Ci sono cose che hanno un prezzo e altre una dignità. (E. Kant)

Quando ancora etica e razionalità significavano qualcosa, una formula facile da dire e complicata da adottare compendiava l’atteggiamento di una persona perbene verso le cose della vita: facciamo quello che dobbiamo, poi succeda quello che può.
Non che andasse invariabilmente cosi, non del tutto, non per tutti, altrimenti non ci troveremmo oggi in queste acque.
Siamo pur sempre creature fragili e altamente imperfette.
Ma per deviare da questa via stretta era necessario ricorrere a degli espedienti, a dei camuffamenti, perché i codici di comportamento civico, di tanto o di poco che fossero condivisi, ti richiamavano al suo rispetto.

Oggi molti dei principi che ispirano i nostri comportamenti individuali e collettivi sono cambiati eppure di questo prezioso precetto, che assegna alla responsabilità la guida delle nostre azioni, ancorché gli esiti attesi non siano sempre garantiti per l’incidenza di fattori sottratti alla nostra volontà, sarebbe bene far tesoro.
Specie in occasione di decisioni che non vorresti mai dover prendere, allorquando valori (quasi) altrettanto importanti, come salute e lavoro, entrano in concorrenza.
Una scelta sofferta perché costringe a scindere, foss’anche per poco, quel che nella nostra cultura e nella Costituzione siamo soliti e vorremmo tenere convintamente unito.

Nel nostro presente ci sono morti e malati, nel futuro immediato tribolazioni.
Con la paura a fare da denominatore comune.
Siamo diventati tutti tarantini.
Evocare la dolorosa vicenda della città pugliese non mi fa piacere.
Ma è forse utile per avvicinare la rappresentazione delle cose alla loro realtà.

Nel corso della vita ho conosciuto centinaia di imprenditori.
Intraprendenti, onesti, rigorosi, generosi, indispensabili.
Brava gente, se non ci fosse bisognerebbe inventarla e, visto che non è possibile, cercare di conservarla.
Nell’interesse dell’intera comunità.

Ho incrociato però anche dei padroni.
Cinici, avidi, disinvolti, inaffidabili, a volte pericolosi.
Che è meglio perdere che trovare.
I gatti non sono tutti dello stesso colore.
Non lo diventano nemmeno nel buio di questa epidemia.

Ilva, Seveso, Thissen, le navi dei veleni, la terra dei fuochi, gli operai a morire nelle stive della Mecnavi, i miei portuali falciati dall’amianto, imprese grandi e piccole dove si è consumata la dignità e a volte la vita di troppa gente.
Il prezzo da pagare al benessere, si diceva, talvolta il prezzo da pagare e basta.
Tutto il mondo è paese ma l’Italia ha il primato europeo dei morti sul lavoro.
E il caporalato.
E il lavoro nero.
Un po’ troppe cose per certificare quello che non sempre c’è.

Per chiedere una riapertura indiscriminata delle imprese con quei numeri dell’epidemia, lasciando intendere che siano cambiate le condizioni denunciate dai sindacati solo 20 giorni fa.
Dentro e fuori dalla fabbrica, nei percorsi di mobilità e nei rapporti con soggetti terzi.
Alla Lucchini di Brescia (!), che produce gomme per le ferrovie, forse non solo italiane e men che meno “essenziali” , 1.300 lavoratori hanno appena terminato uno sciopero.
Difficile credere che in impianti più piccoli apprestare sistemi di sicurezza sia più facile.
Non è vero che il fermo è attuato nel rispetto di criteri rigorosi.
La riapertura “graduale” c’è già, senza che nessuno l’abbia decisa.
In barba a tutto e tutti.

Il Governatore del Veneto la rivendica: qui è aperto il 60% delle imprese.
Stime accreditate parlano di 50% a scala nazionale.
Le richieste di deroga affollano le prefetture.
Scriteriatamente.
La responsabilità dell’impresa non si ferma ai cancelli da cui escono le merci.
E così le organizzazioni imprenditoriali non rappresentano solo gli interessi dei loro associati.
Assolvono a una funzione generale.
Hanno il diritto e perfino il dovere di incalzare le istituzioni perché predispongano quanto devono per rendere possibile la ripresa dell’attività prima che si può.
Non possono però coltivare la pretesa di forzare la mano al decisore politico all’atto di comporre secondo criteri di priorità l’insieme degli interessi della comunità.

Quello spot della Confindustria di Bergamo agli albori del dramma grida vendetta davanti al cielo.
Dopo aver ritardato la chiusura, indurre ad affrettare la riapertura sarebbe una tragica dismissione dalla propria responsabilità civile.
Chi ha l’autorevolezza per farlo deve aiutare le Istituzioni a decidere per il meglio.
Specie quando le scelte sono difficili.
Aprire subito è una pretesa criminale.
Allo stato delle cose è un rischio incalcolabile.
Non siamo preparati.
Non sappiamo cosa succederà e nemmeno bene cosa succede.
A partire dal numero degli infetti.

In questa condizione, “quando si apre” è una domanda sospesa nel vuoto.
Ricominciare è molto più problematico che fermarsi.
Non basta un decreto.
Bisogna creare un sistema che dia garanzie di tenuta.
L’unica certezza è che non siamo ancora in sicurezza.
Lo dicono gli scienziati.
Lo sanno gli imprenditori.

Pronti a ripartire ma impossibilitati a garantire quel che dipende solo in parte da loro e però riguarda la salute di tutti.
Finora ci siamo trincerati dietro la Maginot degli ospedali.
Per scoprire, come i francesi nella seconda guerra mondiale, che non ferma l’avanzata del nemico.
Fuori dalle mura di casa le carte le dà ancora il virus.
Se vogliamo riconquistare le strade bisogna cambiare le regole d’ingaggio.
Il quando è funzione del come.

Come si riapre, quali sono gli accorgimenti da adottare, gli apprestamenti da predisporre.
Chi fa, chi controlla, chi garantisce, chi risponde.
Quanto tempo serve, cosa facciamo per abbreviarlo, visto che ce ne vuole tanto e ne abbiamo perso molto.
Su questo ci dovremmo concentrare.
Il Governo in primo luogo, ma un po’ tutti.
Senza indugio.

“Quando sarà possibile avere le garanzie di sistema, tamponi, esami del sangue, tracciabilità…?” hanno chiesto per la milionesima volta al Prof. Galli.
“Intanto si potrebbe cominciare” ha risposto il sant’uomo.
Per arrivare bisogna partire.
Se non lo fai, se vai a rilento, almeno smetti di rompere le scatole con questi continui confronti con la Germania.
Che tanto, tranne nel calcio, li perdiamo tutti.

Serve un cambio di paradigma organizzativo.
Un centro decisore, un centro operativo ordinatore, strutture sul territorio.
Idee, persone e mezzi.
Poi succeda quello che può.
Coi soldi di quota cento si facevano i tamponi a tutto il mondo.

(Guido Tampieri)