Roma. Viviamo un momento drammatico, come ne usciremo dipenderà dalla consistenza e dalla rapidità con la quale verranno dispiegate delle misure straordinarie in campo monetario e fiscale, ma anche dalla capacità del Paese di accompagnare queste misure con una politica industriale di lungo corso.

Se prima dell’avvento dell’emergenza derivata dal Covid-19, giacevano al Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) oltre 160 vertenze aziendali, di cui tante aperte e di fatto irrisolte da alcuni anni, con i sindacati Cgil, Cisl e Uil critici sulla gestione di tali crisi aziendali svolta dai vari Governi che si sono succeduti negli ultimi anni, una gestione considerata dal sindacato confederale unicamente “burocratica ed istruttoria” senza essere quasi mai capaci di affrontare gli aspetti legati al rilancio aziendale e alla riconversione produttiva, una tale assenza di politica industriale ha avuto l’effetto di lasciare che le aziende rimanessero aggrappate alla cassa integrazione straordinaria ed è giusto ricordarne il forte incremento che lo scorso anno ha subito il ricorso a tale  ammortizzatore sociale rispetto all’anno precedente. Ho fatto questo passaggio perché il post pandemia vedrà e non di poco purtroppo lievitare i tavoli di crisi e un cambio di passo oltre che di risorse sarà necessario per mantenere alto e integro il livello qualitativo del nostro apparato industriale.

Il problema post pandemia che si profila nel nostro Paese sarà quello una di una crisi strutturale violenta, che qualcuno paragona non alla crisi petrolifera del 1973 né alla recessione da mutui subprime del 2008, ma la paragona agli effetti di un evento bellico prolungato. Il guaio è che la nostra industria manifatturiera e tra questi la metalmeccanica, asse portante della nostra economia, stava già segnando il passo nei mesi scorsi di fronte alle turbolenze internazionali (guerra sui dazi e brexit in primis) e alla debacle dell’automotive.

Adesso è arrivato il coronavirus, e da un temporale si è passati ad un’autentica bufera che sarà lunga tanto da sembrare senza fine, dalla quale non ne usciremo con un mero insieme di ammortizzatori sociali utili a limitare i danni temporanei alle persone più deboli o più colpite dalla crisi. Andrà progettato, e anche in fretta, un post crisi attraverso una campagna di investimenti senza precedenti, che da un lato sostenga gli ammortizzatori sociali e sopratutto dall’altro sviluppi almeno quattro capisaldi fondamentali per il rilancio della nostra industria manifatturiera e dell’economia in generale: incentivare la ricerca e lo sviluppo per creare prodotti e processi adeguati ad un mondo, quello post coronavirus, che sarà diverso da quello attuale; avviare la riqualificazione del personale delle aziende per la formazione di nuove competenze; dare il via a forti investimenti nelle tecnologie abilitanti la trasformazione digitale; dare un sostegno all’export in quanto è molto più fragile rispetto all’economia domestica, nel senso che il mondo fuori dai nostri confini è super competitivo e i concorrenti delle nostre imprese non aspettano altro che portarci via quote di mercato.

Nel prossimo futuro quindi tutto cambierà, per il rilancio del nostro apparato industriale oltre a forti investimenti tecnologici serviranno risorse anche per la nostra vita quotidiana, e serviranno sopratutto nel mondo del lavoro volti a orientare dei nuovi modelli di vita e organizzativi, andranno riorganizzati gli spazi lavorativi, dovranno essere rivisti gli orari di lavoro, andranno ridisegnati i trasporti pubblici, si dovrà provvedere al recupero di tutti i dispositivi di protezione individuali, andrà regolamentato meglio e allargato l’utilizzo dello smart working.

In merito ai “vecchi” 160 tavoli di crisi aziendali, al Ministero dello Sviluppo Economico le trattative aziendali ultimamente pur subendo alcuni rallentamenti sono proseguite a distanza usando le nuove tecnologie, in questi ultimi mesi non vi sono state grosse novità, l’unica novità riguarda Alitalia.

Prima dell’arrivo della pandemia per Alitalia esisteva un progetto di una newco a capitale pubblico e privato guidata da FS e Atlantia con una partnership nel campo della mobilità aerea, tra cui in lizza vi erano l’americana Delta e la tedesca Lufthansa, l’arrivo del crollo del volo aereo internazionale e pure nazionale dovuto al coronavirus ha visto defilarsi da tale progetto le due compagnie straniere, per evitare il crollo della compagnia di bandiera nazionale il Governo lo scorso mese ne aveva avviato un progetto di nazionalizzazione, tale piano prevedeva che la flotta aera in forza ad Alitalia si sarebbe ridotta di due terzi rispetto a quella attuale, una prospettiva che agitava il sonno di lavoratori e sindacati per l’elevato numero si esuberi che ben presto si sarebbero creati. Poi la novità, nelle ultime settimane è spuntato l’imprenditore German Efromovich primo azionista della compagnia di bandiera Colombiana che si è detto disponibile ad una partnership per rilanciare Alitalia anche se tutto è in alto mare, la trattativa però è in corso, di certo per adesso c’è solo l’incontro del 27 aprile prossimo previsto al Mise tra azienda e sindacati per il rinnovo della cassa integrazione che riguarderà 6.828 lavoratori, pari al 59% della forza lavoro attualmente in essere.

(Edgardo Farolfi)