Se fosse una canzone sarebbe “Città vuota” di Mina; se fosse un gioco sarebbe il gioco del silenzio; se fosse un libro sarebbe “Una solitudine troppo rumorosa” di Bhoumil Hrabal; se fosse un animale sarebbe silenzioso come un gatto; se fosse un film sarebbe “Arsenico e vecchi merletti”. Pensieri ai tempi del Corona virus. Immagini, comparazioni, parole, linguaggio. Ho iniziato a vedere nessi.

Virus dal latino veleno. Si riproduce col contagio e porta malattia. Chi si ammala, è affetto da malattia. Il virus è affettuoso per natura; si affeziona al corpo e alle sue cellule, e le infetta. Quanto basta per proliferare. Le lascia dopo averle trapassate e contaminate: una tragedia; da tragos, becco, per i greci. L’effetto attraversa anche il corpo sociale, fa contatto e si diffonde. Per il Corona virus, al secolo Covid-19, basta un banalissimo starnuto. Che per lui diventa starnutro e semina. Le famose goccioline che rimangono fluttuanti nell’aria trasportando particelle di RNA del killer.

Parole in azione
Quelle che stiamo sentendo centinaia di volte. E’ straordinario come le parole che utilizziamo di più per comunicare in un dato momento, traccino le linee di un mondo. Significati, immagini, associazioni tracciano un contesto che diventa luogo comune. Ognuno lo vive, a suo modo. Quando questo mondo corrisponde a un periodo difficile, di sofferenza o patimenti e diventa passato, anche molte delle parole che lo raccontavano vanno in quarantena. Si evitano perché evocano tempi bui. Si cercano sinonimi, termini nuovi, più idonei a comunicare un presente che era futuro. E’ probabile che “Corona” il nome del virus entrato a gamba tesa nelle nostre vite e nella Storia sarà evitato, anche se termine comune dalle applicazioni plurime.

Chissà se quando ne saremo fuori espressioni come “Coronare un sogno”, “incoronato/a a…” per Miss o riconoscimenti o per ascese al trono o “a coronamento di..” per esporre un ragionamento, saranno utilizzate come prima o saranno percepite come sinistre e sostituite? E i giornalisti, nei collegamenti dall’Inghilterra diranno ancora “La corona inglese”? O preferiranno  dire “La casa Reale inglese”? Il Covid-19 si è guadagnato un posto indiscutibile nelle nostre storie. Se ne parlerà ancora a lungo e segnerà un’epoca: a.C. (prima del Covid), d.C. (dopo il Covid, speriamo). E chissà se diventerà materia prima per i comici del futuro che, quando tutto sarà finito (speriamo) ci tesseranno ironie, battute, sarcasmo da intrattenimento. Sui social network fin dai primi giorni si è scatenata la creatività collettiva con video e immagini divenuti anch’essi virali. E magari dispositivi sanitari protettivi come mascherine e tute realizzate alla meglio diventeranno costumi il prossimo Carnevale in barba al virus. Quest’anno proprio a Carnevale ha mandato in tilt il rito sociale di buon auspicio che si lascia alle spalle la stagione scura per l’arrivo della Primavera.

 Linguaggi pandemici
Parole solitamente adottate in ambiti specialistici, sono divenute di largo dominio pubblico grazie all’amplificazione dell’instancabile e quasi ossessiva ripetizione dei media. Una cascata dirompente piena di contagi, infetti, positivi, in accezione negativa. Come si suol dire gli opposti si attraggono, anzi si sovrappongono : uno ruba il significato all’altro. Morti. Guariti. E poi epidemiologo, infettivologo, virologo, scienziati, ricerca, laboratori, respiratori, ventilatori, tecnologia, farmacia, farmaco, vaccino (tutt’altro che vicino), clorochina, plasmoterapia, esame sierologico, tampone (che fatica a tamponare la situazione e non la risolve), test, analisi, epidemia, pandemia. Un pandemonio!

