Spett.le redazione,
La nuova Legge regionale in materia di urbanistica, la 24/2017, mette sul piatto parecchie sfide per il territorio imolese: la sintesi è nella locuzione “sviluppo sostenibile”. Ma una discussione sana, aperta e soprattutto libera non può prescindere dalla comprensione degli errori fatti nel precedente Psc.

In primo luogo, i tempi infiniti per la sua realizzazione: ben sedici anni per farlo e solo cinque di utilizzo. Un vero capolavoro di complessità e burocrazie, figlio indegno di quello che oggi tutti richiamano, ovvero la semplificazione del sistema burocratico. E poi il tema delle previsioni: vogliamo capire cosa era stato previsto e cosa è successo? Per il residenziale la crescita è stata appena del 3% (2.100 abitanti in più nel quinquennio 2017/2022), le aree produttive erano previste in 300 ettari, poi portati a 200 e infine a 70 ettari. Insomma, torneranno ad essere aree agricole i due terzi delle aree destinate alle attività produttive. Queste sono le conclusioni di un chiaro fallimento di programmazione.

A Imola, per il nuovo Pug (Piano urbanistico generale), si sono riuniti imprenditori, associazioni, alcuni professionisti (il coinvolgimento degli Ordini professionali di riferimento è per le amministrazioni imolesi sempre molto problematico), per confrontarsi col rischio di ripercorrere lo stesso identico cammino che ha portato a costruire il precedente Piano strutturale comunale. La regina delle domande è: come possiamo evitare gli errori del passato? La programmazione su “area vasta” (mantra ripetuto ad libitum da molti noti amministratori locali) è rimasta sulla carta.

E’ lecito dunque affermare che il nostro territorio si sia impoverito anche a causa del Psc. Uno strumento complesso, lontano dai bisogni, arrivato fuori tempo. E’ da qui che bisogna partire, trovare i bisogni veri, trovare le soluzioni per sviluppare il territorio di Imola e, solo dopo, confrontarsi con le aree limitrofe. Abbiamo ritagliato ettari di terreni improduttivi, parcellizzati in numerose proprietà, in aree senza servizi (pensiamo alle aree produttive lungo la via Molino Rosso dove fatica a passare un solo camion) e pieni di sottoservizi (tralicci alta tensione, gas, canali…).

Il tema della salute, dell’ambiente, dell’autodromo, con le scuole affacciate perennemente su un rumore normale di 70db e fino a 110 db in deroga. Ma come si fa poi a parlare di sviluppo sostenibile se ci disinteressiamo della salute dei bimbi? Serve conoscenza e responsabilità. Servono persone che sappiano condurre questo dibattito in modo serio e con una visione all’altezza di un territorio che ha grandi potenzialità troppo spesso dimenticate.

(Alessandro Fiumi)