Rimondi, “Amiri Baraka. Ritratto dell’artista in nero” (2007). Sposato con Pia, una docente universitaria svedese, ha una figlia, Maja. Divide la sua vita tra l’Italia e la Svezia dove ora vive la sua famiglia.