Bologna. La questione del lavoro torna centrale nelle preoccupazioni della fase 2. Ne parliamo con Marco Lombardo, assessore del Comune di Bologna con deleghe ad Attività produttive, Accessibilità, Relazioni europee ed internazionali, Cooperazione internazionale.

Marco Lombardo, assessore del Comune di Bologna

Di cosa si occupa un assessore al lavoro quando in tanti non lavorano?
“Voglio prima di tutto ricordare che tanti non si sono mai fermati durante l’epidemia, dalla sanità alla logistica alla grande distribuzione fino ai riders e ai poliziotti. Prima di tutto quindi ci siamo occupati della protezione di chi era in prima linea contro il covid (mascherine), il secondo tema, nelle  settimane successive era quello di far capire ai cittadini che il virus si trasmette attraverso i contatti diretti delle persone (il jogger, per capirci, non è pericoloso), non a caso il  50% del contagio è avvenuto nelle aree industriali del paese. Ci dovevamo fermare per poi ripartire e ancora adesso considero sciagurata la decisione di molte aziende di continuare a lavorare. Ed è una critica che faccio con rammarico perché all’inizio dell’epidemia aevamo registrato un tasso di disoccupazione bassissimo, intorno al 3% l’indice della presenza femminile era salito al 68%. So benissimo che questi numeri vanno letti con attenzione e che va misurata anche la qualità del lavoro.”

Ora siamo comunque nella fase 2…
“Si ma dobbiamo tornare i livelli che dicevo e se possibile migliorarli, per non  tornare alla normalità di prima che conteneva elementi inaccettabili. E quindi come assessorato si è deciso di chiedere alle parti sociali (insiemi ad Ausl, Inail e altri soggetti) di sedersi ad un tavolo per la sicurezza per trasformare in atti concreti le indicazioni del governo. In sostanza bisognava definire quali erano i livelli di sicurezza indispensabili per continuare ad operare. In questo modo più che un problema di date, abbiamo posto un problema di fondo. Si lavora se le condizioni di sicurezza lo consentono. Questo è il contributo che la città di bologna ha consegnato alla regione che poi lo h portato all’attenzione del goveno. Tra l’altro questo percorso evita scontri legali: se un lavoratore si ammala di Covid può (e ne ha titolo) fare causa all’azienda (covid è una malattia professionale) se non erano state prese le opportune misure. Abbiamo voluto ricordare che il dialogo sociale che è uno dei vanti del nostro territorio deve saper affrontare anche situazioni inedite, come quelle determinate da una epidemia.”

E’ anche vero che il covid ha fatto emergere una città che ha grossi problemi sociali e sacche di indigenza decisamente ampie.
“L’alto numero di richieste di sostegno per poter fare la spesa ci dice che è saltato un modello che ipotizzava, semplifico il ragionamento, che ad un posto di lavoro (agganciato a contratti nazionali) corrispondesse un salario sufficiente per vivere. Abbiamo verificato che esiste una zona grigia, che comprende migliaia di persone che magari fanno più di un lavoro ma non raggiungono un reddito sufficiente e nemmeno arrivano alla metà del mese. E’ la categoria dei ‘lavoratori poveri’ a cui io aggiungo quella di chi ha un contratto a termine. Credo infatti che sia necessario definire un reddito di quarantena per quelle persone che non rientrano nel decreto CuraItalia.”

Si tratta di un’area molto ampia di soggetti
“L’Unione Europea ci diceva già nel 2014 che in questa fascia si trovavano 5 milioni di lavoratori; ora quel numero si è probabilmente triplicato,in particolare per la presenza di soggetti che si attivano quando vengono chiamati al lavoro. Credo infine che proprio nelle città si elaboreranno nuove politiche attive per il lavoro e per le imprese. E se questa riflessione è valida per Bologna, a maggior ragione vale territori di più ampie dimensioni.”

(m.z.)