Lugo. Un’altra settimana si sta per concludere, un’altra settimana di quelle che, da un po’ di tempo, sembrano avere giorni tutti uguali o tutti diversi; dipende da dove e da come la si guardi.

Cinque e quarantacinque del mattino, l’orario della mia sveglia da quando frequentavo l’Istituto d’Arte a Faenza. L’abitudine che finisce in “battaglia”. Io e lei a chi mette per primo il piede fuori dal piumone. Io, in anticipo su di lei da quel 6 marzo, senza dirle nulla, senza colpo ferire spegnendola, lasciandole la sua di abitudine.

Davide Ranalli, sindaco di Lugo

Da settimane siamo costretti a chiuderci nelle nostre case e per chi, come me, ha l’abitudine come prima cosa, dopo avere preso il caffè, di leggere i giornali è obbligato a farlo attraverso quelle tavolette elettroniche. Certo, non la stessa cosa, lo dico con nostalgia; la consistenza e l’odore della carta sono insostituibili, nonostante quel fastidioso nerognolo difficile da cavare, che ti fa apprezzare, in parte, la tecnologia.

Se racconto della sveglia, dei caffè e dei giornali è per spiegare come questo nemico invisibile, il Coronavirus, ha modificato davvero il nostro vivere, a cominciare dai riti e dalle nostre abitudini a cui molto spesso ci aggrappiamo per trovare il senso delle cose.

Da quando ho iniziato a fare il Sindaco, ormai sei anni, ho dovuto come tutti affrontare tanti problemi, dai quartieri allagati, alle modifiche della viabilità, il disagio sociale sino alla piccola buca del marciapiede. Mai e mai, però,  mi sarei immaginato di dovere incontrare lungo il mio cammino qualcosa del genere.

Essere Sindaco al tempo del Coronavirus significa, prima di tutto, acquisire la consapevolezza che tutto il resto, tutto quello che avevi pensato o immaginato per la tua città verrà dopo ogni cosa; sopratutto, il tuo primo dovere sarà quello di farti carico delle paure e delle inquietudini delle persone. Una questione più ampia della sola sicurezza sociale: una sicurezza umana.

Non c’è giorno che io non pensi allo sforzo immane che con la mia Giunta abbiamo fatto in questi anni per rilanciare la nostra città attraverso iniziative che portassero le persone a viverla appieno, mentre oggi il richiamo che dobbiamo fare è, quello, di rimanere nelle nostre case.

Le città, quelle raccontate da Calvino o da grandi urbanisti come Campos Venuti, oggi, si sono trasformate in deserti, in non luoghi; hanno perso la loro funzione storica e si sono trasformate in scenari desolanti che raccontano di un tempo svuotato da un nemico invisibile che va, però, combattuto in maniera concreta.

Ho provato a capire cosa sarebbe stato giusto fare per non perdere il contatto, quello della realtà e quello con le persone in un tempo in cui i contatti sono stati vietati per decreto. “Non l’avrei giammai creduto” per dirla con le parole del Don Giovanni.

La prima cosa è stata quella di allestire una spaziosa postazione di lavoro, in casa, una scrivania simile a quella del mio ufficio: il computer, il telefono, il porta matite, la lampada. La vera differenza  è stata la mancanza di decine di dossier solitamente impilati sulla scrivania in Municipio

a fronte dell’unico presente: “Coronavirus 2020”. Ho provato, dunque, a stabilire un elemento di normalità in una fase straordinaria. Ogni giorno, ormai da settimane, amplio quella cartella con dati, numeri, statistiche, ordinanze, decreti, pareri…passiamo ore e ore, supportati dalla tecnologia al telefono con sindaci, Prefetto, Azienda Sanitaria, con la segreteria del Comune per dare risposte rapide alle tante domande figlie della confusione del momento. In tempo in cui tutto rallenta, il nostro lavoro è scandito da tempi brevissimi, rapidi e che necessitano, molto spesso, di flessibilità.  Tratti tipicamente non caratterizzanti della pubblica amministrazione. Tutto ciò ha imposto un brusco cambio di rotta con modalità e tempi di intervento nelle risposte alla cittadinanza veloci, anzi velocissime; è stato, altresì, il momento in cui si è potuto ricostruire un legame forte fra i Sindaci della nostra Provincia tornando a tessere la trama che ci legava e ci lega alle nostre Comunità. Sembra un paradosso ma mai come in questi giorni ho avvertito maggiormente la forte vicinanza di cittadini e cittadine.

Davanti a noi abbiamo ancora un arco temporale lungo e imprevedibile; non sappiamo cosa ci aspetterà domani, fra una settimana e nei prossimi mesi…abbiamo e avremo il dovere di mettere le mani nel fango ancora una volta. Superare questa emergenza sanitaria significa farci carico della salute delle persone ma anche della loro condizione materiale e sociale, delle loro paure, delle loro angosce e soprattutto ricostruire, con loro, pezzo dopo pezzo la speranza che ognuno di noi conserva nel più buio e disperso del proprio io. Per dirla con Baricco, questo sarà il tempo dell’audacia, se intesa come un tempo nuovo fatto di una radicale trasformazione di noi stessi per essere al passo con un tempo sospeso e fragile.

Usciti da quelle case che ci hanno costretti ma anche protetti per tutto questo tempo, avremo bisogno di tornare a fidarci di noi, degli altri, di mani che da tempo non si stringono, di sorrisi a quali ci siamo, forse, disabituati a cominciare dai nostri.

Uscire dalle nostre case significherà, prima di tutto, fare i conti con una idea della solitudine che, per dirla con le parole di Benasayag, non equivale all’isolamento. Dopo tutto, non era solo Papa Francesco in quella Piazza vuota e bagnata dalla pioggia, così come non ero solo io e con me tutti i Sindaci in quel 31 marzo scorso in cui è stato osservato, davanti ai nostri municipi, un minuto di silenzio in ricordo delle vittime.

Immagini che sono e che saranno il simbolo con cui racconteremo ai nostri nipoti di quei giorni in cui ci vestivamo per non uscire di casa, di quei giorni in cui il lavoro era diventato smart, anche per chi, come me, aveva appena metabolizzato i “Tempi moderni” di Charlot e la dinamica fordista.

Di quel tempo in cui, non avendo più nessuno con cui scherzare mi presi gioco di una sveglia. Unico tentativo che avevo per prendermi gioco del tempo.

(Davide Ranalli, sindaco di Lugo)