Imola. Erano presenti quasi tutti i componenti dell’Unità di crisi istituita dall’Ausl di Imola: l’occasione è stata la prima conferenza stampa dell’azienda sanitaria imolese dall’avvio dell’emergenza coronavirus. Un momento importante non solo per fare il punto della situazione, ma anche per lanciare alcuni messaggi forti in previsione della ripresa del dibattito sul futuro della sanità metropolitana. Quello a cui abbiamo assistito è stato una sorta di lungo racconto sui 90 giorni trascorsi da quel 24 febbraio quando un un giostraio proveniente da Codogno si presentava al Pronto soccorso di Imola con dei sintomi respiratori. Eravamo all’inizio dell’epidemia in Italia e quella data ha scandito l’inizio dell’emergenza a Imola, da quel giorno è stato attivato il primo gruppo di sanitari che hanno coadiuvato la direzione nella gestione dell’emergenza Covid, quella che poi sarebbe diventata l’Unità di crisi.

Il racconto che ne è scaturito da questa conferenza stampa è un inno alla sanità pubblica, una “rivincita” di un sistema da tempo messo in discussione, ma che in questa occasione ha dimostrato tutta la sua validità proprio in quegli elementi penalizzati fino a pochi mesi fa dai tagli e da scelte non in linea con la valorizzazione di un sistema pubblico. Un racconto che merita di essere pubblicato per intero, lasciando parlare i sanitari e anticipando di fatto quello che saranno i contenuti di una prossima pubblicazione annunciata dal direttore generale Andrea Rossi.

Quello che leggerete in queste righe è il racconto dettagliato dei testimoni che per ragione di lunghezza pubblicheremo in tre fasi, proprio per potere dare spazio a tutti e per evitare sintesi che rischierebbero di non trasmettere fini in fondo ciò che è successo negli ultimi 100 giorni nella sanità imolese.

Andrea Rossi, direttore generale Ausl Imola

ANDREA ROSSI (direttore generale Ausl Imola) 

L’inizio
Sono successe tante cose in questi 90 giorni, il 24 febbraio abbiamo attivato la nostra “Unità di crisi”. In un certo senso siamo stati fortunati, in quanto gli eventi si sono manifestati nel nostro territorio con circa una settimana di ritardo, quindi abbiamo potuto guardare quello che succedeva da altre parte per attrezzarci a reggere meglio l’urto. Un secondo fattore che ci ha aiutato è stato il tempo, cioè il fatto che abbiamo reagito in fretta. Siamo stati tra i primi ad attivare la tensostruttura esterna come filtro all’ingresso in ospedale, siamo stati tra i primi ad attivare un’attività territoriale, quella che poi si è trasformata in Usca (Unità speciali di continuità assistenziale), siamo stati tra i primi a parlare di tracciamento dei contatti, di tamponamento e di ricerca attiva dei casi sul territorio, quando gran parte delle attività prevalenti dell’intero paese erano quella di concentrarsi sull’ospedale per aumentare i letti di terapia intensiva, cosa che abbiamo fatto anche noi, ma senza dimenticare il resto.

L’Unità di crisi
Tutto ciò che abbiamo fatto di buono in questo periodo lo si deve ad un forte e condiviso lavoro di gruppo, la nostra “Unità di crisi” ha svolto un grandissimo lavoro di squadra. Di fronte a problemi così complessi, la frase che abbiamo usato tante volte è che dovevamo stare un passo davanti agli eventi, e per fare questo serviva un bagno di umiltà, soprattutto avere presente che non c’è nessuno che sa tutto di questa malattia, ma ognuno può dare il proprio contributo. E’ stato fondamentale mettere in connessione i diversi cervelli, poi farli funzionare per comprendere meglio quello che stava succedendo, un qualcosa che non abbiamo ancora compreso completamente. Non so quante volte parlando con l’unità di crisi ho detto “non lo so” e continuo ancora a dirlo. E quando una cosa non la si sa, dobbiamo comunque comportarci di conseguenza. Provare a comprendere ciò che si poteva con la consapevolezza che eravamo dentro ad una situazione imprevedibile, minacciosa e destabilizzante dove il nostro lavoro veniva svolto in condizioni di grandissima incertezza. Ho sempre pensato che le scelte migliori erano quelle condivise, la posta in gioco era troppo alta e tanti valori tra loro in conflitto, pensate solo ai temi della salute e dell’economia, e nello stesso tempo ci venivano richieste azioni urgenti dove non si poteva temporeggiare. Non ci potevamo permettere di andare ognuno per conto proprio. Da qui la scelta fin da subito di operare tramite l’Unità di crisi. Dapprima ci trovavamo nella sala della direzione generale, ma poi, visto il rischio elevato di conmtagio pur mantenendo il distanziamento, l’abbiamo fatto usando gli strumenti che ci metteva a disposizione la tecnologia. Nel vivo della crisi ci collegavamo sette giorni su sette, due volte al giorno: alle 9.30 e alle 17.30. Dopo il 27 marzo e fino al 28 aprile abbiamo un po’ rallentato, collegandoci una volta al giorno, ora lo facciamo ogni due o tre giorni.

