La stretta finale sull’editoria non è certo iniziata col Coronavirus, ma l’epidemia potrebbe essere la classica mazzata finale, quella che ne determina il punto di non ritorno. Pur essendo le edicole tra i pochissimi negozi rimasti aperti per quasi due mesi durante il lockdown, l’emorragia di copie non solo non si è arrestata ma si è pure aggravata.

E in mezzo a questa caporetto abbiamo assistito anche al cambio di proprietà del principale quotidiano italiano, “La Repubblica”, che assieme al Corriere della Sera detiene il sempre più traballante primato di giornale nazionale a maggiore tiratura.

Ebbene, il colpo di teatro è stato repentino: la Exor di John Elkann, quindi la famiglia Agnelli, ha rilevato la quota di maggioranza di GEDI, la cassaforte di famiglia dei De Benedetti (padre e figli, da tempo in rotta di collisione sui destini del giornale).

Il passaggio di mano è stato rapido, così come il licenziamento in tronco del direttore Carlo Verdelli sostituito da Maurizio Molinari (ex La Stampa), in un giro di poltrone che ha coinvolto tutte le testate del gruppo.

La coincidenza di un cambio così repentino di un Direttore sotto minaccia dell’estremismo neofascista, in un momento in cui era nel pieno la campagna di solidarietà nei suoi confronti, è stato un pessimo segnale: di stile, in primis, ma anche di sostanza.

Evidentemente Verdelli era nella lista nera degli Agnelli da tempo, e metterlo alla porta su due piedi, senza aspettare un momento meno delicato, ha avuto comunque un significato specifico, non foss’altro nel far capire a tutti (redattori e non) che da quelle parti non era più gradito.

Ma vicende personali a parte, son bastate poche settimane per far capire che l’aria a Repubblica è cambiata davvero, molto più che nei passaggi proprietari avvenuti in passato, quando a prevalere e a perpetuarsi era comunque sempre stata la filososfia impressa fin dall’inizio dai fondatori Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo, attorniati da un folto gruppo di firme storiche che per decenni si sono mosse all’unisono come una falange, se non un vero e proprio “partito”.

Non a caso venne coniato il neologismo “Partito di Repubblica”, a causa della dichiarata volontà/velleità di quel gruppo di non limitarsi a rappresentare la voce di una parte di opinione pubblica orientata a sinistra (una sinistra “liberal” e non marxista) ma addirittura di volerne essere il punto di riferimento e la guida, sostituendosi in parte o in toto ai partiti politici che la rappresentavano a livello di massa: Pci/Pds/Dds/Pd. Non solo, dunque, una voce editoriale ma anche il giornale che in qualche modo “dettava la linea” al partito medesimo.

Se un tempo i partiti (e quelli marxisti più d’ogni altro) concepivano i propri giornali come meri organi al servizio del partito medesimo, fatti per divulgare la linea e le idee del partito, con La Repubblica ci trovammo a poco a poco di fronte a un completo capovolgimento di quadro: partiti ex marxisti ed ex socialdemocratici, sempre più “spaesati”, incerti nella linea, conflittuali al proprio interno e liquidi a cui si sovrapponeva come guida un giornale che non solo li indirizzava ma in alcuni casi addirittira imponeva (o cercava di farlo) la linea politica e gli atti politici conseguenti.

Anche questo modello però era andato in crisi da tempo.

Sostanzialmente dalla fine del berlusconismo di cui la Repubblica di Ezio Mauro e De Benedetti furono i più accerrimi nemici, in uno scontro durato vent’anni che ha avuto origine nel conflitto tra i due editori, Carlo De Benedetti e Silvio Berlusconi, per il controllo della Mondadori.

Il crepuscolo del berlusconismo, l’ascesa di nuovi fenomeni politici come il movimento 5 stelle di Beppe Grillo, ma anche il renzismo nel Pd, hanno giocato un ruolo determinante nella fine di quel modello.

Il passaggio di consegne tra i figli di De Benedetti e l’ultimo esponente della stirpe egli Agnelli non è dunque solo la fine di un ciclo, ma anche di un mondo e di un modus operandi.

Su cosa sarà La Repubblica domani si possono fare tante ipotesi, tutte più o meno brillanti o azzeccate, ma al momento è più facile concentrarsi su cosa non sarà più.

Non sarà più un giornale che vuole essere (spesso senza riuscirci o riuscendoci solo parzialmente) il punto di riferimento esclusivo della sinistra italiana, dell’intellighenzia liberal del paese, orientato ad avere per sua natura un approccio “egemone” non solo sulla politica ma più in generale sulla cultura italiana, in una missione concepita quasi come una sorta di sacerdozio laico della moralità del paese.

Questa “mission” è finita: probabilmente i più avvertiti tra i giornalisti e i collaboratori l’hanno già capito.

Per quelli che invece saranno gli interessi politici, economici e culturali dei nuovi proprietari, a cui si dedicherà il giornale, basta aspettare un po’: li potremo leggere ben  stampati a chiare lettere in prima pagina.

Sempre ammesso che per la carta stampata ci sia ancora un futuro, seppur di nicchia.

(Paolo Soglia, già direttore di Radio CittàdelCapo)

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