Ha senso parlare ancora degli Stati Uniti come la più grande democrazia del pianeta? Ho ancora negli occhi l’esecuzione, da parte di un poliziotto, del povero George Floyd, un essere umano nato col colore della pelle sbagliato o, usando una nota definizione creata da Liliana Segre, ucciso per la sola colpa di essere nato.

Esiste una certa America nella quale è considerata una colpa non essere bianchi cristiani, sia nel sud degli Usa, sia al nord, un’America nella quale i suprematisti bianchi e i neonazisti hanno il forte appoggio del Presidente. Un insieme di stati dove esistono agenti per i quali è ovvio sparare proiettili di gomma ai giornalisti, indifferenti delle telecamere che li riprendono, e altri che li arrestano mentre riferiscono fatti di cronaca (che sia stato un caso che Omar Jimenez, il giornalista arrestato fosse di colore?).

Questa è l’America, amici miei, anzi questi sono gli Stati Uniti d’America, con al vertice un Presidente sostenitore di capi di stato illiberali, ostile ad ogni democratica manifestazione di protesta, senza alcuna volontà di dialogare con le opposizioni.
Questi sono gli Stati Uniti, luogo nel quale, a New York, un’auto della polizia si getta contro i manifestanti; a Minneapolis stessa cosa è stata fatta da un camion cisterna.
Tensioni che hanno causato fratture chissà se e quando sanabili, generatrici di posizioni contrastanti anche fra gli agenti di ogni luogo d’America: alcuni fra loro si sono uniti ai manifestanti in segno di solidarietà, a volte chinandosi su un ginocchio, allo stesso modo del loro collega assassino. In taluni casi hanno sfilato con la folla.

Trump cosa fa in questi giorni? E’ rinchiuso con i suoi cari nel bunker della Casa Bianca, lontano dal furore del popolo, posizionandosi dalla parte più impopolare di quel fossato che il suo delirio ha reso invalicabile.

(Roberto Matatia)