Ingresso Pronto soccorso Imola (Foto Ausl Imola)

La nascita dell’Ecu (Emergency care unit)
In questo periodo sono state prese importanti decisioni. L’attivazione della tensostruttura esterna e la gestione del pre-triage datata 3 marzo, giorno in cui abbiamo avuto il primo caso di malattia sul nostro territorio. I posti di terapia intensiva sono stati incrementati da 8 a 21. E’ stata attivata una terapia semintensiva specifica per i malati Covid che non esisteva, l’abbiamo ribattezzata Ecu e collocata negli spazi del Pronto soccorso diretti dal dott. Roberto Ferrari, prima dedicati all’Obi (Osservazione breve intensiva), dotandola di 8 posti letto. E’ stata dedicata al monitoraggio ed al trattamento con tecniche di ventilazione non-invasiva dei pazienti Covid-19 positivi (o sospetti tali) con polmonite interstiziale refrattari all’ossigenoterapia convenzionale e non presentino indicazione alla ventilazione invasiva. Per attivare questo nuovo reparto subintensivo di 8 posti letto, si è svolta una intensa attività di formazione, che è stata affiancata alla formazione sul campo che ogni giorno viene svolta su tutte le équipe dal pool igienisti-infettivologi per garantire precise conoscenze sulle pratiche di protezione individuale.

L’Ecu è stata allestita con attrezzature dedicate (ecografi, ventilatori polmonari, emogas analizzatori, ecc..) in molta parte donate o acquisite grazie alle donazioni di cittadini, imprese ed associazioni.

Abbiamo convertito due piani di degenza dell’ospedale, il terzo e il quarto, in reparti Covid, per un totale di quasi 100 posti. Abbiamo dovuto spostare delle aree ospedaliere, così al quarto piano del DEA (Dipartimento di Emergenza ed Accettazione) è sorta un’area multidisciplinare tra Chirurgia generale, Urologia e al bisogno anche Ortopedia.

Abbiamo riorganizzato tutte le attività di guardia, abbiamo messo i colleghi di ogni disciplina in guardia interdisciplinare per dare una mano ai settori più critici come i reparti Covid, la rianimazione e il Pronto soccorso.

All’ospedale di comunità di Castel San Pietro Terme, dove avevamo un piano vuoto, abbiamo attivato un modulo aggiuntivo di 20 posti residenziali Covid. Questo ci ha consentito di limitare, e in alcuni momenti bloccare, l’invio di pazienti alle strutture residenziali territoriali, che hanno rappresentato in alcune aree del paese un problema grandissimo: Quindi quei pazienti che escono dall’ospedale ancora con caratteristiche di contagiosità, noi li abbiamo ospitati in reparti specifici, come appunto quello di Castel San Pietro, in attesa della provata negatività dei tamponi, prima di mandarli al domicilio o in struttura.

In questo modo abbiamo soddisfatto tutti i fabbisogni e addirittura siamo riusciti ad ospitare persone che venivano da altri territori, soprattutto da Piacenza.

Le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale)
Siamo stati i primi ad attivare le Usca, abbiamo insegnato agli altri come fare gli intervento sul territorio. Quando c’è stato il lockdown a Medicina, a partire dal 15 di marzo, abbiamo avviato l’intervento territoriale. All’inizio ad operare erano alcuni medici di famiglia ed infermieri, dal 27 marzo, in seguito ad una norma nazionale e ad indirizzi regionali, abbiamo trasformato questa attività in “Unità speciali di continuità assistenziale”, dove i medici non erano più quelli di Medicina generale, ma operatori che nel frattempo avevamo reclutato. Assieme agli infermieri portavano l’assistenza a domicilio. Contemporaneamente abbiamo implementato un protocollo per l’avvio della ricerca attiva dei casi, abbiamo raccolto segnalazioni che arrivavano del territorio e siamo andati nella case a verificare i casi sospetti. Al minimo sintomo di febbre e/o problemi respiratori si è messo in moto un sistema che coinvolgeva i medici di famiglia, i cittadini, che abbiamo ripetutamente sensibilizzato anche attraverso degli Alert specifici, perchè riferissero tempestivamente le loro condizioni, e le Usca che intervenivano a domicilio per la verifica tramite test e, dove necessario, avviare anche un trattamento precoce con alcuni farmaci a base di idrossiclorochina, In caso di contagio abbiamo poi individuato precocemente e sottoposto a tampone tutti i contatti stretti e in caso di contagiosità li abbiamo posti in isolamento. Questo ci ha permesso di evitare una diffusione ulteriore del contagio, partendo da un contesto molto complicato, come quello di Medicina, dove si è sviluppato un focolaio di rara intensità.

