L’incertezza fra la speranza e il timore è penosa ma deve essere sopportata se vogliamo vivere senza ricorrere a favole belle e confortanti. (Bertrand Russel)

Le sirene che ancora straziano il silenzio delle nostre notti non sono più, grazie al cielo, quelle delle ambulanze che ricoverano i malati di Covid 19, ma dei mezzi di fortuna ( il Paese è stato colto di sorpresa e manca un po’ di tutto, specie le camicie di forza e i sedativi) che ci stanno venendo a prendere.

Non era mai accaduto che un Paese spendesse 85 miliardi di euro e tutti fossero scontenti, addirittura sull’orlo della rivolta sociale, come sostiene il “moderato” Giorgetti per gettare acqua sul fuoco.

Lamentano non solo i ritardi, certamente criticabili, ma di non essere considerati e nemmeno rispettati.

Che sembra a prima vista impossibile.

Perché tutti quei soldi a qualcuno dovranno pur andare e io, per fare un esempio a caso, i danari di cui posso disporre liberamente in genere a persone che non rispetto non li do.

E perché per la legge dei grandi numeri almeno uno di quelli che li hanno già presi, che sono pur sempre milioni di italiani, dovrebbe apprezzare.

E invece no.

Nessuno è soddisfatto.

Nessuno dice grazie.

Tutti sono arrabbiati.

Tutti protestano che i soldi sono comunque pochi.

L’opposizione, naturalmente.

Le associazioni di categoria, ovviamente.

Ma anche Sindaci e Governatori, che “guardano la gente negli occhi”, e chissà dove la guardano le persone normali.

Vogliono soldi dal Governo.

E tutti assieme li reclamiamo dall’Europa.

A fondo perduto.

Che gli altri, a prestito, anche trentennale, non sembrano neppure soldi.

Visto che poi devono essere restituiti.

Tutti dicono che il ventaglio degli interventi è troppo ampio ma non propongono di toglierne alcuno e anzi ne aggiungono altri.

Ho fatto un calcolo sommario di tutte le richieste.

Tagliando anche i bonus più stupidi come quelli sui monopattini, le vacanze e via sperperando, tra risorse nazionali e risorse europee, tra i soldi stanziati “a ristoro”, che detta così sembra quasi valgano meno, e i soldi “per il rilancio”, si perde il conto.

Arrivato a 300 miliardi ho lasciato perdere.

E mi sono chiesto che idea abbiamo dei soldi pubblici.

Il dubbio, a dire il vero, ce l’ho da quando abbiamo fatto crescere un debito mostruoso, che ora ci penalizza da matti, e applaudito i politicanti che sperperavano di più.

Gli spudorati giustificano questo crimine civile con la buonanima di Keynes, che nemmeno conoscono.

Strano Paese: chi da i soldi sembra che metta i suoi, chi li prende sembra credere che nascano sotto i cavoli.

Agli uni e agli altri qualcuno dovrà pur dire che i soldi che girano sono quelli che una piccola parte degli italiani paga con le tasse.

E che quelli che mancano li mettono Achille e i suoi coetanei, che dovranno pagare il debito domani anche per conto degli evasori,dei benestanti che tuttavia si tengono anche i 600 euro e della malavita organizzata che, dice il procuratore Gratteri, si porterà a casa una bella fetta della torta.

La domanda che pongo, un po’ retorica, forse patetica, è: ci sono certo dei limiti nell’azione di questo Governo, che nemmeno amo perché ho in odio il populismo tutto, anche quello di matrice grillina, ma non sarà che c’è un vizio anche nella reazione, in questa rappresentazione cimiteriale della realtà, in una elencazione dei mali che non è mai accompagnata da un contributo che è uno alla loro soluzione?

Se siamo una comunità siamo chiamati tutti a cercare le risposte .

Perché nessuno le possiede, non in questo cataclisma.

Si può sbagliare meglio, come esorta a fare Becket, ma non evitare l’errore.

Questa virulenza critica mette sabbia nel motore già ingrippato della fiducia e anziché accrescere la consapevolezza dei problemi produce una sottovalutazione della loro drammatica complessità, della difficoltà a decidere e a decidere per il meglio.

