Sono davvero tante e molto diffuse, praticamente ovunque. Quasi non le notiamo più, particolarmente quelle presenti nei luoghi, nelle vie e negli ambienti che quotidianamente frequentiamo. Volti noti e meno noti, immagini scolpite nei materiali più diversi di personaggi molto diversi tra di loro. Si va dal famoso condottiero, al medico scopritore di cure miracolose, agli uomini di stato. Pose riproducenti sguardi penetranti che ostentano scoperte lontane, immagini austere o intimanti attenzione e rispetto.

Non è una novità, ma al giorno d’oggi la “caccia”alla statua sembra davvero aperta e diffusa. Il perché di tutto ciò? La risposta è molto semplice, quasi lapalissiana: quelle immagini rappresentano, inevitabilmente, punti fermi della storia, locale o nazionale che sia, situazioni o eventi catalogati nella storia mentre il mondo è in continua, inevitabile evoluzione.

Così, con il passare degli anni, il variare delle culture e la loro assimilazione, i valori, particolarmente certi valori, subiscono mutazioni, assumono profili anche molto diversi e i punti fermi, le statue, sembrano identificare l’ostacolo, l’avverso. Il negativo in senso lato. Non sono solo i condottieri dei secoli scorsi che comandavano le galere stracolme di schiavi a subire l’onta dell’affronto o della demolizione, ma anche figure come il povero Cristoforo Colombo, uomo dal sogno futurista e dissacratore che nulla aveva dello schiavista ma che determinò l’inizio di un’era tremendamente drammatica (si legga, all’uopo “Dal nuovo mondo all’America” di Massimo Donattini, Ed. Carocci per individuarne il legame).

Impregnati di focoso furore, determinato da vicende tutt’ora presenti e ripetute, si va a ricercare, nella vita dei riprodotti in statue, le ombre, i dubbi, i sospetti oltre alle storiche verità è giù botte a innocenti pezzi di marmo che riproducono, indelebilmente, un messaggio storico senza via di scampo.

Nella rabbia finiscono per immischiarsi molte cose, fra le quali, forse la più lesiva e pungente, la quasi certezza che la nostra generazione, contrariamente a quanto è accaduto nel passato, sembra destinata a lasciare alle generazioni future un mondo peggiore di quello da loro ricevuto e non è cosa da poco.

Non bastano di certo le famose parole del sig. Kohl che definì la generazione nata dopo la fine della guerra mondiale 40/45 come toccata dalla grazia o quelle altrettanto dense di significato che, al contrario, defini’ tale generazione colpevole, quale erede, di valori giuridici, politici e, in modo particolare, di cultura.

Forse non si è osservato con la dovuta attenzione, che al momento, le riproduzioni di uomini e donne della nostra epoca destinati a rimanere impresse nei marmi si vanno rarefacendo: premonizione di oltraggio futuro o carenza di sostanza? Ah!, saperlo!

(Mauro Magnani)