Bologna. “Stiamo registrando con preoccupazione – scrivono i sindacati metameccanici Fim, Fiom e Uilm -, un aumento, negli ultimi giorni, del numero di aziende che non accettano più di sottoscrivere accordi impegnandosi all’anticipo di quanto di competenza Inps, soprattutto nelle aziende che sono seguite da studi professionali o dalle Associazioni Artigiane. A volte si porta come scusa che ‘tanto ci pensa lo Stato’, non rendendosi conto che in questo modo chi rappresenta le imprese (spesso piccole o artigiane) si assume la responsabilità di gettare le lavoratrici ed i lavoratori in una condizione di estrema emergenza economica”.

Alla luce del recente Decreto Liquidità (8 aprile 2020) le aziende non hanno più scuse per non anticipare ai loro dipendenti i trattamenti di cassa integrazione. Per i sindacati di Bologna, a meno di situazioni di “rischio fallimento” in cui il pagamento diretto rappresenta una sicurezza in più per i lavoratori, l’anticipo della cassa integrazione va garantito in tutti gli accordi. “Segnaliamo anche con preoccupazione che in diverse occasioni diversi studi professionali stanno evitando di sottoscrivere i verbali di espletata procedura, adducendo la motivazione che la sottoscrizione del verbale non è più indispensabile per accedere alla cassa: anche questo comportamento  è incomprensibile e inaccettabile. Non capiamo se si tratta di un malcelato tentativo di impedire il contatto tralavoratori e sindacato oppure se siamo di fronte al manifestarsi di una sottocultura allergica alla democraziacostituzionale e al ruolo che alle rappresentanze sociali viene assegnato dalla Costituzione e dal Legislatore”.

Siamo a Bologna: il valore delle relazioni industriali, del ruolo del sindacato e della contrattazione è condiviso e alla base anche dei successi del nostro sistema produttivo. “Non ultimo registriamo in queste ultime ore il moltiplicarsi di richieste – in molti casi fantasiose – alla Prefettura di Bologna di riprendere le attività (in modo totale o parziale) il prossimo martedì 14 aprile anche da parte di imprese che non rientrano nelle attività elencate dal Dpcm del 10 aprile 2020. Le motivazioni addotte celano una incapacità di leggere il contesto in cui gli Italiani sono da parecchie settimane; del resto anche in queste ore arrivano da più parti i pressanti inviti a non cedere dalla contingentazione della mobilità e dalle fermate produttive. Ricercare fantasiosi sillogismi, per giustificare il rientro al lavoro dei propri dipendenti, da parte di troppe direzioni aziendali ci fa capire che gli oltre 1.000 morti non sono sufficienti a certi imprenditori per capire la situazione in cui versa il nostro Paese; queste azioni li rendono responsabili del rischio che ritorni a salire la curva del contagio. Usare inoltre il silenzio-assenso della Prefettura, subissata di richieste da vagliare, per dribblare le disposizioni del Governo ci mostra una classe imprenditoriale che francamente avremmo preferito più responsabile, come del resto segnalato anche dalla dalla Regione Emilia-Romagna”.

(a cura di m.z.)