Trasformando questa tragedia collettiva in una sceneggiata.

Un mezzo secolo della nostra storia non mi ha conquistato all’idea che ci vuole, quasi fosse un carattere identitario, straordinari nelle difficoltà.

Terremoti, alluvioni, una crisi dietro l’altra ma solo in rari momenti, al di là dell’impegno generoso di molti, come comunità nazionale abbiamo fatto rifulgere questa caratteristica.

L’unità contro il terrorismo, certo, non molto di più.

A ridurci in questo stato non è stato il fato.

Se però mi sbaglio, come mi auguro, e davvero possediamo questa virtù, questo è il momento di tirarla fuori.

Perché il difficile è appena cominciato.

Non possiamo intraprendere questo viaggio con lo spirito malato degli ultimi tempi.

Contesi fra lo sconforto e la furia.

Il dopoguerra è lontano: non siamo come loro.

Possiamo solo cercare di diventare migliori di quel che siamo.

Dovremo riguadagnarci il paradiso palmo a palmo.

Avendo fiducia in noi stessi e conquistando quella degli altri.

I disfattisti della destra sovranista la fanno facile.

Ma la convergenza, affatto scontata, con Francia e Germania è solo il primo passo.

Ora dobbiamo convincere tutti.

Mia madre che, l’avrete capito, non è la stessa di Salvini ( bella, naturalmente, come tutte le mamme del mondo), mi ha educato a mettermi sempre nei panni degli altri.

Io mi auguro vivamente che un olandese si metta nei nostri e non ostacoli la creazione di un nuovo strumento essenziale per la rinascita.

Che serve a tutti, ma a noi di più.

Perché sarà anche vero che non ci si salva da soli però c’è chi è vicino alla riva e chi annaspa in alto mare.

E però devo fare anche l’esercizio inverso e chiedermi: se io fossi un contribuente danese, che paga le tasse e non fa concorrenza sleale, magari figlio di una mamma più simile a quella di Salvini che alla mia, darei a cuor leggero dei soldi, tanti, a fondo perduto, non all’Italia, che amano tutti, ma agli italiani?

Visto l’uso che ne hanno fatto negli ultimi trent’anni.

Per finanziare cosa poi?

Alitalia?

Debiti che non c’entrano nulla con la pandemia?

I collegi elettorali di DiMaio, le pensioni di Salvini, i mille euro per tutti di Meloni?

Ospedali inutilizzati, porti inutili, e strade, tante, per asfaltare altra terra fertile?

Senza controlli e senza garanzie.

I soldi sono importanti.

Vanno dati in maniera seria e spesi ancor più seriamente.

Per i bisogni veri, per chi non ce la fa e per chi lo merita, per un cambiamento autentico.

Questo è il punto critico.

Un nodo che non si scioglie ritorcendo sull’Olanda l’accusa, sacrosanta, di truccare le carte fiscali.

Non ci sono popoli buoni e popoli cattivi.

Ma Paesi spreconi e inefficienti si.

La straordinarietà dell’emergenza pandemica che ci da titolo ad esigere interventi eccezionali, è purtroppo incollata alla nostra ordinaria inaffidabilità.

Che trattiene gli altri dal contrarre un debito comune.

Per voltare pagina nella politica

europea bisogna scollarla da quella precedente.

Se strappi ti resta in mano solo carta straccia.

Alla vigilia di decisioni cruciali, tra le pretese contrapposte di riprodurre condizioni superate o di rifiutare ogni condizione, l’Italia dovrebbe proporne di nuove.

A garanzia degli altri Paesi ma, ancor più di una nostra linea di condotta finalmente coerente ed efficace.

Un Paese inquinato, in ogni senso, un territorio martoriato, servizi inadeguati fin dalla prima infanzia, trasporti arretrati, edilizia popolare, scuola, sanità, pubblica amministrazione….

Ci sono investimenti e riforme da fare per i prossimi trent’anni.

Di cosa abbiamo paura?

E, davvero, se non ora quando?

(Guido Tampieri)