Imola. “Exultate et jubilate. Vasi portapalma dal XVII al XIX secolo in Diocesi di Imola”, curata da Lorenzo Lorenzini e Marco Violi, è il tema della  mostra con la quale riparte l’attività del Museo diocesano di Imola. A causa dell’emergenza COVID-19 attualmente ancora in atto, nel totale rispetto dei decreti vigenti e delle misure di sicurezza in vigore su tutto il territorio nazionale (distanziamento sociale, ingressi contingentati, ecc.), la mostra non sarà però inaugurata ufficialmente, ma di fatto dichiarata aperta e visitabile dal primo giorno di riapertura dei musei. La mostra proseguirà poi fino al 13 agosto con i seguenti orari: martedì, mercoledì e giovedì: ore 9-12; martedì e giovedì: ore 14-17: sabato: ore 10-13 / 15.30-18.30 (escluso agosto); domenica: ore 15.30-18.30 (escluso luglio e agosto). Per informazioni: tel. 0542.25000 – https://www.facebook.com/museodiocesanoimola.

Il museo diocesano
Il Museo diocesano di Imola da alcuni anni a questa parte ha volutamente intrapreso un vero e proprio cammino alla riscoperta di quei materiali artistici (per lo più sacri) che, per consuetudine, vengono inseriti nel novero delle cosiddette arti minori o, per meglio dire, applicate. Crediamo infatti – nel XIII e XIV secolo, peraltro, il concetto di arte minore non trova alcun fondamento – che le forme di produzione alternative alla pittura, alla scultura e all’architettura (ossia le arti maggiori) siano meritevoli di una particolare attenzione: spesso costruiti con materiali preziosi, questi oggetti hanno contribuito in maniera determinante alla divulgazione in aree lontane degli stili delle loro zone di provenienza.

Ecco allora che il Museo Diocesano di Imola, dal 2015 ad oggi, ha promosso al suo interno le mostre monotematiche sui tesori della cattedrale di Imola, sui reliquiari ad ostensorio, su quelli antropomorfi, sui manufatti monastici, sugli ostensori, sui calici, sui tabernacoli da viatico, sulle cartegloria e sulle pissidi, aventi tutte per oggetto materiali afferenti le arti sacre minori. In soluzione di continuità con queste si sono svolte mostre sulla piccola plastica devozionale in terracotta, sui gioielli in micromosaico, sull’orologeria e sulla grafica antiche, sugli scrigni e cofanetti, sull’arredo della tavola di Chiaramonti, sui bijoux americani d’epoca. Con una particolare attenzione a mostrare non solo il vasto e variegato patrimonio artistico diocesano, ma cercando di porlo a confronto con opere provenienti da raccolte pubbliche e, spesso e volentieri, anche private.

Exultate et jubilate
Exultate et jubilate. Vasi portapalma dal XVII al XIX secolo in Diocesi di Imola – prima esposizione temporanea del 2020 – rappresenta, dunque, l’ultimo virtuoso esempio di quanto sino ad ora affermato, laddove la fattiva collaborazione tra soggetti privati, studiosi e istituzioni museali non necessariamente del territorio, diviene strumento di promozione di un progetto culturale atto alla riscoperta, valorizzazione e conoscenza di materiali artistici di uso liturgico – spesso caduti in disuso, ancorché di pregevole fattura – sottraendoli ad un destino di oblio e sicura dispersione.

Il vaso portapalma è un vaso d’altare per disporre i rami d’ulivo (o di palma) nel tempo pasquale. Fin dall’antichità la palma è stata simbolo di vittoria e con lo stesso significato venne adottata nel Cristianesimo come attributo dei martiri e del trionfo di Cristo sulla morte. L’olivo stesso compare nell’arte paleocristiana come riferimento alla pace e, in associazione con la palma, come segno dell’ingresso di Cristo a Gerusalemme. Processioni in memoria di questo evento sono documentate proprio a Gerusalemme sin dal IV secolo e in Occidente dal VII. Da questi antichi riti nasce la tradizione di disporre sull’altare, tra un candeliere e l’altro, rami di olivo o di palma nei giorni fra la Domenica delle palme e il Mercoledì santo. I vasi portapalma, generalmente coerenti con lo stile degli altri arredi dell’altare – ovvero dei candelieri e, prima del Concilio Vaticano II, delle cartegloria –, sono generalmente in forma di anfora balaustrata, talvolta biansata, e sono dotati, nella parte superiore, di un’apposita fessura in cui inserire un ramoscello. Esistono anche – ma non è il nostro caso – portapalma per composizioni floreali fisse, dette anche frasche, realizzate in argento sbalzato con disposizione simmetrica a forma di mandorla (tipiche dell’Italia centro-meridionale), in metallo (tessuto e carta) dipinto con effetti realistici (se ne sono schedati alcuni esemplari interessanti anche in diocesi) o con perline di vetro (diffuse soprattutto in Sicilia).

