Dobbiamo chiederci dov’è finito l’uomo.
Abbiamo sfruttato tutte le risorse ambientali e umane, per edificare una società fragile e vorace.
E non sappiamo unirci neanche di fronte alla più grande tragedia del nostro tempo. (Cardinal Zuppi)

Racchiusa nella felice sintesi espressiva di Vittorio Colao, la missione, allo stato più prossima alla scommessa che alla speranza, è esaltante: “Trasformare l’Italia in un Paese per giovani”.

Nel momento più brutto arriva dall’Europa il messaggio più bello: si può fare.

Ci sono i soldi, tanti, preziosi e insperati come la manna caduta dal cielo, frutto degli eventi più che dei comportamenti.

E c’è una stella polare ad orientare il nostro cammino.

La caratterizzazione in senso solidale, ecologico e finalmente intergenerazionale, fa del Next generazione fund un momento costituente di una nuova Europa.

Questi sono soldi europei per un’Italia europea, soldi per cambiare.

Dobbiamo preparare le cose per la partenza, non per il ritorno.

“Peggio della crisi c’è solo il dramma di sprecarla”, ha detto Papa Francesco.

Per quanto paradossale possa sembrare a chi, a destra come a sinistra, reclama soluzioni catartiche ai problemi del mondo, questo atto riformatore che non scalda i cuori della gente è il primo segno in rivoluzionaria controtendenza ad una lunga stagione di dissipazione delle risorse umane e naturali, di devastazione delle politiche di coesione e di dissoluzione di tutti gli organismi di regolazione sovranazionale, dall’ONU all’OMS.

Durante la quale, scrive Morin, abbiamo vissuto in nostra assenza, soggetti solo alle leggi di gravità del sistema economico.

Rinunciando a governare la selvaticità degli interessi con l’autorità della politica, organizzata alla scala corrispondente.

Ambiente e diritti erano vittime designate.

La ricerca di una nuova cassetta degli attrezzi per riparare i danni generati dalle contraddizioni di un mondo insieme troppo grande e troppo piccolo, si è isterilita in una contrapposizione ideologica di pensieri e contro pensieri unici, mai dialettici.

Col risultato di far regredire il progresso civile che una produzione di beni e servizi senza precedenti avrebbe dovuto assicurare.

Il sovranismo rappresenta la rinuncia della politica a governare il mondo.

Al capolinea troveremo solo disastri ecologici e conflitti.

È tempo di restituire ai nostri nipoti un pezzo del futuro che gli abbiamo sottratto.

Le loro ragioni non compaiono da mezzo secolo nel nostro orizzonte progettuale.

Diciamolo, nel pieno di una crisi che, ancora una volta, penalizza le nuove generazioni, che con le risorse sperperate per quota 100 avremmo potuto rifare l’edilizia scolastica, rendendola agibile anche col distanziamento.

L’elenco delle battaglie perdute, a volte nemmeno combattute, è sconfortante.

È un contrasto che si ripropone nelle scelte d’uso delle risorse in arrivo.

Che questa volta non possiamo perdere, che i nostri ragazzi, se così vorremo che sia, possono vincere.

Per costruire sulla pietra rifiutata della pace fra gli uomini e con la terra la nuova casa planetaria.

“Serve una strategia, una visione di quale Paese vogliamo costruire” afferma il presidente ci Confindustria in un’intervista sbagliata, tutta arsenico e vecchi merletti.

Non è questione di visione, dottor Bonomi, per quella Max Weber invitava ad andare al cinema.

È questione di contenuti, di scelte giuste o sbagliate.

Sappiamo già quali sono, senza nemmeno chiedere al Signore, come pregava San Francesco, di aiutarci a discernere le une dalle altre.

Potremmo cominciare col togliere quei 20 miliardi di sussidi a produzioni che danneggiano l’ambiente.

Dire basta a tutte quelle strade che non portano da nessuna parte e al mattone per il mattone, che di case inutilizzate ce n’è già troppe e non siamo più nel ‘900.

E riempire il carrello di idee e cose per il dopo, che da fare ce ne sono tante.

Anche nelle imprese messe in crisi dal mercato prima che dal virus.

In un Paese dove sono ancora aperte le ferite dei terremoti, le reti idriche perdono il 50% del bene più prezioso, la didattica a distanza è impedita dai vuoti della banda larga, non ci sono gli asili e dei trasporti ferroviari regionali è meglio tacere, il ponte sullo stretto riproposto dal Ministro della cultura ci può pure stare.

Ma in coda alle altre cose.

Questo è l’ordine dei fattori.

Svezia e Danimarca col loro hanno fatto così.

Il cambio di rotta verso un mondo più pulito e giusto, alimentato da una crescita culturale diffusa, è una necessità storica.

La nostra è una crisi multipla, sanitaria, economica ma anche cognitiva.

Il superamento di questo terribile momento richiede una deviazione dal passato verso un avvenire diverso.

Una metamorfosi.

Che non vuol dire disfarsi del progetto della modernità ma delle sue incongruità.

Riconoscendo che c’è qualcosa in quella linearità ottocentesca insensibile alle contraddizioni che accumula e ai richiami della ragione, che non funziona e va corretto.

È certo impopolare dirlo ma i (pochi) segnali in direzione del nuovo sono venuti dalla vituperata Europa e dalla sua fredda, rigida ma non impreparata burocrazia.

Malgrado gli Stati.

Senza la direttiva nitrati la pianura padana non avrebbe di chè dissetarsi.

Trent’anni di deformazione comunicativa, a volte bastarda, di governi nazionali che si sono appropriati di tutti i meriti dirottando su un’Europa senza voce ogni colpa, hanno prodotto un guasto incalcolabile.

Al quale è urgente porre rimedio.

Ripristinando i termini di questa documentabile verità e ponendo fine alla distruttiva retorica anti europea.

Il progetto messo a punto dalla Commissione ce ne offre l’occasione.

L’asse politico che lo sostiene è sempre lo stesso, dal 1950.

Noi, questa volta, abbiamo concorso a costruirlo.

Siamo stati Europa.

Solo un anno fa eravamo alleati con Ungheria e Polonia.

Riuscirci assieme ai grillini, poi, è stata un’impresa.

Bisogna far capire che è l’Europa che fa, che progetta, che da.

Riuscisse a erogare direttamente le risorse avremmo chiuso il cerchio della chiarezza.

Difficile che glielo lascino fare.

Importante è non disperdere il significato di questo passaggio in baruffe provinciali che chiudono il mondo fuori dal cortile di casa e seppelliscono il futuro sotto le macerie del presente.

Cerchiamo di non tradire il momento, ancora una volta.

Non ce ne sarà un altro.

Non per una seconda patria europea.

Non per noi.

La Meloni dice che senza l’Italia l’Europa non esiste.

Non è sfiorata dal dubbio che sia ancor più vero il contrario.

Il titanismo impotente di questi molesti politicanti sopraffatti dal turbamento della notorietà, perfino alla guida di piccole utilitarie regionali, stravolge la percezione della realtà e preclude l’agire che cambia le cose.

Che in una società planetaria deve accedere alle categorie della solidarietà, della collaborazione e della adeguatezza.

È necessario essere vigili.

Nessun dorma.

(Guido Tampieri)