Se gli impiegati statali vengono comunemente etichettati come inefficienti e incompetenti è probabile che alcuni di loro lo diventino. Gli individui che offrono un valido servizio sono quelli che vengono gratificati per il servizio offerto. (Galbraith)

Macché politici, malaffare, violenza, virus, egoismo, avidità, carognismo, menefreghismo, menzogne… tante.
Il male supremo, la causa di tutti i nostri guai, della crisi, della disoccupazione, delle auto che non si vendono, dei ponti che crollano, di quelli che non si costruiscono, dei ristoranti vuoti, del debito pubblico e di quelli privati, nonché delle cimici asiatiche, è la burocrazia.

Liberi dal fardello vivremo tutti felici e contenti.

La politica farà cose mirabolanti.

Le imprese stracceranno la concorrenza.

I cittadini saranno contenti di pagare le tasse e noi anziani vedremo le cose finalmente chiare, perché le liste d’attesa per le cataratte si svuoteranno.

Che uno si chiede: chi ce l’ha messa lì questa escrescenza, perché non la togliamo di mezzo?

Conte, Salvini, DiMaio, Meloni, Franceschini, Berlusconi, Renzi e compagnia protestante hanno, a vario titolo, governato.

E così Zaia, Bonaccini, Formigoni, Storace e i governatori tutti, passati e presenti.

Per non parlare dei sindaci: su di loro ricade il peso di tutta la piramide rovesciata, ma avete mai letto un regolamento comunale prodotto in house?

Perché, vedete, la burocrazia c’è a Bruxelles e a Roma, nei ministeri, nelle regioni, ovunque.

E se c’è ed è come è, ci sarà un perché che faremmo bene ad indagare.

E provare a correggere.

Con impegno e metodo.

Anziché abbaiare alla luna.

“Uno degli aspetti insopprimibili della vita del tardo ventesimo secolo- scrive Galbraith nel libro Cose viste- è l’esistenza di una struttura organizzativa vasta, complessa, stratificata”.

Quella che opera in ambito pubblico la chiamiamo, in una accezione negativa, burocrazia.

Pensare di eliminarla è una sciocchezza.

Nascondere dietro il suo cattivo funzionamento le proprie magagne, dall’incapacità dei politici all’insofferenza ai controlli degli imprenditori, è una vigliaccata.

Migliorarne le prestazioni è una necessità storica.

Perché oggi in Italia, nell’insieme e in troppe parti, sono al di sotto di uno standard accettabile.

Perché questa condizione preclude il passaggio fluido ed efficace dalle intenzioni agli atti ai fatti, come i ritardi di queste settimane testimoniano.

Perché finisce per rendere indistinguibili le cose buone da quelle cattive, che finiscono in un unico calderone.

Perché trascina tutti i dipendenti pubblici nel discredito ( anche medici e infermieri, prima dell’epidemia).

E perché costituisce l’alibi della politica peggiore, quella dei chiacchieroni, degli incapaci, che passano la vita in giro e in tv, anziché piegare la schiena su un tavolo e faticare per cambiare le cose.

Quando un esponente politico comincia a dire “è la burocrazia che non funziona, che mi tarpa le ali”, capisci che siamo alla frutta, senza argomenti nè idee.

Nessun funzionario mi ha mai impedito di fare quel che volevo.

Se non sai organizzare, e motivare, e produrre identificazione nella missione dell’ente che presiedi la colpa è solo tua, tuo è il fallimento.

E nostro il danno.

Chi ha impedito a Renzi e Salvini di pagare i debiti dello Stato alle imprese?

Perché non l’hanno fatto i grillini?

Cos’è cambiato in questi anni, a parte i fiduciari e i clienti che ognuno si porta appresso?

L’erogazione dei contributi nell’Emilia-Romagna di Bonaccini ( che dice “la mia regione”) è più tempestiva che ai tempi di Bersani ( che diceva “la nostra”)?

E ancora, cos’è che blocca i cantieri, chi è che ferma gli appalti?

Il ragionier Filini dell’ufficio complicazioni o anche le imprese che hanno perso la gara e ricorrono ai TAR?

Che puntualmente li accolgono, per poi essere smentiti dal Consiglio di Stato.

Dalla Toscana arriva la notizia che il Presidente Rossi è indagato per turbativa d’asta.

Finirà in niente, ma il danno, cioè il ritardo, è già provocato.

E verrà annoverato alla voce burocrazia.

Così fan tutti.

Il metodo Genova non esiste.

Per quel ponte l’asta non è stata turbata, di fatto non c’è stata.

Per ragioni di Stato.

Nessuno poteva rubare, nessuno poteva ricorrere.

In condizioni normali sappiamo come va a finire.

Tanto più se verrà liquidato a furor di popolo il codice degli appalti di Cantone, appena ieri Santo.

Il premier dice che sarà più semplice ma più controllato.

A occhio sembra la storia del fisco amico.

Svolgere un’attività di regolamentazione e controllo, bersagliata dalla politica, invisa ai più e strattonata fra la richiesta di trasparenza e quella di rapidità, è difficile.

La burocrazia deve assumersi responsabilità, questa è la chiave di una riforma autentica.

Ma la politica deve metterla in condizione di esercitarla.

Se la Pubblica Amministrazione non funziona, la responsabilità è dei politici.

Sono loro che fanno le leggi e solo loro le possono cambiare.

Se sono troppe, e incomprensibili, è perché sono state mal pensate e ancor più malamente scritte da ignoranti che hanno umiliato la competenza in nome del popolo.

Più che la selezione dei lavoratori pubblici è quella di chi governa che ci deve preoccupare.

Sostiene Cacciari che quel che è uscito dalla Commissione Colao e dagli Stati Generali serve a niente perché sono esigenze più e più volte emerse e mai realizzate.

C’è qualcosa in questo ragionamento (filosofico?) che sfugge ai mortali.

Che pensano che una cosa non diviene men giusta per il fatto di essere già stata pensata.

Che la sua mancata realizzazione la rende ancor più necessaria.

E che qualcuno, prima o poi, dovrà pur farla.

Se magari chi fa opinione mostra di apprezzarla e scoraggia chi la osteggia.

Altrimenti che parla a fare?

È il caso della responsabilità penale e contabile dei funzionari, che rappresenta il fattore che più di ogni altro ne condiziona i comportamenti.

Per un riflesso di autotutela che moltiplica gli adempimenti e allunga i tempi.

Esponendoli paradossalmente ancor più.

Non si può chiedere a chi serve la comunità di rischiare la sicurezza personale e patrimoniale per una firma apposta o negata in buona fede.

Oggi accade, è bene ha fatto Colao a riproporre una questione che era già all’ordine del giorno della Bicameralina presieduta da D’Alema.

Una piccola riforma che, assieme a quella dei TAR, perorata a suo tempo dal Presidente Scalfaro, produrrebbe grandi benefici.

Forse questo è il problema.

(Guido Tampieri)