Il 20 e 21 settembre, in contemporanea con le elezioni in sette regioni e circa duemila Comuni fra i quali Imola per fare un “election day” allo scopo di risparmiare soldi e limitare gli eventuali effetti da Coronavirus, si svolgerà pure il refendum su tutto il territorio nazionale per il taglio o meno del numero dei parlamentari. Essendo una riforma costituzionale, non serve il raggiungimento del quorum, ovvero del 50% più uno degli aventi diritto.

Dunque, i cittadini dai 18 anni in su saranno chiamati a votare per confermare o respingere la legge, cavallo di battaglia del Movimento 5 stelle, che modifica la composizione delle Camere con il taglio di 345 poltrone: 115 in Senato e 230 alla Camera. Quindi al Senato rimarrebbero 200 senatori più quelli a vita, mentre a Montecitorio ne resterebbero 400. In tutto, 600 più quelli a vita, al massimo 5.

Facciamo un paragone con altri Stati: negli Usa ben più grandi dell’Italia, ci sono 435 parlamentari alla Camera e 100 al Senato, in totale 535, meno pure rispetto alla riforma chiesta dai grillini.

Se stiamo in Europa, la formazione delle Camere basse è fortemente legata alla dimensione demografica. Ne consegue che la Germania, Stato con la maggiore popolazione in Ue, attestata sugli 82 milioni, possiede la Camera più numerosa. Attualmente i deputati del Bundestag sono 709, numero variabile a causa del sistema elettorale previsto, e ciascuno rappresenta circa 117mila abitanti. Molti meno degli attuali 945 in Italia.

L’Assemblea Nazionale francese – che rappresenta una popolazione di 67 milioni di persone, si compone di 577 membri eletti, con un rapporto di un deputato per poco più di 116mila abitanti. Il Regno Unito, con il suo importante peso demografico di 66 milioni di abitanti, è saldamente al secondo posto per numero di deputati, 650. Sempre assai meno degli attuali 945 in Italia e nel caso transalpino pure meno dell’eventuale taglio referendario italico (600), mentre gli inglesi sarebbero un poco sopra a tale numero

Come si è arrivati al voto sul referendum per il taglio dei parlamentari in Italia – La Camera, qualche mese fa, ha approvato la riforma con 553 voti a favore, 14 no e due astenuti, ovvero col favore di quasi tutti i partiti. Era la quarta lettura del disegno di legge costituzionale che taglia il numero dei parlamentari. Trattandosi di una possibile modifica alla Costituzione, una legge come questa ha un iter “rafforzato” e deve superare, appunto, due passaggi al Senato e due alla Camera. È uscita indenne da questo quadruplo esame, ma ora ci sono tre mesi di tempo perché si possa chiedere un referendum confermativo, una chiamata alle urne per lasciare l’ultima parola ai cittadini con un voto secco: sì o no anche senza quorum, ovvero il 50% più uno degli aventi diritto al voto. Possono chiedere il voto popolare un quinto dei componenti di uno dei rami del Parlamento, cinque Consigli regionali o 500mila elettori. Se al referendum prevalessero i Sì, alle prossime elezioni dovremmo eleggere  400 deputati e 200 senatori e non più di 5 nominati senatore a vita dal Presidente della Repubblica.

Cosa significa in termini di rappresentanza, cioè di numero di cittadini rappresentati da un singolo eletto? Scenderemmo dall’attuale 1/64 mila a 1/101 mila (circa il numero degli elettori del circondario imolese). Un parlamentare eletto ogni 101mila cittadini (il calcolo è fatto sulla base dei 60,4 milioni di italiani stimati da Eurostat, 2018). Ci collocheremmo comunque ancora meglio (o peggio, dipende dal punto di vista) di Germania, Francia, Olanda e Regno Unito, quasi tutti Paesi con rapporto di rappresentanza intorno a 1/115 mila. Quindi, più rappresentatività di questi