Il rapporto con le strutture residenziali
Con la nascita degli spazi nell’ospedale di comunità di Castel San Pietro Terme nessuna persona è stata dimessa verso le strutture residenziali. Questo ha evitato lo sviluppo dei contagi in quei contesti, inoltre abbiamo dato anche supporto formativo e consulenziale a queste strutture, sia accreditate, pubbliche o private. Abbiamo trasferito ai loro operatori tutte le procedure di gestione del rischio che avevamo adottato in azienda, senza nessun tipo di distinzione, tenendo conto che la responsabilità in quelle strutture non stava in capo a noi, e con la collaborazione e la responsabilizzazione di tutti questi soggetti sono stati adottati dei comportamenti assolutamente uguali a quelli adottati in azienda, che hanno contribuito a preservare dal contagio.

Gli interventi a Medicina
L’individuazione di Medicina come zona rossa ci ha richiesto di modificare drasticamente l’organizzazione dei servizi di quel territorio. La Casa della salute era dentro la zona rossa e abbiamo adottato un modello, ribattezzato “ciambella col buco”, per evitare che succedesse quello che è successo in altre realtà, cioè che il personale impegnato nell’assistenza non diventasse il cavallo di Troia che porta dentro e fuori, a seconda delle circostanze, il contagio. Abbiamo separato nettamente l’attività di assistenza che veniva prestata dentro alla zona rossa da quella che era la ciambella, tutto ciò che gli stava attorno. Un riordino durato per più di 3 settimane, abbiamo poi attivato, in anticipo rispetto alla scala nazionale e regionale, un supporto psicologico per pazienti, familiari e personale sanitario colpito da Covid. Abbiamo compiuto uno sforzo incredibile con la Sanità pubblica per gestire le inchieste epidemiologiche, il tamponamento di soggetti a rischio, la tracciatura dei contatti di isolamenti.

Nuove forme di isolamento
Siamo stati tra i primi a sperimentare misure alternative all’isolamento fiduciario domiciliare. Abbiamo attinto a piene mani delle esperienze di Vo Euganeo, dallo studio del professore Andrea Crisanti che dimostrava come uno dei modi di trasmissione del contagio sia quello di vivere in casa con una persona positiva. Allora abbiamo cominciato a sperimentare, non senza difficoltà, misure alternative all’isolamento in casa. Tra queste, con oneri a nostro carico, il soggiorno in hotel convenzionato, che ci ha consentito di spostare in quel contesto quei casi dove c’erano condizioni domestiche di eccessivo affollamento o che non garantivano sufficienti elementi di protezione.

Le misure di protezione e prevenzione
Uno dei primo provvedimenti è stato quello di garantite il massimo di prevenzione e protezione ai nostri operatori, cercando anche di trasmettere queste misure alle struttura residenziale. Pur nelle difficoltà di far fronte ad un evento imprevisto e assolutamente sconosciuto, abbiamo usato sempre il principio di massima precauzione, cioè nell’incertezza cercavamo comunque di stare un gradino al di sopra delle misure minime, sia nell’uso dei dispositivi di protezione individuale, sia nell’isolamento del paziente, sia nelle misure di distanziamento, non solo tra malati, ma anche tra malati e operatori e tra gli operatori stessi, consapevoli che i fenomeni di contagio principali non sono quelli verticali tra paziente e operatore, ma quelli tra operatori che non applicano le procedure corrette.

Tute misure che erano finalizzate ad evitare il più possibile i rischi di contagio. Misure che continuano ancora perché di fronte ad una minaccia così importante non vogliamo certo abbassare la guardia. Però è certo che, agendo in questo modi, noi siamo usciti più rapidamente di altri territori dalla cosiddetta Fase 1.

Continua…

(a cura di Valerio Zanotti)