C’è un grande assente in questo dibattito che, giustamente, si è aperto dopo l’acquisizione da parte della famiglia Agnelli, attraverso Exor, del pacchetto azionario di controllo della Gedi (che tradotto un po’ brutalmente in linguaggio giornalistico vuol dire “la Fiat si è presa la Repubblica”, e non solo) e dopo il traumatico cambio al vertice con il licenziamento di Carlo Verdelli e la nomina di Maurizio Molinari come direttore.

Il grande assente sono i giornalisti di Repubblica (e dell’Espresso e di tutte le testate locali). Non le firme, non i capi, non i commentatori, non gli ex direttori e i vicedirettori. Non i padroni che si fanno sentire e come. E neppure i lettori, che si fanno sentire, anzi che non si fanno più vedere, a quanto pare, nelle edicole. Gli assenti sono i giornalisti “normali”, redattori ordinari, capiservizio, grafici, collaboratori, abusivi. Cioè tutti quelli che ogni giorno fanno sì che il giornale arrivi in edicola (e sul tablet). E’ vero che hanno fatto uno sciopero il giorno stesso dell’annuncio del ribaltone. E’ vero che hanno fatto assemblee e grandi discussioni. E’ vero che hanno votato (anche con parecchi voti contro e mal di pancia) la fiducia al nuovo direttore. Diciamo che le cose che potevano e dovevano fare le hanno fatte tutte.

Purtroppo non basta, e certo non per colpa loro. Sono assenti perché storicamente sono la parte più debole di questa, e di tante altre, guerre  di carta (e di clic). Sono i “rider” dell’informazione. Lo sono sempre stati, ma adesso che siamo sprofondati in questa drammatica crisi dell’editoria lo sono ancora di più. E’ istruttivo tutto il dibattito “perché io vado via” (da Repubblica) “perché io resto”  tra Gad Lerner e Michele Serra con tutta la corte dei commenti.

Nessuno che, neppure per sbaglio, abbia speso una parola per quelli che non “possono” andare via. E sono la maggioranza: perché “tengono famiglia”; perché è il lavoro che amano; perché non c’è mercato; perché in fondo vivono per questa testata; perché “comunque Molinari è un fior di professionista”; perché in più di 40 anni di innamoramenti bizzarri dei direttori ne abbiamo visti tanti (Scalfari con De Mita. Mauro con Renzi, tanto per ricordare); perché “io continuo a fare il mio lavoro e non cambio idea poi il giornale vada dove vada”…  Per questi e per altri mille motivi loro saranno sempre lì a far andare avanti il giornale. “Comprati e venduti” scrisse Pansa nel ’77. Bisognerà riscriverlo.

E soprattutto bisognerà che, se davvero pensiamo alla libera informazione come pilastro della democrazia, ci preoccupiamo anche di loro. Non è un problema di facile soluzione perché in un lavoro intellettuale, come quello del giornalista, la libertà non te la dà nessun per legge. E, in assoluto, non te la danno neppure i cosiddetti editori puri (e comunque De Benedetti non lo era).

Il rapporto tra la linea di un giornale, il direttore, il gruppo dirigente, i proprietari e la redazione è un mistero glorioso. Un algoritmo che non torna mai. Sarebbe bello, proprio partendo dalla traumatica vicenda di Repubblica, provare almeno a iniziare una riflessione seria.
Qua vorrei solo sottolineare due aspetti che balzano agli occhi.
Il primo, direi addirittura clamoroso, è la rapidità con la quale Molinari in due giorni ha “plasmato” il giornale a sua immagine e somiglianza. Non è la prima volta, nei quotidiani è la regola. Del resto anche Verdelli aveva in un batter d’occhio stravolto Repubblica, senza che si alzassero grida d’allarme, con i titoloni urlati più nello stile della destra che non in quello del Manifesto. Siamo seri, Verdelli aveva già decretato le fine dello spirito del foglio che fondò Eugenio Scalfari nel 1976. Ma fa riflette come Molinari abbia potuto “ribaltare” Repubblica in così poco tempo. Ha come affondato la lama nel burro e non solo il titolo in prima pagina sulla vicenda del prestito a Fca garantito dallo Stato che ha portato alle dimissioni del Cdr, quell’incredibile e sbagliato anche se visto dall’ottica-Fiat “Una formula innovativa che aiuterà migliaia di imprese”. Dov’erano i custodi della storia, della cultura e della linea di Repubblica.

E qui, senza falsi moralismi, dobbiamo interrogarci noi giornalisti perché troppo spesso siamo più realisti del re. Abbiamo una naturale propensione ad adeguarci (infatti nella storia del giornalismo non si ricordano gloriose battaglie di redattori che difendono la linea) a cominciare dai capi e poi via via a scendere. In un mondo dove i principi della democrazia perdono colpi un po’ ovunque, sembra proprio che anche nei giornali ci sia la stessa tendenza. Forse un po’ peggio. Per dirla in parole povere: in redazione c’è ancora lo spazio per un confronto di idee?

La seconda considerazione è il clamoroso silenzio che, anche stavolta, si è abbattuto sui più deboli. Dicevamo dei “rider” dell’informazione. Appunto. Sarebbe stato bello che Michele Serra, nella sua appassionata difesa del “perché resto a Repubblica” si fosse ricordato di quelli che, per permettere a lui di scrivere quello che vuole e di guadagnare di conseguenza, hanno contratti precari ridicoli e, a volte, continuano ad essere pagati pochi euro a pezzo. Quelli che con la crisi dell’editoria  ora aggravata da quella del corona-virus, hanno visto peggiorare, se possibile, la loro condizione.

Purtroppo il silenzio della grandi firme non stupisce più. Stupisce semmai che, nel momento in cui si annuncia la “rivoluzione digital first”, con i siti di giornali sempre più a pagamento, con la giusta rivendicazione di essere i portatori di una informazione di qualità, i grandi quotidiani non puntino sui giornalisti. Anche qua diciamola in modo semplice: l’informazione di qualità va pagata. Molinari è arrivato a Repubblica per fare questo. Ma non si ha notizia di investimenti in questo senso. Anzi. C’è l’impressione che gli editori predichino l’informazione di qualità a pagamento, ma i primi a non voler pagare i giornalisti sono loro. Se uno volesse essere malizioso potrebbe pensare che l’informazione di qualità a pagamento va bene per far guadagnare gli editori. Per i giornalisti (e soprattutto per i precari) si vedrà. Tutti citano il New York Times come esempio di quotidiano che è uscito dalla crisi puntando appunto sul digitale di qualità. Ma il Nyt ha investito su giornalisti non su rider della carta stampata.

(Mauro Mori – Foto è di Michele D’Anna)