Quanto si risparmia – L’Osservatorio sui conti pubblici italiani diretto dall’ex commissario alla spending review Carlo Cottarelli, ha fatto i conti: considerando gli stipendi in meno da pagare al netto e non al lordo (imposte e contributi sono pagati dai parlamentari allo Stato stesso, quindi “tornano indietro”), il risparmio annuo diventa di 37 milioni per la Camera e 20 milioni per il Senato, complessivamente 57 milioni all’anno e 285 milioni a legislatura. Ossia, lo 0,007% della spesa pubblica italiana. Altre stime, ottenute considerando le spese indicate nei bilanci delle due Camere, parlano di 80 milioni l’anno circa. Ma siamo sempre nel campo degli “0,0 virgola”. Da tale punto di vista è una misura simbolica, anche se 400 milioni a legislatura non sono pochi e potrebbero portare 20 milioni in più a ogni regione, ad esempio per spese sanitarie. In realtà, nel Parlamento italiano attuale, su 945 parlamentari quelli che lavorano di più sono i capigruppi e i loro vice delle varie forze politiche, i presidenti delle varie commissioni e coloro che redigono progetti di legge. I leader di partito hanno un numero di assenze molto alto sia a Montecitorio sia a palazzo Madama perché fanno politica quasi sempre fuori dai palazzi romani, nelle piazze o più spesso nei salotti televisivi

Quanto guadagnano i parlamentari italiani – Attualmente i deputati hanno diritto a un’indennità lorda di 11.703 euro. Al netto sono 5.346,54 euro mensili più una diaria di 3.503,11 e un rimborso per spese di mandato pari a 3.690 euro. Ad essi si aggiungono 1.200 euro annui di rimborsi telefonici e da 3.323,70 fino a 3.995,10 euro ogni tre mesi per i trasporti. I senatori invece ricevono un’indennità mensile lorda di 11.555 euro. Al netto la cifra è di 5.304,89 euro, più una diaria di 3.500 euro cui si aggiungono un rimborso per le spese di mandato pari a 4.180 euro e 1.650 euro al mese come rimborsi forfettari fra telefoni e trasporti. Facendo un calcolo senza considerare eventuali indennità di funzione i componenti del Senato guadagnano ogni mese 14.634,89 euro contro i 13.971,35 euro percepiti dai deputati. Ci sono persone che fanno lavori anche pesanti che guadagnano tali cifre, più o meno, in un anno pagandosi da soli telefonate e trasporti.

Inoltre, recentemente, c’è stato lo stop al taglio dei vitalizi agli ex parlamentari. E’ il risultato del voto in Commissione Contenziosa del Senato che ha ribaltato la decisione assunta con la delibera del Consiglio di presidenza che, nell’ottobre del 2018, aveva approvato il provvedimento su forte spinta del M5S. Nell’organismo, chiamato ad esaminare i ricorsi presentati dai senatori, tre sono stati i voti a favore dello stop al taglio dei vitalizi e due i contrari.

I contro – La più significativa critica alla riforma riguarda il tema del bicameralismo perfetto. Avremo ancora, nonostante il famigerato taglio, due Camere con le stesse funzioni. E saremo l’unico Paese europeo in questa condizione. Altre strade sono non state battute, come l’abolizione di una Camera, mentre invece Matteo Renzi allora nel Pd perse il referendum per la trasformazione del Senato in una “stanza” di rappresentanza regionale non si sa con quanti rappresentanti.

C’è poi il tema della rappresentanza dei singoli territori: per il doppio effetto della conformazione dei collegi elettorali, del taglio delle poltrone mentre probabilmente ci sarà bisogno di una nuova legge elettorale, alcune aree potrebbero sentirsi penalizzate più di altre. Nelle regioni più piccole potrebbero essere avvantaggiati i partiti più grandi e più in difficoltà a farsi eleggere quelli più piccoli.

(m.m.)