Una debole alba si intravvede all’orizzonte: quasi in contemporanea si possono udire grida di gioia e di impazienza, rumoreggiare di malcontento e di frustrazione. Come non bastasse, a tutto ciò si deve aggiungere l’irrinunciabile bisogno di molti, forse troppi, di dire, di esternare, di portare a conoscenza di altri il proprio punto di vista, qualunque esso sia e qualsivoglia valore possa assumere. Ci si trova come chi sia appena scampato da un pauroso incidente e cerchi, ansimando, di proferire parola: in molti casi, parole senza senso alcuno. Con la differenza che noi ci si trova forzati di ascolto.

Quelli che non sono più tra di noi si contano oramai a decine di migliaia e non possiamo ancora dire che questa paurosa quantità sia destinata a non aumentare ulteriormente. Ci si trova in un fragile, anzi fragilissimo, equilibrio tra il desiderio di “normalità” e il timore di ricadere nell’errore, nella fragilità, nell’impotenza. Quotidianamente il balletto delle cifre tende a illustrarci una situazione che ha dell’irreale e si possono udire parole di speranzosa fiducia mentre si afferma che, nella giornata di ieri, i deceduti ammontano ancora ad alcune centinaia. Il paradosso della cecità: quando non si può vedere ci appare tranquillizzante anche un lieve rumore.

Al momento la disputa segue, come al solito, un canovaccio prestabilito: la ricerca del benessere materiale vis quello immateriale. Esiste una via che ci conduca alla sazietà del benessere che non sia costellata di insidie, pericoli, cadute? Vengono messe insieme alte autorità, capaci di competenza, in grado di rispondere a questa umana domanda e ricordo un personaggio indossato dal grande Foa che rideva di fronte a ogni disgrazia e tutti noi giù a ridere con lui. Un velo di sarcasmo.

Certo la voglia di normalità si fa sentire forte, invasiva, dirompente e, da uomini quali siamo, ci si trova a combattere tra il desiderio di una camminata nel sole, di un buon caffè in piedi al banco con amici, di un abbraccio sincero con una persona alla quale si vuole bene e, subdolo e invisibile, il pericolo che si ipotizza si possa nascondere dietro ogni angolo. E non si può neppure girarla come, nella commedia, il Pirandello e vederla come si vuole: qui si tratta di scelta. Ci viene richiesta responsabilità consapevole. A noi! Uomini avvezzi a non girarsi mai indietro, a fingere di eludere l’ineluttabile, a negare l’evidenza: abbiamo accettato, sorbendo un delizioso miscuglio liquoroso servito in una coppa ghiacciata, il dissolversi di un mondo che sappiamo irripetibile, abbiamo accettato da un lato l’accumulo di ricchezze inimmaginabili e dall’altro i morti per inedia, continuiamo ad applaudire condottieri politici che fino a ieri abbiamo scoperto essere audaci mitomani e mentre ci vengono enumerate le quantità di piccole imprese commerciali in grave difficoltà e in vista di chiusura, traffichiamo sui mercati on line per risparmiare qualche euro nell’acquisto dell’ultimo inutile giocattolo fingendo di ignorare che, proprio in questo modo, decretiamo la fine del negozio all’angolo e alla creazione di un altro “ricchissimo”. Si narra che quest’ultimo, gironzolando per la sua immensa villa dalle dimensioni di una favelas brasiliana, se la rida traguardando un piccolo schermo ripieno di cifre e affermi sorridendo: “… ma guarda come ci danno, ci danno!”.

Ci viene, dunque, richiesta, una posizione di responsabilità tra la nostra libertà ri-acquisita e quella degli altri a noi vicini che si trovano nella nostra identica posizione. Meno male che ci viene imposto l’uso della “mascherina”: magari, se la facciamo grossa, potrebbero anche non riconoscerci. Riusciremo a superare Buridano e il suo asino? Saremo in grado di dirimere l’eterna disputa tra il secchio di acqua fresca e la manciata di profumato fieno? Il povero asino finì per crepare di fame e di sete incapace di scelta. In assenza di nomina di una nuova eterna commissione di esperti credo di poter esternare tutti i miei dubbi. Si salvi chi può.

(Mauro Magnani)