Si scopron le tombe, si levano i morti, i martiri nostri son tutti risorti. (Inno di Garibaldi)

L’accusa è surreale: il Governo si affida troppo agli scienziati.

Per altro mai così uniti, in tutto il mondo, nel denunciare i rischi di una ripartenza incauta e del correlato allentamento della vigilanza civile, individuale e collettiva, che ha reso possibile questa graduale apertura e rappresenta ora la sola assicurazione contro il rischio di una caduta rovinosa.

La speranza è che sappiamo fare della nostra libertà un uso migliore di chi vi inneggia stravolgendone il significato.

Dissennatamente, biecamente.

“Il nostro obbiettivo è la libertà” cantavano i soldati tedeschi invadendo la Russia.

Cosa sono le parole senza una coscienza che ne illumini il significato?

A nessuno dei politicanti che speculano sui nostri turbamenti viene il dubbio che questo è il momento in cui la comunità va aiutata e non istigata.

A non molti dei portatori di interesse costretti ad attendere qualche giorno ancora viene in mente che la loro attività non è poi così facile da organizzare in sicurezza, che si, forse, un bar non è più pericoloso di un bus e un amico meno importante di un cugino ma che se tutto diventa possibile per tutti, senza gradualità, senza verifiche, si rischia una strage.

Che ci sia grande preoccupazione per l’economia si capisce.

Che siano tutti arrabbiati per i tempi della riapertura un po’ meno.

Quando ero assessore alla caccia, i seguaci di Sant’ Uberto mal sopportavano i limiti posti all’esercizio della loro passione.

Un amico psichiatra mi suggerì di toglierli tutti: vedrai, mi disse sorridendo, che il problema si risolve da solo, non ci sarà più niente da cacciare, niente per cui protestare.

Senza alcuna pretesa di scientificità, ho provato a fare un calcolo di quel che sarebbe accaduto già a Pasqua se tutte le rispettabilissime, motivatissime richieste di tutti fossero state accolte da un Governo finalmente sensibile alle ragioni delle imprese e ai diritti del popolo cancellati col lockdown: tutto riaperto, tutti fuori, tutti al mare.

A mostrar le chiappe chiare.

Per la gioia del virus cacciatore.

E qualche problema per la selvaggina.

Perdonatemi l’accostamento.

È dai tempi raccontati da Marguerite Youcenair nell’Opera al nero, agli albori dell’epoca moderna, che la scienza non veniva guardata con tanta superstiziosa aspettativa e tanto sospetto.

Le chiediamo risposte a domande che ancora non l’hanno, come se bastasse spingere un tasto per ascoltare la musica preferita.

Ma se solo esita o si diversifica, come è naturale di fronte all’ignoto, ecco che la politica, maestra di ambiguità l’accusa di incongruenza, e allorché i suoi responsi ne ostacolano i disegni, dopo aver fatto mostra di ascoltarla, ne ignora le indicazioni.

Lo fanno un po’ tutti.

La destra soprattutto, ma anche là sinistra.

I grillini un po’ meno, di stupidaggini sulla scienza ne hanno detto così tante che devono essersi presi un periodo sabbatico.

Lo fanno Governatori e Sindaci con provvedimenti validi solo in ambito territoriale che tuttavia mettono in pericolo l’intera comunità nazionale.

Tirando in ballo perfino la Costituzione, che evidentemente non conoscono.

Ricorsi velleitari come quello della Sindaca di Riccione, verranno invariabilmente respinti dalla Suprema Corte e naturalmente pagati da noi contribuenti.

È il prezzo delle grandi battaglie ideali.

Il bello è che lamentano una confusione di indicazioni che per primi hanno concorso a generare.

Considerando un insieme unitario di prescrizioni sanitarie alla stregua di un menù a la carte.

Nel pieno di un’epidemia planetaria di un virus ad altissima diffusione, con una discreta percentuale di vittime.

Ancora per molti aspetti sconosciuto.

Che però ha già dimostrato di trovarsi bene in Italia.

Confortato dalla benevolenza di molti che adesso, cogliendo i segni di un suo affaticamento, lo vorrebbero corroborare, per farlo tornare più bello e più forte che pria.

30.000 morti non sono stati un tributo sufficiente.

“Vi preghiamo, ha implorato il primario della rianimazione dell’ospedale di Rimini, fate quello che vi chiediamo. Fatelo per rispetto dei nostri caduti. Il mostro non è stato domato. Abbiamo bisogno di tempo”.

Che non è una variabile indipendente dalle nostre azioni.

Che sarà tanto più breve in quanto lo riempiamo di quelle cose che ormai abbiamo imparato a conoscere: lo screening del virus, il tracciamento dei soggetti positivi…

È su questi apprestamenti che va concentrata l’attenzione e, se ci sono ritardi, che ci sono, la critica.

Non si può invocare la sicurezza e, assieme, contrastare una app che per essere efficace dovrebbe essere resa obbligatoria come una vaccinazione, con risibili richiami alla privacy.

L’abbiamo già svenduta da tempo, a imprese private straniere, per futili motivi.

È lì, in un balzo organizzativo di un Paese da sempre disorganizzato, la polizza d’assicurazione sulla vita di ristoranti, bar, stabilimenti balneari e quant’altro richiede di essere fruito con mente serena.

Non è aprire una settimana prima che risolverà i loro problemi.

L’economia è necessaria.

E tuttavia non può essere il padrone indiscusso delle nostre vite.

Né lo devono diventare le nostre abitudini.

Raggiungere le seconde case non è un bisogno esistenziale e perfino il cappuccino può aspettare qualche giorno, che nessun concorrente polacco ce lo porta via.

Slogan per slogan: aiuti sì, tutto quello che si può a tutti quelli cui si deve; altri cadaveri no.

Quali che siano i ragionamenti, i sentimenti, buoni e cattivi, generosi ed egoisti, resta il fatto che di quella creatura lì che la natura, un laboratorio, l’INPS, quel boia di Giuda, qualcuno o qualcosa ha messo in mezzo al nostro sentiero, di tanto o di poco gli unici che capiscono qualcosa sono gli scienziati.

A chi mai dovrebbe affidarsi un Governo, anche migliore di questo, che non è difficile ma in questo momento in Italia non c’è e in giro per il mondo boh, se non a loro?

Agli economisti che, diceva Galbraith, sanno predire esattamente solo il passato?

A Governatori che nel nostro futuro sanno vedere solo plastica e strade?

O a mio cognato Ermanno che pettina delle teste meravigliose di fuori ma purtroppo non sa, e io nemmeno come crearne di ben fatte di dentro?

“Ho l’impressione che questi medici vogliano fare i politici” ha ammonito il sindaco di Firenze.

Lo dicono anche dei giudici.

E dei professori.

Di chiunque abbia cognizione di causa.

Meglio affidarsi a Luca Lotti.

O a Borghi, l’economista di riferimento della Lega in predicato di ricevere il Nobel.

Questa presa di stanza da chi sa non è un modo per ribadire le gerarchie del processo decisionale che assegnano ai rappresentanti del popolo l’ultima parola.

Come è giusto.

Somiglia piuttosto alla sindrome del re di Francia che, ripreso dai compagni di gioco per essersi preso un settebello con un due, tacitò l’impertinente rilievo con un “sì, ma io sono il re”.

La politica decide, ma il suo spazio è delimitato dalla scienza e dal primo dei diritti tutelati dalla nostra Costituzione: la salute.

Altrimenti è arbitrio.

(Guido Tampieri)