Zona gialla, zona arancione, zona rossa. Un incendio virale. Ospedali, terapia intensiva, presidio medico, medici, infermieri. Eroi contemporanei che tali non si sentono. Paura, dolore, sofferenza. Misure protettive, mascherine, guanti. Bollettino, numeri in crescita e in calo. Quarantena, isolamento. E ancora smart working o remote working (più precisamente), molto remote e meno smart, digitale (si digita di tutto e fa diverso!). Misure restrittive, lockdown fa più shock. Commissario straordinario, fase 1, fase 2 e ci sentiamo sfasati. Ripartenza, vuoto, solitudine. Andràtuttobene, dipende per chi, forse, non si sa. Iorestoacasa (se ce l’ho), distantimavicini, vicini ma distanti (basta crederci). Repetita iuvant. La vita sociale va in affanno e si sposta sui social, termine divenuto amaramente simbolico. Ci accontentiamo del virtuale con la banda larga che, affollatissima, si fa stretta e non carica tutti. Uguali ma disuguali. Ce ne è abbastanza per rimanere annegati nel fiume impetuoso che ci si riversa addosso, da settimane,  ogni giorno. Epidemia verbale del Terzo Millennio. Una gragnuola di parole che ci rimbalzano in testa. In poco più di due mesi ci siamo visti proiettati in un mondo che stiamo apprendendo con velocità.

Nonostante tutto questo ci colga come massa indistinta in un’epifanica e inattesa uguaglianza, vi è chi non rinuncia a una narrazione snob con inutili quanto ridicole espressioni anglofone. Tanto per farsi comprendere dai più, rinunciando a termini della lingua italiana perfettamente corrispondenti e precisi. Qualcuno giustamente ne ha rilevato la goffaggine. E già circolano ironiche traduzioni dialettali.

E poi c’è il linguaggio bellico
Quello che ha un nemico da sconfiggere, che conta i caduti (si cade sui campi di battaglia), e fa la sua battaglia contro il virus. Vinceremo. Con le war rooms, le armi contro il covid, l’attacco e la difesa, le trincee, i bazooka (misure per sostenere l’economia). Espressioni e termini di un linguaggio muscolare usati come metafora. Tipicamente maschile; buono  per l’invasione di un “nemico” invisibile di cui si sa ancora poco e che ci ha colti impreparati.

Un gatto che soffia al leone
Ci siamo scoperti improvvisamente fragili e alziamo la voce contro ignoti. Qualcosa non torna infatti: in questa presunta “guerra” i medici e gli infermieri stanno in trincea e i militari allestiscono ospedali. Dovremmo farci qualche domanda. La guerra la fa l’Uomo, da decenni, agli ecosistemi ambientali con un’azione continua invasiva e di disturbo. Alla lingua delle armi materiali e immateriali, la Natura reagisce silenziosa con effetti globali e devastanti. E’ nella sua natura. Ma il linguaggio bellico propone una visione inquietante del futuro. Prepara le menti a misure autoritarie. Le abitua ad accettare riduzioni della libertà invocando cause di forza maggiore. Penetra (tragicamente) nell’immaginario individuale e collettivo imponendo una visione della realtà che necessita di una massa passiva. Semplifica la complessità, appiattisce funzioni e poteri mostrando una realtà distorta.

Foto di Markus Distelrath da Pixabay

 

Tempo di futuro
Se è già tempo di immaginare il futuro dopo il Covid-19 (“nulla sarà più come prima”, “dobbiamo disegnare il futuro prima della fine dell’emergenza”), come molti dicono, allora si impone un’attenzione particolare al linguaggio con cui si racconta il presente. Gli stessi significati rassicuranti di “normalità”  e “sicurezza” a cui siamo abituati è in discussione. Il linguaggio ha un potere formativo ed evidenzia punti di vista. Nel lockdown siamo reclusi o protetti? Restrizioni repressive o massa critica per contenere il contagio e accorciare i tempi della pandemia? L’epidemia è un nemico da combattere o un’opportunità non più rinviabile per interrogarci sulla relazione con l’ambiente e sul valore delle persone? La percezione della realtà volendola vedere, dipende dai punti di osservazione. Io vedo in parole come “guarigione” e “cura”, dei corpi e delle menti, anticorpi per un futuro fondato su una visione opposta a quella perseguita fino ad oggi, che parla di guerra, sfruttamento, saccheggio dell’ambiente, profitto  come fine primario, disuguaglianze di ogni genere nella vita e nella morte.

(Virna Gioiellieri)