C’è lo spirito che ricorda Aldo Moro, nel cuore del discorso del presidente Mattarella in occasione della Festa della Repubblica, quando richiama che c’è “qualcosa che viene prima della politica e ne segna il limite, che non è disponibile per nessuna maggioranza e nessuna opposizione”. E’ “l’unità morale del Paese, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro”. E c’è tutta un’antica sapienza repubblicana nel riferimento allo “spirito costituente”, alla capacità mostrata dalle forze politiche, negli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda guerra mondiale, di condividere valori e principi su cui ricostruire l’Italia, sia pur in quadro di contrapposizione ideologica. Un “nuovo inizio”, fondato sul cemento dell’“unità morale” che ha consentito di ricostruire il Paese su basi nuove, che lo ha tenuto assieme nei momenti più difficili della sua storia e che consente ancora oggi di farci “riconoscere legati da un comune destino”. È in questo nesso tra l’allora e l’oggi, tra l’allora come lezione per l’oggi, e in questo aggettivo “morale” il senso profondo del messaggio.

L’attualità del 2 Giugno come il simbolo della ricostruzione, non solo economica, sociale, ma morale del Paese, intesa come senso di una missione comune in cui ognuno ha il dovere di fare la sua parte. La nazione è una scelta di tutti i giorni, di una comunità che quotidianamente rinnova le ragioni dello stare assieme e si costruisce attraverso simboli, linguaggi, cultura comune. Mattarella è un presidente che interpreta il suo mandato come autorità morale che rinuncia all’interventismo politico. Tuttavia, ascoltando il suo discorso, è possibile vedere molte indicazioni per la politica: il “coraggio” di misurarsi con un qualcosa di inedito, a interrogarsi su sentieri mai percorsi, la “prudenza” per non vanificare gli sforzi e i risultati raggiunti grazie a una straordinaria prova degli italiani, la “tempestività” nelle scelte, che evoca l’urgenza economica e sociale di un paese dove crolla il Pil e chiudono le imprese, la “lungimiranza”, che impone la necessità di un orizzonte di futuro oltre la gestione dell’emergenza.

Nel suo passaggio più profondo Mattarella ci ha ricordato che “C’è qualcosa che viene prima della politica e che segna il suo limite. Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Una generazione con l’altra. Un territorio con l’altro. Un ambiente sociale con l’altro. Tutti parte di una stessa storia. Di uno stesso popolo”.

E ha concluso dicendo: “Sono fiero del mio Paese”.

Nella giornata del 2 giugno Mattarella è andato a Codogno, luogo simbolo per tutta l’Italia, e alla sera al concerto allo Spallanzani di Roma a rendere omaggio a tutti gli operatori sanitari che in questi tre mesi ci hanno mostrato il volto bello del nostro paese.

(Tiziano Conti)