Si era diffusa la forte sensazione che il controllo delle cose fosse nelle mani di persone sbagliate e congenitamente stupide. (Galbraith)

Troppe vittime a Bergamo perché nessuno ne porti la responsabilità.
Non quella penale, che non si processa la storia nei tribunali.
Si racconta che il Cardinal Borromeo, al tempo della peste a Milano, autorizzò una processione rivelatasi un tragico veicolo del morbo.
Nessuno lo accusò di epidemia colposa.
Fu invece fatto Santo.

Niente a che vedere con le gesta mediocri dei protagonisti della nostra vicenda moderna.
Il punto comune ai due avvenimenti è che, ora come allora, chi si è trovato nella condizione di dover prendere decisioni non aveva certezze sul da farsi.
Non è un dettaglio, è il cuore del problema allorquando si deve giudicare della fondatezza di scelte non rinviabili che producono effetti non rimediabili.
Il vantaggio competitivo del senno di poi è troppo grande per concedersi a giudizi maramaldi.
Specie allorché i fattori ambientali, gli interessi, gli umori condizionano pesantemente le azioni dei decisori istituzionali.

Chi governa non è mai del tutto libero.
Il consenso, anche nella sua accezione positiva, ha un costo.
Poi tocca alla coscienza.

Le leggi stesse, scriveva il grande giurista Kelsen, la loro produzione e interpretazione, sono influenzate dalla cultura che si respira nella compagine sociale.
Così è stato durante questa tempesta, che ha smosso i fondali più profondi e sottoposto tutti a una prova di carico per la quale non eravamo collaudati.
E così, verosimilmente, è accaduto anche a Bergamo, al di là di esitazioni ed errori che non sono mancati.

Prima ancora di accertare se qualcuno aveva il dovere di isolare i due Comuni lombardi bisognerebbe cercare di capire perché nessuno di quelli che avevano il potere di farlo ha preso questa apparentemente semplice iniziativa.
Se Governo e Regione sono rimasti inerti, sorvolando sul caso umano di un assessore che dichiara di essere all’oscuro delle proprie attribuzioni in una materia di tale rilevanza, bisogna pensare che ci siano delle ragioni “lato sensu” ambientali che li hanno trattenuti di fronte a questa prospettiva caldeggiata dagli esperti.

Fermare il cuore produttivo d’Italia in quel momento quando ancora i camion militari servivano per le esercitazioni e il numero dei decessi era inferiore a quello che oggi consideriamo trascurabile perché bisogna ripartire; fermare i Lombardi, che non sono né migliori né peggiori di altri (a parte il vizio di votare Lega) ma sono certamente Lombardi, quando tutti i responsabili di qualcosa, nell’economia e nelle Istituzioni del territorio, per non parlare dei rinforzi accorsi da fuori, invitavano ad andare avanti inneggiando all’ottimismo come nemmeno il grande Tonino Guerra negli spot Unieuro, non era facile.
E rende difficile stabilire responsabilità individuali in un contesto di responsabilità sociopolitiche diffuse.

Né il Presidente del Consiglio mi pare si sottragga alle proprie allorché rivendica, con enfasi forse eccessiva, di aver ricondotto la chiusura di Alzano e Nembro, pochi giorni dopo, a quella della Lombardia e dell’Italia tutta.
Quella decisione del Governo, comunque lo si valuti, ha salvato e non perduto vite umane.
La magistratura accerterà se ci sono responsabilità penali ma è sbagliato pensare che ce ne debbano essere per forza.
L’istituto dell’obbligatorietà dell’azione giudiziaria ha trasformato tutta l’attività politico-amministrativa in un gigantesco campo di indagine.
Favorendo l’insorgere del sospetto anche dove non ce n’è ragione.
A volte le cose accadono solamente.
Anche la morte.
Improvvisa, imprevista.
Non è necessario che qualcuno la provochi.

Adesso sappiamo che in Lombardia il virus circolava da tempo.
Clandestino e silente ma vorace.
Io non ne capisco niente ma vien da pensare che la chiusura di due paesi cinque giorni prima non avrebbe purtroppo scongiurato il peggio.
Questa terribile esperienza, che nel suo epicentro lombardo ha imposto sollecitazioni sconosciute ad altre realtà che si vantano di aver domato quello che non c’era, non è stata un’esercitazione programmata in una galleria del vento.
Le contraddizioni potevano essere mitigate da una gestione regionale più assennata ma non eliminate dal contesto che le ha generate.

Quel sistema ha reagito per come è stato conformato, non poteva improvvisarsi altro da sé.
Nessun Governo o Presidente di Regione ha del resto mai mosso rilievi a un modello che, al contrario, ha fatto proseliti.
Il risultato è che la sanità in Italia è in difficoltà e, dopo il Covid, paralizzata.
La riflessione intesa ad elevare la qualità del servizio sanitario nazionale dovrà partire da qui.
Senza abiure né processi.
Con onestà di intenti.

L’epidemia ha messo a nudo le nostre fragilità e non ha ancora finito di farlo.
Forse per questo preferiamo rimuoverla o confinarla dentro la più rassicurante categoria della colpa.
Che ci solleva dal senso di frustrazione collettiva.
E attenua la paura di un fenomeno che viene così ricondotto a una dimensione umana meno angosciante.

Al Pio Albergo Trivulzio par di capire siano accadute cose che non dovevano accadere ma morti nelle Rsa ce ne sono stati ovunque.
La metà dei decessi nel mondo è avvenuta in quelli che un tempo chiamavamo ospizi.
Troppi per credere che siano tutti conseguenza di errori.
Per non pensare che ci sia qualcosa di oggettivo nel fatto che il covid uccida gli anziani.
E qualcosa di sistemico nel fatto che ne muoiano troppi.

Se riduciamo tutto a imperizia e speculazione non si capisce perché ci mettiamo i nostri vecchi, anziché tenerli amorevolmente vicini a noi.
Quando è possibile.

Quello del rapporto con anziani che vivono “troppo a lungo” è un problema individuale e collettivo che nessun magistrato può risolvere al nostro posto.
L’esperienza di quei venti giorni tragici è un momento a sé, con tutti gli errori e i dubbi che si porta appresso una situazione drammaticamente concitata quale mai avevamo vissuta.
Quel momento ci deve servire per riflettere e attrezzarci, non per addebitare e punire.

A parte i criminali che ancora nelle trasmissioni spazzatura delle tv fiancheggiano l’opera del virus e andrebbero, essi si, processati, come lo furono i cattivi maestri degli anni di piombo, lo sforzo comune, istituzioni e popolo, per fronteggiare l’insidia, è stato encomiabile.

Assieme, ci sono state le valutazioni imperfette e quelle sbagliate, quelle di scienziati imprudenti, quelle dei politici che riducono tutto a propaganda, quelle di chi confonde la sconsideratezza con l’ottimismo, quelle dei nostri figli avventati e, forse, perfino quelle di qualche medico e di qualche infermiere, senza che questo scalfisca in nulla i meriti straordinari che hanno acquisito sul campo.
Quel momento è quel momento e così è bene che resti.

(Guido Tampieri)