Ravenna. Le diverse associazioni del mondo imprenditoriale stanno ancora analizzando quel che è successo e come agire per uscire dalla situazione critica in cui si trovano. Ne abbiamo parlato con il presidente di Legacoop Romagna Mario Mazzotti.

La cooperazione come ha affrontato la crisi del Covid-19?
“Di fronte a una crisi inedita per proporzioni e tipologia le cooperative hanno messo al centro della loro azione la tutela del lavoro. Allo stesso tempo hanno cercato di reagire rispetto a una situazione per la quale l’Italia ha perso circa l’8% del PIL nell’arco di 5 mesi, più o meno quanto ci era costata la crisi dal 2008 al 2013. Sono cambiati alcuni dei paradigmi economici e sociali su cui è stato costruito lo sviluppo finora. Le domande che ci troviamo di fronte sono inedite, dobbiamo cercare risposte nuove.”

Com’è stato l’andamento dei vari settori?
“Ci sono settori che hanno sofferto di più e altri che hanno resistito maggiormente rispetto al ciclo della pandemia. Tutti i comparti sono stati colpiti, ma una prima chiave di lettura ruota attorno al distanziamento sociale e interpersonale. I comparti dell’economia che vivono di relazioni strette tra le persone, come il mondo della cultura, della comunicazione e degli eventi, i servizi legati al mondo della scuola, la ristorazione, hanno subito in maniera più evidente le difficoltà della crisi. Lo stesso si può dire per il turismo, la mobilità e il trasporto pubblico locale. Altri settori hanno avuto meno danni diretti. Pensiamo a un pezzo importante della grande distribuzione, a una parte del settore agroalimentare e a pochi altri. In realtà anche in questi casi viviamo una situazione con poche luci e molte ombre sul futuro.”

Come si sono mosse le istituzioni per sostenere l’economia in questo frangente? Si poteva fare di più?
“Siamo di fronte a una mole incredibile di provvedimenti e risorse messe a disposizione, grazie anche agli strumenti finanziari messi a disposizione a livello comunitario. Nel giro di pochi mesi l’Europa ha fatto più passi in avanti di quanti ne abbia fatti nei precedenti 20 anni. Ci aspettiamo però che l’Europa compia un’ulteriore evoluzione, per imbastire una politica di investimenti finalizzati alla sostenibilità indispensabili per una ripartenza diversa. In questo credo che ci siamo accorti tutti di cosa abbia significato avere investito così poco sul sistema sanitario pubblico nel recente passato. Le Regioni che come la Lombardia hanno puntato tutto sulla sanità privata sono state travolte dall’epidemia, perché la rete di sanità territoriale era stata indebolita. Investire nel servizio sanitario pubblico significa investire in tecnologia, ricerca, innovazione e sviluppo, qualità della vita per tutti. Non deve più essere visto come un costo, ma come un volano per l’intera economia ed è strumento di coesione sociale.”

Legacoop che ruolo ha avuto durante il “lockdown”?
“Non ci siamo mai fermati. La nostra struttura di servizi, Federcoop Romagna, è stata in campo sin dal primo giorno per supportare le imprese insieme ai nostri responsabili di settore. Come movimento cooperativo, poi, siamo stati impegnati a mettere in campo le proposte migliori a tutti i livelli: provinciale, regionale e nazionale, sulla base del documento dell’ACI “Cambiare l’Italia cooperando”. Pur avendo un giudizio positivo di quanto fatto dal Governo, ci siamo impegnati per migliorare i provvedimenti che riguardavano l’economia.”

Mario Mazzotti

Ci sono settori che tenete sotto particolare osservazione dal punto di vista dell’occupazione?
“Il primo è il turismo, che in Romagna è così importante. Saranno tempi difficili e contrastati, per ragioni oggettive. In questo caso gli strumenti che sono stati messi in campo non sono sufficienti, bisogna fare di più per i posti di lavoro che si perderanno soprattutto sul versante stagionale. Il secondo è l’agricoltura. Occorre ricordare che nel nostro territorio, abbiamo avuto anche altre due “corone”: il gelo e la grandine, che sono intervenute sulle primizie: susine, albicocche e pesche in particolare. La frutticoltura era già segnata da una crisi di redditività, questo andrà a generare un minor fabbisogno di manodopera rispetto agli anni scorsi.”

Si uscirà da questa crisi?
“Bisogna vedere l’effetto che avranno le politiche e le scelte politiche effettuate a livello governativo e regionale. Il problema principale resta quello della celerità e della possibilità di contare su procedure rapide e snelle per questi strumenti. Da ciò dipende l’esito, se sarà una ripresa veloce oppure no. Il tempo non è una variabile indipendente”.

Cosa servirebbe?
“Rapidità e risorse disponibili subito. Investimenti pubblici da sbloccare in ogni modo. Sostegno rapido agli enti locali e alla spesa pubblica locale per lavori di manutenzione e interventi sul territorio. Pubblica amministrazione efficiente che paga nei tempi i lavori e i servizi. Investimenti consistenti per i tre settori principali: sviluppo sostenibile, digitalizzazione, sanità e welfare pubblico”.

Tra tanti problemi, è emerso qualcosa di positivo dalla crisi?
“In pochi mesi l’utilizzo delle nuove tecnologie ha avuto un salto di qualità incredibile e per molti versi inaspettato. Lo smart working e le videoconferenze, per fare due esempi, sono entrati nella vita di tanti cooperatori, nella maggior parte dei casi in modo positivo, migliorando l’efficienza e l’efficacia dei processi. Abbiamo avuto esperienze significative anche nel miglioramento della partecipazione democratica dei soci alle assemblee. Non sono solo rose e fiori, però. Il cosiddetto “digital divide”, cioè la possibilità di accesso per tutti ai nuovi strumenti, è un tema che va affrontato, per non lasciare indietro nessuno.”

L’innovazione non rischia di lasciare indietro fasce importanti del mercato del lavoro?
“Le nostre imprese sono “ad alta intensità di manodopera”, come si dice, per cui abbiamo ben presente il rischio di perdere posti di lavoro a fronte di innovazioni tecnologiche importanti. Noi non dimentichiamo che per noi innovazione significa garantire la possibilità di accesso a tutti. È la nuova frontiera e non la temiamo. Le nuove tecnologie e i nuovi strumenti di comunicazione richiamano la necessità di evitare nuove disuguaglianze, un tema antico della sinistra che ci è molto caro. Tutti devono potere utilizzare le nuove tecnologie alle stesse condizioni degli altri, affinché ci sia un beneficio effettivo all’interno di un sistema democratico. Bisogna sapere governare questi processi, senza che qualcuno li dirige in maniera autoritaria, come accade nelle moderne “democrature”, ma attraverso una diffusione della condivisione e della cooperazione tra le persone. Noi siamo qui per questo.”

(m.z.)