Gli oltre cento vasi portapalma (di ben 50 fogge diverse), per la più parte assolutamente inediti, offrono una panoramica abbastanza precisa sulle varie tipologie di questi manufatti realizzati in materiali vari – prevalentemente legno intagliato dorato o argentato, come anche lamina metallica sbalzata, cesellata e argentata, sino al bronzo – oltre che di dimensioni molto differenti, da pochi centimetri a oltre 70 di altezza. Si tratta di arredi generalmente assai qualitativi, provenienti dalle raccolte del Museo Diocesano di Imola (con pezzi in deposito anche da importanti chiese cittadine quali Santa Maria in Regola), dei musei parrocchiali di Castel Bolognese, Bagnara di Romagna e Piratello, dal capitolo della Cattedrale di Imola, dalla Collegiata e da San Giacomo di Lugo, dalle chiese imolesi dell’Osservanza, del Carmine, di San Lorenzo e di Sant’Agata, dalle parrocchiali di Massa Lombarda, Borgo Tossignano e San Lorenzo di Dozza, dalle chiese rettoriali di Santa Maria dei Servi di Imola e delle Stimmate di Lugo, infine in prestito dal seminario diocesano e da alcuni privati. I pezzi esposti – databili tra la seconda metà del Seicento e la prima metà del Novecento (più sotto si spiegherà il perché dell’incursione, ancorché fugace, all’interno di un secolo non esplicitato nel titolo della mostra) – sono opera di botteghe attive prevalentemente sul territorio, tra le quali si segnala quella prestigiosa dei Giuliani, operante a Imola a cavaliere tra XVII e XVIII secolo. Si tratta di oggetti in cui materiali e disegni si allineano a quelli dell’arredo profano e, benché la collocazione sull’altare ne codifichi dimensioni e forme, gli artigiani in essi hanno da sempre dispiegato tutto il ricco repertorio di festoni, testine angeliche, volute, modanature a cui si aggiungono – secondo l’epoca e lo stile – girali, foglie, boccioli, serti di fiori, teste ferine, drapeggi e conchiglie, colonne, baccellature e gradini. Gli esemplari superstiti in perfette condizioni di conservazione sono oggi piuttosto rari; il vento nuovo del Concilio Vaticano II, infatti, ha renso inutili questi arredi che, allontanandosi dal nuovo orientamento della liturgia, si avvicinano invece al gusto e allo stile di soprammobili e lampade. E così dagli altari alle soffitte, poi alle vetrine degli antiquari e, infine, su un cassettone o un tavolino, il loro percorso negli ultimi cinquant’anni è stato piuttosto lineare.

A ciascuno degli esemplari più significativi, tra tutti quelli in mostra, è dedicata un’apposita scheda nelle pagine del catalogo. Segnaliamo la presenza di un curioso altarolo in miniatura ottocentesco (in prestito dal Seminario diocesano) dedicato all’Immacolata Concezione, dotato ancora di numerosi dei suoi arredi originali, fra cui anche tre piccoli vasi portapalma. Il visitatore troverà poi esposti anche due esemplari della prima metà del ’900, nonostante la forbice cronologica dichiarata nel titolo della mostra sia compresa tra XVII e XIX secolo. Le motivazioni di questa scelta, avvenuta già in itinere, sono molteplici: l’oggettiva bellezza dei due manufatti, la provenienza da botteghe locali note (una imolese e l’altra lughese) e, infine, perché dimostrativi del fatto che la stagione del revival ottocentesco non si conclude con il secolo, ma prosegue anche ben più oltre.

Dal momento che i vasi portapalma venivano posti sull’altare durante il tempo pasquale, si è ritenuto di dover esporre anche un incredibile manufatto ottocentesco utilizzato nella processione introduttiva al rito della Domenica delle palme. Il curioso intreccio (in prestito dal capitolo della cattedrale imolese), opera di un raffinato e fantasioso artigiano bordigotto, è databile a dopo l’elezione al soglio di Pio IX, vescovo di Imola dal 1832 al 1846. Si potrebbe ipotizzare (anche se a tal proposito le carte tacciono) che il ramo sia giunto a Imola al seguito del papa in occasione del suo pastorale viaggio nelle Romagne del 1857, e che il pontefice ne abbia poi fatto dono alla chiesa imolese.