Imola. La storia dell’impatto dell’epidemia sul territorio regionale, quindi anche su quello imolese, è sintetizzata da questa curva.

“Il suo andamento – racconta il direttore generale Andrea Rossi – rende ragione di quello che si è fatto in questi 90 giorni. Nel grafico sono riportate le curve epidemiche dei distretti della provincia di Bologna. L’Ausl di Imola è rappresentata dal tratteggio verde è la seconda curva più bassa dopo Porretta. Nell’asse orizzontale sono riportate le giornate di calendario dall’inizio dell’epidemia, in quello verticale l’incidente di nuovi casi per 10.000, in modo tale da rendere confrontabili i distretti tra di loro. La curva epidemica di Imola nel primo tratto fino al 22 marzo è quella più alta per l’effetto del focolaio di Medicina (il primo caso è stato notificato il 3 marzo), in pratica eravamo il territorio più colpito della provincia di Bologna con misure di frequenza di malattie che erano inferiori solo a territorio come quelli di Piacenza e Rimini.

Nel grafico sono riportate due note, la prima riferita al 15 marzo quando è iniziato il lockdown di Medicina, il secondo quando dal 27 marzo sono entrata a regime le Usca (Unità speciali di continuità assistenziale).

E’ suggestivo vedere che a distanza di una settimana dai due interventi la curva ha due punti di svolta, il t1 quando incrocia le linee degli altri territori, cambiando la sua pendenza fino al t2 (dopo una settimana dall’intervento più complesso di presa in carico domiciliare) quando la nostra curva si appiattisse, stabilizzandosi su quel numero di pochi casi sporadici, e si stabilizza al di sotto di tutte le altre curve, esclusa Porretta, Dalla seconda settimana di aprile in poi ad oggi sono casi secondari che abbiamo tracciato con il tampone, quasi sempre asintomatici, e in buona parte anche legati all’attività sierologica che ci ha consentito di andare smascherare dei casi che viceversa non avremmo trovato. Se non avessimo messo i campo queste indagini, la curva sarebbe stata ancora più bassa. Sottolineo che Porretta, la più bassa di tutti, beneficia di condizioni di isolamento geografico, le stesse condizioni che da noi si sono verificata nella Valle del Santerno dove a Castel del Rio e Fontanelice non abbiamo avuto nessun caso di malattia.

Medicina

Aver contenuto il violento focolaio di Medicina, con oltre 170 casi e 29 decessi su una popolazione di nemmeno 12.000 abitanti, seppur concentrato al 90% nella frazione di Ganzanigo, in una situazione geografica a 25 km da Bologna e altrettanti da Imola, in un’area ad alta densità di popolazione, è stato un risultato assolutamente eccezionale. Non si tratta di prenderci dei meriti particolari, ma è giusto raccontarlo per com’è stato, anche perché crediamo che una buona parte di ciò che abbiamo messo in campo siano delle ottime idee per il futuro, da non gettare perché questa crisi non vada sprecata.

Tutto quello che di buono abbiamo fatto sono degli ottimi spunti per migliorare il nostro sistema di cura, anzitutto perché il Covid c’è ancora e per un po’ non ci abbandonerà e tutto quello che abbiamo imparato per contrastare l’emergenza può tornare utile anche per le prossime fasi. In secondo luogo perché una buona parte delle azioni descritte rimarranno valide anche per il dopo, mi verrebbe da dire che con ciò che è stato fatto in questi 100 giorni abbiamo già scritto il piano strategico per i prossimi cinque anni, solo se saremo capaci di rendere stabili quelle misure.

Ora siamo cercando un ritorno alla normalità, possiamo dire di essere un po’ avanti rispetto agli altri, l’andamento della curva ci ha consentito di entrare anzitempo dalla fase 2, da almeno quattro settimane facciamo i conti con una situazione epidemiologica completamente diversa, che ci ha permesso di dedicarci alla riapertura di diverse attività ospedaliere e ambulatoriali, con la consapevolezza, però, di essere pronti a Ripristinare una parte di ciò che abbiamo sospeso, qualora le condizioni mutassero.

ALBERTO MINARDI (direttore del Distretto sanitario)
Una delle caratteristiche fondamentali di questa situazione è stata la cosiddetta volubilità e ambiguità delle risposte che dovevamo dare. Ci trovavamo di fronte a situazioni di cui non conosceva nulla dal punto di vista epidemiologico, nello stesso tempo in cui si ragionava sulla malattia dovevamo mettere in campo delle soluzioni e trovare delle risposte rispetto a dei segnali che erano ambigui. Questo è il punto di partenza, se non si comprende ciò non si può fare un ragionamento completo di diagnosi organizzativa.

La scelta della nostra Unità di crisi è stata quella di stare un passo avanti rispetto a questo tipo di situazione, per farlo si è reso necessario uno sforzo titanico e complicatissimo, perché occorreva la capacità di anticipare delle risposte in un quadro sconosciuto. Dall’esperienza di altri territori avevamo compreso quanto la malattia fosse infettiva e contagiosa, quindi difficilmente controllabile con le tradizionali misure di sanità pubblica. Il primo passo è stato quello di mettere in piedi dei meccanismi utili a contrastare la diffusione del virus.

