La giovane cooperante Silvia Romano fu sequestrata il 20/11/2018 da un gruppo islamico armato nel villaggio di Chakama in Kenia dove lavorava per la onlus “Africa Milele” di Fano (Pu), una storia finita bene che però ha fatto riflettere fin dal suo rientro in Italia dopo 535 giorni di prigionia sul perché nella scuola della savana si è trovata da sola, senza scorta e senza collaboratori, una critica per “essere stata mandata allo sbaraglio” da lei sussurrata a denti stretti che i media hanno amplificato scaricando le responsabilità sulla onlus marchigiana che l’aveva ingaggiata per metterla in Kenia al servizio dei meno fortunati.

La vicenda è andata a buon fine dopo 18 mesi di prigionia tra i villaggi del Kenia e della Somalia ed è stata la buona notizia che ci voleva di questi tempi dove ancora la maggior parte di noi è alle prese con i disagi dovuti alla pandemia da coronavirus.

Il problema della sicurezza personale dei “missionari” della solidarietà riempie da tempo le prime pagine dei giornali perché le onlus del terzo settore sono ricche di cooperanti internazionali ma, come nel caso della Romano, fanno partire questa gente da sola e senza referenti in loco che li abbiano in custodia per tutta la durata della missione, ed in Paesi con gravi tensioni interne; nel caso di Silvia tutta l’operazione inerente il rilascio è stata condotta dall’Aise in collaborazione coi servizi segreti turchi e somali, ma sulle dinamiche di come, perché e (soprattutto) di quanto è costata la faccenda non si sa un granchè, come a confermare che a certi “segreti” dei servizi segreti non è dato accedere.

La liberazione della Romano doveva produrre solo gioia e apprezzamenti nella sua scelta di generosità e di gratuità che possono fare la differenza nel costruire un mondo migliore, invece il “tribunale” dei social le ha riversato addosso ogni nefandezza a cominciare dalla propria conversione all’Islam, sparando giudizi senza sapere cosa sia vivere in Somalia né (soprattutto) cosa si provi mentalmente e spiritualmente a “convivere” un anno e mezzo con chi ti punta una pistola alla tempia obbligandoti a scegliere fra la conversione e la morte.

Non si giudicano le scelte fatte dalle persone in prigionia né si danno giudizi sommari alle vittime di questi delinquenti che dall’oggi al domani ti possono far fuori, e a mio modo di vedere si può accettare la conversione ad un’altra religione se un balordo dell’Islam fanatico ti obbliga ad uno scambio, a determinate regole e garantendoti protezione.

(Giuseppe Vassura)