Al calare delle tenebre, sagome scure si aggirano sotto i portici. Bardate con guanti per lavare i piatti e mascherine ricavate dalle tende del bagno, bussano a finestre all’apparenza uguali a tutte le altre.
– Parola d’ordine.
Mo du maròn.

A qualche metro si apre una cantina con accesso diretto sulla strada, le sagome entrano con un guizzo.
Dentro, l’atmosfera è quella degli speakeasy di Chicago, i locali clandestini durante il proibizionismo. Le differenze sostanziali sono due: si rimane ad almeno un metro di distanza, e in maggioranza si serve caffè. Qualche sambuca o grappino, ma poca roba.

Il Club 21 di New York era uno speakeasy ai tempi del proibizionismo (Foto di David Shankbone – English Wikipedia)

Dodici moke da dodici sobbollono in continuazione su fornelletti elettrici, alimentati da ciabatte volanti e grovigli di cavi, simili a festoni natalizi. Sul bancone improvvisato sono in mostra zuccheriere ricavate da barattoli di pelati e flaconi di simil-Amuchina fatta con acquaragia e fondi di nocino.
Sotto una teca di plexiglass – in origine una confezione di CD – sta la Carlona, sorella della famosa pasta Luisona di Benni.
Lo spazio è scarso, quindi caffè e paglia poi via, si lascia posto ai prossimi.

Due notti, tre al massimo, e si sbaracca. Tutto l’armamentario verrà trasferito altrove, la parola d’ordine cambiata. Il passaparola terrà aggiornati i clienti.

(Eugenio Saguatti)