Su un altro versante vi era poi la discussione, sulla quale si misuravano tutti gli scienziati, di quanto la malattia fosse pericolosa e letale. Nel nostro agire dovevamo tenere conto di tutti questi aspetti e capire da subito quale tipo di informazione trasmettere ai cittadini. Di fronte ad una crescita dei decessi siamo intervenuti su due livelli. La prima, tramite un dialogo con la politica, è stata quella di chiudere Medicina, in secondo luogo, anche grazie alla collaborazione con uno dei virologi più importanti, abbiamo deciso di anticipare le situazioni, quindi non dire solo ai cittadini di restare in casa, ma andare ad individuare i contagiati nelle loro abitazione e cominciare a trattarli, grazie da un lavoro sul territorio con i medici di Medicina generale e con le Usca.

Il mio parere è che essendo la nostra un’Azienda piccola, siamo riusciti a mettere in piedi tutte queste attività prima degli altri, ad esempio le Usca, in secondo luogo siamo riusciti a collegare meglio degli altri i 94 medici di medicina generale che sono sul nostro territorio, chiedendo loro di fare il monitoraggio delle situazioni cliniche dei loro assistiti. Non vi è dubbio che questo modello organizzativo sia difficilmente praticabile presso altre organizzazioni più grandi. Quindi ciò che abbiamo fatto è stato semplicemente di sfruttare al meglio le caratteristiche della nostra azienda.

La Fase 2, riapertura
ANDREA NERI (direttore sanitario)
Dal 4 maggio sono ripartiti gli screening oncologici (HPV test, Colon retto e Mammografia), le attività consultoriali spazio giovani (su prenotazione) e si è avviato il primo corso di accompagnamento alla nascita in diretta on line con le gestanti. Per quanto riguarda l’attività chirurgica abbiamo completato il trattamento di tutti i pazienti oncologici previsti in classe A. Ora stiamo aggredendo la fascia B. Per i pazienti in attesa di intervento chirurgico abbiamo previsto una programmazione per il mese di giugno, con oltre 45 sedute operatorie. La ripresa delle attività ambulatoriali è anche servita per trasmettere un messaggio molto chiaro rispetto alla sicurezza. Abbiamo rivisitato tutti i punti potenzialmente a rischio, l’attivazione dei checkpoint ci consente di filtrare le persone fin dall’ingresso in ospedale, ciò vale anche per le Case della salute e per l’ospedale vecchio di Imola. Abbiamo rivisto tutti i reparti per garantire la massima sicurezza, a partire dalla distanza tra i letti.

Sono state circa 20.000 le prestazioni e le visite programmate che non state eseguite in questo periodo. Ora si è avviata l’attività di recupero che coinvolge le nostre strutture interne e il privato accreditato locale. Stiamo richiamando le persone una ad una invitandole ad usufruire della prestazione oppure a programmarne in tempo differito un’altra. Per quelle prestazioni, invece, che erano intese come prima visita o prima prestazione, circa 6.000, in accordo con i medici di medicina generale verranno da loro rivalutate e ci indicheranno se quella prestazione deve essere fatta oppure se sono venute meno le ragioni di farla.

In questo modo riteniamo di poter programmare tutte queste attività nel mese di giugno e riaprire alla prenotabilità entro la prima decade di giugno. E’ chiaro che non c’è più la realtà di prima, dobbiamo renderci conto che ci sono il 40% del sedute in meno rispetto a prima, abbiamo dovuto modificare la nostra organizzazione e garantire il massimo della sicurezza. Il nostro modo di lavorare subirà ancora dei cambiamenti, sono state modificate tutte le procedure sulla sicurezza.

GABRIELE PERONI (direttore unità operativa Area Igiene e Sanità pubblica)
Le prestazioni di prevenzione primarie sono riprese a Imola e anche nelle sedi periferiche e nelle Case della salute di Medicina e Castel San Pietro, non siamo ancora a pieno regime. L’attività vaccinale in ambito pediatrico è stata mantenuta, ed ora è stata ripresa a regime ordinario. L’ambulatorio adulti a Imola è già operativo da qualche settimana, in periferia da questa settimana. Per la Medicina dello sport si indicazioni regionali, ma dovrebbe partire dal 3 giugno.

I numeri (al 25 maggio)
In totale sono stati realizzati 5.830 tamponi, 3.228 le persone che hanno attraversato la tensostruttura allestita all’ingresso del Pronto soccorso di via Montericco. 21 i posti di terapia intensiva disponibili, complessivamente ha ospitato 30, il primo il 10 marzo. Il numero massimo è stato raggiunto il 26 marzo con 15 posti letto occupati, ad oggi vi è ancora un paziente ricoverato proveniente dall’Istituto di Montecatone.
Le donazioni in questo periodo hanno raggiunto circa 750 mila euro, un record storico, ai quali vanno aggiunti le valorizzazione delle donazioni in natura.
Sui 1800 dipendenti dell’Ausl testati, 26 sono stati i casi di positività, nessuno di questi ha avuto assistenza di terapia intensiva, solo uno è stato ricoverato, uno dei dati più bassi dell’intera regione.

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