Tutto quello al quale stiamo assistendo, in questi giorni, dall’altra parte dell’Atlantico, racchiuso nei propri confini a nord dal Canada e a sud dallo stato del Messico, altro non è che lo scoppio di una rabbia a lungo repressa. Ovviamente, come sempre , attorno alla giusta rabbia dei manifestanti accade molto di ciò che non dovrebbe accadere: la violenza che sconfina nella distruzione, nel saccheggio, nelle ruberie. In sintesi, vengono colpiti innocenti che nulla hanno a che vedere con l’accaduto.

Nell’immagine racchiusa in un filmato di troppi minuti che mostra un tutore dell’ordine mentre trattiene a terra un uomo di colore posizionando il proprio ginocchio sul collo e sul torace dell’uomo impedendogli di respirare causandone il decesso si compendiano tutte le problematiche di un popolo che soffre, da sempre, di disuguaglianze e disparità di diritti che non possono essere accettati e che, inevitabilmente, conducono alla rabbia e, infine, alla rivolta dissennata e, altrettanto inevitabilmente, profondamente sbagliata nelle sue frange più estremiste.

Poco importa se l’uomo costretto a terra risulta essere colpevole di un reato grave o meno, poco importa se il tutore dell’ordine risulta essere avvezzo ad episodi di tale violenza: le immagini evidenziano il crollo dello Stato di Diritto e quando ciò avviene l’incrinatura tra i cittadini e le forze chiamate alla tutela dell’ordine pubblico assume caratteri e aspetti decisamente pericolosi. Se poi, a tutto ciò, si assomma il problema della diversità razziale, problema che negli States è fortemente presente da sempre e che neppure una guerra tra fratelli ha saputo sanare ( e quando mai una guerra è riuscita a sanare qualcosa?), la miccia ha raggiunto la carica e la detonazione è inevitabile.

Statua della Libertà (Foto di Ronile da Pixabay)

L’immagine di gruppi di tutori dell’ordine che, inginocchiati sull’asfalto, rendono palesemente evidente la loro partecipazione al rifiuto e alla critica del comportamento di un loro collega mostra quanto sia profonda la spaccatura tra i due modi di pensare e intendere lo Stato di Diritto. In questo caso non si tratta di mancanza di democrazia, ma della assoluta mancanza della capacità dello Stato di difendere il proprio cittadino pur e soprattutto in presenza di contenzione. Le tantissime pellicole di matrice statunitense che vedono la propria sceneggiatura all’interno delle aule di giustizia, immortalando giudici, giurie popolari, avvocati capaci e rigore di procedimento appaiono sfuocate e quasi paradossali confrontandole con una realtà che evidenzia l’esatto contrario.

Purtroppo, un popolo che diffusamente detiene armi da guerra quali potenziali deterrenti alla propria incolumità mostra uno dei lati peggiori del proprio essere, del proprio modo di essere: la risposta violenta contro la violenza. Non mi sento in grado di condividere fino in fondo il sublime valore del “porgere l’altra guancia” dopo lo schiaffo ricevuto, ma mi sento di pretendere uno Stato che imponga la legge della non violenza e l’insegnamento, diffuso/determinato/sistematico, del valore che deve primeggiare in uno Stato di Diritto: la violenza genera violenza.

Se, per puro caso, osservando quanto sta accadendo negli States e le basse proposte di intervento da parte del biondo Presidente in carica, vi sentiste in qualche modo superiori, occorre procedere ad un attento esame di coscienza per accertare la nostra estraneità ad una tale situazione: dalle parti nostre, pur in toni decisamente più blandi, il rifiuto del “diverso” incontra voluminosi consensi e casi di violenza da parte di tutori dell’ordine non sono stati meno importanti anche se avvenuti all’interno di caserme: ciò che è accaduto anni fa in quel di Genova e il caso Cucchi, più recente, evidenziano la necessità di attenzione, da parte di chi è demandato alla protezione del cittadino in ogni momento della sua vita pubblica e di relazione. Ne va della perdita dell’essenza della libertà: quella degli altri.

(Mauro Magnani)