L’attenzione a cosa accade in questa confusa “fase 2” dopo il diffondersi del coronavirus concentra tutta l’interesse. E’ ovvio e perfino giusto. Tuttavia, è in corso, nel mondo editoriale, un riassetto proprietario che sarebbe il caso di tenere sotto osservazione e rispetto al quale i giornalisti dovrebbero “scavare” di più.

Ovviamente, mi riferisco alla ristrutturazione proprietaria del Gruppo GEDI, alla evidente ed innegabile crisi di un quotidiano che è stato anche una sorta di partito politico, “la Repubblica”. E alla sfida aperta che al Gruppo ed al quotidiano nazionale di riferimento porta l’ex-patron dell’Editoriale, Carlo De Benedetti, che arriva fino ad ipotizzare un nuovo giornale, di sinistra (?), dal nome “Domani” (che per chi sta a Bologna suona male, visto che rimanda ad un quotidiano locale, “il Domani”, che ha concluso la sua non lunga stagione, dopo i soliti ed infelici cambi di proprietà, con un fallimento e la scomparsa dal panorama editoriale locale: chissà se De Benedetti ne è stato informato prima di sceglierlo come testata).

Ci sono alcune cose da dire. Innanzitutto, che in Italia è passata quasi sotto silenzio e comunque non con il necessario allarme una concentrazione di testate che ha, di fatto, “desertificato” il pluralismo editoriale in intere regioni e che in alcuni casi ha avuto come conseguenza l’abbandono di testate locali nelle mani di imprenditori di scarsa esperienza. Un esempio del primo caso: in Friuli-Venezia Giulia i due quotidiani locali storici afferiscono allo stesso Gruppo, appunto GEDI: “il Piccolo” di Trieste ed il “Messaggero Veneto” di Udine. In quella regione non c’è niente altro di significativo nel mercato della carta.

Altra cosa da notare: la crisi dell’editoria è drammatica – specie per chi ci lavora – con continue perdite di copie e di valore pubblicitario della carta stampata non compensata da un’uguale crescita del digitale (peraltro, nel 2019, le rilevazioni dicono che sono calate anche le copie digitali). Ma il tutto avviene dentro una contraddizione: dal punto di vista politico, del peso sui “Palazzi del potere”, la carta e la tv – specie la RAI – mantengono un ruolo prevalente. Non a caso De Benedetti pensa ad un quotidiano, sia pure ridotto al minimo che immagino non si caratterizzerà per la cronaca, ma per il forte interventismo in politica anche se i tempi per ripetere il “gioco” di “Repubblica” non ci sono più. Accanto a questo vedremo quante risorse saranno riservate al web e se saprà essere un digitale innovativo che sfugga alla stanca imitazione dei social, così diffusa.

Ancora: De Benedetti ha forti interessi nel settore sanitario. Se una cosa ci lascerà in eredità la pandemia sarà un intenso dibattito sul ruolo del Sistema sanitario nazionale. Già ora è diffusa l’opinione che si debba invertire la tendenza a privatizzare tutto, che si debba investire sul pubblico fino a ridurre il privato di questo settore ad un ruolo ancillare. Data la tradizione degli editori italiani di piegare l’uso dei loro mezzi agli altri interessi imprenditoriali che hanno sempre avuto, e che sono spesso prevalenti, il sospetto è che ci si prepari ad un battaglia ideologica in difesa del “privato è bello e sempre meglio del pubblico” che si è dimostrato quanto mai falso ed ingannevole. Il caso degli Stati Uniti in questo frangente sanitario qualcosa ci dovrebbe dire. Quanto meno di stare quanto più possibile lontani da quel modello anche se fatto proprio da anni, con troppa fretta, pure da forze politiche di sinistra (autoproclamatesi o ritenute tali).

Da questo punto di vista, però, c’è una novità. De Benedetti ipotizza (meglio, programma) la nascita di una Fondazione a cui conferire il giornale. E questo rimette in campo – se lo sapranno fare – le organizzazioni dei giornalisti che da anni chiedono una legislazione che separi gli editori, ed i loro interessi “altri”, dal controllo diretto dei mezzi d’informazione di cui detengono la proprietà. La proposta costruita negli anni è stata chiamata “Statuto dell’impresa editoriale”. Lo strumento potrebbero essere le Fondazioni? Ovviamente, c’è anche chi dice che proprio le Fondazioni sono, viceversa, una modalità per portare il controllo di una qualsiasi cosa nelle mani di pochi.

In conclusione: non è giunto il momento per una generale ristrutturazione del settore? La domanda è retorica, ovviamente. Forse, per avviarla, sarebbe il caso di riprendere – su un piano di serietà ben diverso da quello immaginato dal pentastellato Vito Crimi – il tema degli Stati generali dell’editoria. Attraverso di essi il governo si confronti con tutti coloro che operano e si impegnano nel settore: giornalisti, sindacati, associazioni di rappresentanza dei cittadini ed aziende.

Magari, in attesa, si potrebbe provare a farlo a livello regionale, per produrre proposte (ci sono leggi da riformare, altre da abrogare, nuove da formulare e risorse da trovare) utili per lo stesso confronto nazionale.

(Giovanni Rossi, presidente del Consiglio dell’Ordine Giornalisti dell’Emilia-Romagna – Foto di Michele D’Anna)

Leggi anche

“Polpette in redazione?” >>>>

Resa senza condizioni? >>>>

La nuova Repubblica nel crepuscolo dell’editoria>>>>>